Una giornata a Sassari vecchia-Associazione la Settima

Una giornata a Sassari vecchia

Secondo gli Statuti lungo la strada principale nel cuore della città, chiamata all'epoca Platha (o Ruga) de Cotinas (l'odierno Corso Vittorio Emanuele) si aprivano le varie attività commerciali. 
Le case che aprivano fronte strada, tra il tratto compreso l'odierna Piazza Azuni che nel 1278 vantava la presenza della chiesa di Santa Caterina e l'ingresso di via Rosello, erano munite di porticati (alcuni visibili ancora oggi come quello all'ingresso di via dei Corsi e all'angolo via Ceti).  
Al primo suono della campana (ore sei) la città iniziava a svegliarsi.
Le porte della città chiuse la sera prima dopo il suono del ritiro all'Ave Maria dopo che i guardiani gridavano ad alta voce "chi resta, resta", erano aperte all'alba per permettere ai mercanti di entrare in città per portare alla vendita merce fresca, uscivano gli agricoltori e i pastori per il lavoro nei campi, alla cura degli animali, degli orti e delle vigne.
Le vie strette e tortuose del centro storico pian piano iniziavano ad animarsi.
Sino alla metà del Milleduecento, la città di Sassari era aperta, la cinta muraria fu iniziata a costruire durante l'occupazione dei pisani e continuate dai genovesi, gli Statuti del 1294 stabilivano la quota che bisognava pagare per la loro costruzione e il pedaggio che pagava il forestiero per entrare in città.
Sino alla costruzione delle mura sicuramente le case erano a pian terreno con la cantina, e distanti tra loro, una volta costruite le mura, necessariamente per sfruttare meglio lo spazio si poté sopraelevare di un piano o due e affiancare le case. 
Gli Statuti prevedevano norme per la larghezza delle strade.
Eccetto qualche casa signorile di qualche mercante o di qualche agiato signore, le altre erano semplici costruzioni fatte con pietra, umide e malsane.
Nel Tredicesimo secolo all'interno delle mura, trovavano spazio circa duemila case molto modeste.
La città come risulta dagli Statuti era divisa in quattro quartieri corrispondenti alle porte della città, le vie molto strette, irregolari, sterrate e maleodoranti, era più che altro un labirinto di vie confinanti con le alte mura, nelle case trovavano sistemazione oltre alle abitazioni per l'uomo e la sua famiglia, anche le scuderie, i cani, i gatti, il recinto per le galline, per maiali e conigli, immancabile era l'orto.  
Essendo la città sprovvista di condotta fognaria nell'orto trovava spazio il gabinetto, questo era sicuramente un gabbiotto di legno con un fossato riempito di cenere, di tanto in tanto era svuotato e i residui usati come concime. 
In tutto questo squallore, la città era invasa da topi.
Si cucinava con il fuoco fatto al centro della stanza, un'apertura sul soffitto permetteva i fumi di uscire.
L'acqua era in una tinozza che serviva per bere e lavarsi, era attinta dalle fontane, dalle cisterne di acqua piovana scavati nella roccia calcarea o dalle numerose dragonaie presenti nel territorio. 
Il mobilio era costituito dal letto molto spesso formato da un pagliericcio per terra, un armadio e una cassapanca, il tavolo era delle assi di legno sostenute da cavalletti, gli sgabelli sostituivano le sedie.
Le case d'inverno erano riscaldate con dei bracieri, i caminetti che comparvero nel Milleduecento erano destinati ai signori e a chi possedeva una casa abbastanza grande da poterselo permettere.
Le strade lunghe e larghe che permettevano un po’ di luce e respiro erano poche, quella che attraversava tutto il paese in senso verticale che andava da Porta Castello sino a Porta di Sanctu Flasiu (Porta Sant'Antonio), chiamata Ruga o Platha de Cotinas, altre lunghe ma non eccessivamente larghe come l'odierna via Lamarmora e via Turritana chiamate in tempi antichi con diversi nomi, Carrera Longa che era la strada più lunga dell'epoca e Carrera Turritana che si congiungeva con via Maddalena.
Nel Medioevo all'inizio di via Maddalena c'era l'ospedale Santa Croce, all'interno c'erano degli altari uno dei quali dedicato a Maria Maddalena, in seguito diede il nome alla via.
Nell'ospedale esisteva un altro altare dedicato alla Santissima Annunziata, anche in questo caso in seguito con questo nome si battezzò il nuovo Ospedale Civile sorto molto più tardi, nel 1843, fu la prima costruzione di una certa importanza che si edificò fuori le mura.  
Nel 1294 quando furono scritti gli Statuti Sassaresi, in città non esistevano piazze, si menzionava solamente su campu de sa Corte dessu Comune, uno spazio grande a fianco dell'antica Casa comunale (oggi c'è il Teatro Civico).
In questo spazio c'era il mercato del pane per cui tempo dopo la via fu chiamata via del pane, oggi via Sebastiano Satta per la presenza delle scuole medie a lui dedicate.
Una piazza molto importante nel 1331 era Piazza Castello che prendeva il nome dal castello fatto costruire dagli aragonesi, la piazza era chiamata dai sassaresi "pianu di casteddu".
Altre piazze importanti erano: l'attuale piazza Tola chiamata Carra manna.
Nella Sassari vecchia, non c'erano grandi piazze, erano sopratutto dei Larghi o Corti.
Una piazzetta molto antica era Pozzo di villa, probabilmente fu la prima piazza che nacque quando la città era solamente un villaggio.  
Un'altra piazza antica era lo slargo fronte alla scalinata della vecchia chiesa di Santa Caterina (oggi piazza Azuni). 
La via della città era regolata dai suoni della campana di San Nicola o di quella del palazzo Comunale, i rintocchi segnavano le ore.
Quelle diurne erano divise in quattro parti ciascuna di tre ore, la terza (ore nove), la sesta (ore dodici), la nona (ore quindici) la dodicesima (ore diciotto). 
Dopo il suono della terza campana, si poteva buttare sulla strada pubblica dopo aver gridato tre volte "guarda", l'acqua usata per lavarsi le mani e il viso. 
Il lavabo era costituito da un treppiede di ferro o legno, dove era poggiato il lavamani e il boccale. 
Il bagno si poteva fare nei luoghi stabiliti rispettando giorni e orari secondo il sesso, altrimenti ci si lavava in casa in una tinozza, quella che di solito serviva per il bucato, questo succedeva quando si era particolarmente sporchi magari una volta la settimana quando ci si cambiava la biancheria.
Gli indumenti intimi che usavano gli uomini oggi sostituiti dalle mutande, erano delle braghe di tela leggere sotto un paio braghe di tela più pesante, da questo modo di vestire risale il detto "rimanere le braghe di tela" o "calar le braghe". 
Dopo una fugace colazione con qualche frutta o pane, al terzo suono della campana di San Nicola, (ore nove), il mercato nei giorni feriali iniziava ad animarsi con la presenza dei venditori che portavano alla vendita tutto quello che poteva servire alla vita quotidiana dei cittadini, frutta e verdura, lana, stoffe e panni, cuoio e pelli, formaggio, carne, pesci, vino, pane. Nelle giornate festive era vietato vendere o comprare merci, solo i fornai potevano cucinare il pane anche nelle feste solenni, per contro non potevano avere il forno nella via principale.
 Nella "Carra manna = grande" l'odierna Piazza Tola si vendeva all'ingrosso usando come misura di riferimento "la carra"rigorosamente controllata affinché corrispondesse alla misura esatta dall'ufficiale della stadera, per la vendita al minuto c'era la "carra pizzinna = piccola" l'odierna Via Cesare Battisti. 
Le pelli, erano vendute solo nella strada principale, (Ruga de Cotinas = l'odierno Corso V. Emanuele), questa scelta era dettata dalla necessità che; essendo una strada molto trafficata c'erano molti testimoni per evitare truffe, chi comprava aveva la possibilità di percuotere il cuoio con un bastone, era vietato venderlo o comprarlo con della carne attaccata.
Tutto quello che serviva per mangiare poteva essere venduto in quella via eccetto che in un tratto di strada oggi compresa, tra piazza Azuni e l'ingresso di via Monache Cappuccine.
In quel tratto di strada si potevano vendere solamente panni, chincaglierie varie, dolciumi e liquori. 
La carne poteva essere venduta solamente nel posto stabilito dal comune, vicino a Porta Rosello nello stabile di fronte alla chiesa della Trinità.
I Taverrargios (antico nome dei macellai) per la vendita della carne, dovevano attenersi a quanto stabilito dagli Statuti compreso lo smaltimento dei residui. 
Il pesce portato fresco la mattina poteva essere venduto entro mezzogiorno, curiosamente il venditore non poteva essere seduto o appoggiarsi da nessuna parte, le fruttivendole non potevano filare la lana durante l'apertura della rivendita. 
I legumi e le granaglie dovevano essere vendute nella piazza, dove c'era la "carra manna", per la vendita all'ingrosso era presente il misuratore del comune che garantiva la giusta misura di ogni rasiere. Per la vendita al minuto "carra pizzinna" era obbligatorio usare il peso sardo (la libra sardesca). La vendita della lana e del formaggio era fatta in un tratto di strada stabilito dagli Statuti, sempre nell'odierno Corso ma in un tratto ben preciso, si parla di un tratto di strada compreso tra due abitazioni come stabilito dall'articolo CXXVI degli statuti (dalla casa di Gullielmuciu de Vare alla casa di Arrighittu dessu Mare). 
La vita quotidiana per le strade era animata oltre dal vociare dei vari venditori che promuovevano i loro prodotti, dal vociare dei bambini e dai banditori comunali e dal vociare delle numerose persone che attraversavano le mura della città a piedi, con cavallo o con il carro portando quotidianamente prodotti freschi per sopperire alla mancanza di un sistema per conservare gli alimenti.
Qualche giorno nelle apposite piazze si poteva assistere alla triste punizione inflitta ai ladri con il taglio di qualche arto o addirittura all'impiccagione, si poteva assistere al taglio della testa a qualche persona che aveva violentato una donna o al rogo di chi aveva sbagliato giorno per i bagni pubblici, oppure allo spettacolo di qualche delinquente portato in giro per la città per subire gli insulti a loro rivolti da chi assisteva. 
Per tutti la giornata si finiva la sera al tramonto quando erano chiuse le porte della città, la notte si poteva circolare per le vie solamente con le luci delle fiaccole o dei tizzoni accesi, solo le donne potevano circolare al buio.
Il pasto serale per i più poveri era costituito da zuppe di cereali o verdure, a volte lardo o uova e pane, quando possibile un bicchiere di vino.
Solo i ricchi si potevano permettere un pasto ben più consistente.
Il riposo notturno era fatto su pagliericci non esattamente comodi, le famiglie numerose molto spesso si adattavano a dormire con diverse persone per letto.
Il giorno dopo all'alba ricominciava la vita della città.

 
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