Sassari piemontese (dal 1796 al 1848) Seconda part-Associazione la Settima

Sassari piemontese


Sassari piemontese (dal 1796 al 1848) 
 

Carlo Emanuele IV regnò dal 1796 al 1802.

A Vittorio Amedeo III succedette al trono come re di Sardegna il figlio primogenito Carlo Emanuele IV.

Durante il regno di Carlo Emanuele IV, corsari tunisini assaltano l'isola di San Pietro e Carloforte, facendo diversi prigionieri, tentarono l'assalto all'isola di La Maddalena che resistette grazie alla resistenza dei suoi abitanti capeggiati da Giò Agostino Millelire comandante del porto.

Dopo la conquista del Piemonte da parte di Napoleone Bonaparte, il re Carlo Emanuele IV sposta la sua residenza a Cagliari che diventa in questo periodo la capitale del regno.

Riconquistato il Piemonte da parte degli eserciti austriaci e russi, nel 1799 Carlo Emanuele IV ritorna a Torino, nel 1800 dopo la battaglia di Marengo l'esercito francese riconquista il Piemonte destituendo il re e instaurando la Repubblica Subalpina.

Carlo Emanuele IV nel 1799 nomina Governatore della provincia di Sassari il fratello, il principe Maurizio Giuseppe di Savoia (duca di Monferrato).

Dopo alcuni mesi dal suo insediamento il Duca morì ad Alghero.

Carlo Emanuele IV nel 1802 profondamente colpito dalla sorte capitata in Francia al cognato Luigi XVI e alla moglie Maria Antonietta e dall'ascesa di Napoleone Bonaparte diventato Imperatore, abdica il 3 giugno in favore del fratello Vittorio Emanuele I e intraprese il noviziato di padre gesuita a Roma. Morì nel dicembre del 1819.

Vittorio Emanuele I regnò dal 1802 al 1821.

Nello stesso anno che iniziava il regno di Vittorio Emanuele I, il Piemonte fu annesso alla Francia ponendo fine alla Repubblica Subalpina.

Del Regno Sardo/Piemontese rimane solamente la Sardegna, che, essendo l'unico possedimento sabaudo non conquistato dai francesi, la corte fu spostata a Cagliari che divenne la capitale del regno.

Dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte e il suo esilio all'Isola d'Elba, il re ritorna in Piemonte, dove è accolto trionfalmente, nel 1814 dopo il trattato di Parigi il Piemonte ritorna sotto il controllo dei Savoia, al regno di Sardegna è annessa anche tutta la Liguria.

Durante il regno di Vittorio Emanuele I nel 1814 è istituito il corpo dei Carabinieri Reali.

A Cagliari è nominato viceré Carlo Felice suo fratello.

Nel 1820 emana una legge che in seguito prese il nome Editto sulle Chiudende.

Le intenzioni dell'Editto delle chiudende in teoria, era far convivere pacificamente gli interessi degli agricoltori con quelli dei pastori.

Si autorizzava a chiudere con muri, fossi e siepi territori utilizzati per l'agricoltura, in questo modo la proprietà collettiva era sostituita da quella privata.

Purtroppo non ebbe l'effetto desiderato, addirittura si peggiorarono le cose quando furono concessi, ai privati terreni demaniali, le persone più avvantaggiate furono chi già possedeva vasti terreni e aveva a disposizione denaro per assumere mano d'opera alla costruzione di recinti, si pagarono falsi testimoni, si recintarono strade pubbliche abbeveratoi e intere foreste di ghiande.

Questi abusi determinarono violenti scontri con atti di violenza, abbattimenti di recinzioni, e danni alle persone.

I protagonisti di queste lotte furono i pastori che lottarono perché nonostante le promesse, si videro privati di vasti territori di pascolo.

Questo malcontento fu una delle cause che fece sviluppare nelle zone interne il fenomeno del banditismo.

Gli ultimi anni del regno di Vittorio Emanuele I sono caratterizzati da moti rivoluzionari per il crescente malcontento dei cittadini non solo per l'editto delle Chiudende ma anche per far si che ci fossero le condizioni per un regno moderno non una monarchia lontana dai bisogni del popolo.

Nel 1821 anche il re Vittorio Emanuele I abdica e inaspettatamente il fratello Carlo Felice essendo il quinto nella discendenza per aspirare al trono divenne re di Sardegna il 4 maggio 1821.

Carlo Felice regnò dal 1821 al 1831.

Carlo Felice dal 1799 al 1816 era già viceré di Sardegna, nonostante il regime militare, che instaurò nell'isola, (tanto che i sardi lo chiamarono Carlo Feroce), fu in grado di apportare alcune migliorie allo sviluppo agricolo ed economico dell'isola, fu istituita una società agraria e un ufficio per l'amministrazione delle miniere e dei boschi appartenenti alla corona.

Fu incentivata la raccolta delle olive e stipulati trattati commerciali.

Carlo Felice morì il 27 aprile del 1831 senza lasciare eredi, con Carlo Felice di Savoia, si estinse la linea diretta dei Savoia pretendenti al trono.

Carlo Felice secondo alcuni morì avvelenato, scomparve un Re che a parere di molti fu un tiranno, anche se in tanti concordano che le colpe non erano solamente le sue ma di tutti i personaggi che gli erano a fianco.
 

La dinastia dei Savoia - Carignano

Carlo Alberto regnò dal 1831 al 1849.

Con la morte di Carlo Felice, si estinse il casato dei Savoia, re di Sardegna fu nominato il nipote Carlo Alberto (sopranominato re Tentenna) Principe di Carignano discendente del casato Savoia/Carignano che iniziò a regnare dal 27 aprile 1831.

Il regno oltre alla Sardegna comprendeva il Piemonte e la Liguria.

Con Carlo Alberto il 4 marzo del 1848 fu promulgata una Carta costituente, lo Statuto del Regno di Sardegna conosciuto con il nome di Statuto Albertino.

La monarchia diventava costituzionale, il Re era e restava il capo del paese ma, nominava i ministri, i membri del Senato e i Magistrati.

I membri della Camera erano eletti dai cittadini, votavano i più ricchi e solamente i maschi con un'età non inferiore ai venticinque anni, bisognava saper leggere e scrivere.

La sede del Senato era a Palazzo Madama, la sede della Camera dei deputati era a Palazzo Carignano tutte e due a Torino.

Lo Statuto Albertino riconosceva tra le altre cose: Il principio di eguaglianza, diritti civili e politici, libertà individuale, l'inviolabilità del domicilio, libertà di stampa, di riunione e altro.

Nel 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia lo Statuto divenne la "Carta" fondamentale che poneva le basi per l'Unità d'Italia, rimase in vigore sino al referendum popolare del 1946 quando nacque la Repubblica Italiana.

Con il re Carlo Alberto nel 1848 inizia la prima guerra d'indipendenza, le truppe sarde sono vittoriose nella battaglia di Pastrengo contro gli austriaci, in questa battaglia s'innalzò per la prima volta il tricolore.

Il re dopo altre sconfitte militari specialmente quella del 1849 quando fu sconfitto nella prima guerra d'Indipendenza, abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II e parte per l'esilio a Oporto in Portogallo, dove qualche mese dopo muore.

Il 23 marzo 1849 a Carlo Alberto succede il figlio Vittorio Emanuele II del ramo Savoia - Carignano.

Prima di morire Carlo Alberto riesce a far raddoppiare il sistema viario della Sardegna.

 

Sassari dal 1796 al 1848.

Il 19 aprile del 1799 arriva a Sassari il nuovo governatore Maurizio Maria Giuseppe Duca di Monferrato, fratello del re Carlo Emanuele IV, il 18 agosto dello stesso anno morì ad Alghero, dove fu seppellito. Come governatore della provincia di Sassari fu nominato il fratello Placido Benedetto Conte di Moriana.

Nel 1799 - Con l'arrivo del governatore Maurizio Giuseppe di Savoia (duca di Monferrato) Sassari ebbe i primi tre fanali alimentati a olio, rimanevano accesi tutta la notte, uno era situato nei magazzeni della Frumentaria un'altro nel Palazzo Civico al Corso il terzo nel Palazzo Regio in via Luzzatti.

Nel 1806 furono impiccati con un Reggio Decreto gli autori del furto del Simulacro della Vergine di Valverde avvenuto nel Convento dei Cappuccini.

La Chiesa di Valverde (conosciuta anche come Chiesa del Monte o con il nome attuale di San Francesco) è una chiesa antica che sorge sul Monte Cappuccini (o Monte Valverde). Nel 1540 questa chiesa fu data ai frati Serviti che costruirono il loro convento, questi frati rimasero sin quando nel 1591 vennero i Cappuccini che riedificarono la chiesa ampliandola.

Il 28 ottobre del 1802 moriva improvvisamente a Sassari il Governatore Conte di Moriana fratello del re Vittorio Emanuele I. Il Conte di Moriana fu seppellito nel Duomo di Sassari.

Nel 1806 fu emanata una legge chiamata, l'Editto degli oliveti, questa legge prevedeva che: Chiunque avesse piantato almeno 4000 alberi d'oliva, le veniva riconosciuto il titolo di cavaliere e la concessione gratuita del terreno, dove crescevano gli olivastri se questi venivano innestati e il terreno recintato. Questo Editto precede di quattordici anni quello sulle Chiudende che, di fatto, fece nascere la proprietà privata. Pene severe (compresa la pena di morte) erano inflitte a tutti quelli che danneggiavano i muri di recinzione, gli alberi dell'oliva e gli olivastri innestati.

Il 22 marzo del 1808 moriva a Parigi Giò Maria Angioj l'eroe dei moti rivoluzionari sardi.

Nel 1812 Sassari e in tutta la Sardegna ci fu una grave carestia determinata dalla mancanza delle piogge che portarono alla distruzione dei raccolti. Secondo le cronache del periodo descritte da Enrico Costa, la popolazione faceva letteralmente la fame per mancanza del più elementare alimento dei poveri il pane, in questo clima di miseria il re pretendeva ugualmente dal popolo le tasse a suo favore.

Nel 1814 il re firma l'Editto sull'abolizione della tortura in tutto il regno di Sardegna.

Nel 1815 Con la regia patente (una legge dello stato), il 31 dicembre 1815 fu stabilito che la nomina dei sindaci (chiamati Governatori) delle città con più di tremila abitanti fosse fatta dal re.

Solo dal 1889 i sindaci furono eletti dal consiglio comunale.

Nel 1816 ancora una volta Sassari fu colpita da una violenta carestia per mancanza di piogge, questa volta la fame e la miseria decimarono la popolazione.

Nel 1816 si inizia a pensare di portare i cimiteri lontano dal centro abitato.

La creazione dei cimiteri lontano dai centri abitati si rendeva necessaria per due motivi: il primo dovuto alla crescita della popolazione ancora chiusa dentro le mura, in secondo luogo per igiene. Nel 1278 quando l'Arcivescovo Dorgodorio istituì le cinque parrocchie, San Nicola, Santa Apollinare, San Donato, San Sisto e Santa Caterina, ordinò ai parroci che tutti i defunti di Sassari fossero seppelliti nel cimitero di San Nicola che si trovava pressappoco nell'odierna via Frigaglia che un tempo si chiamava Carrer del cimitoriu de San Nicolas, nel 1294 l'articolo novantasei degli Statuti sassaresi parla anche di un cimitero a Santa Maria vietando qualsiasi donna a seguire il feretro.

Qui sotto riportato l'articolo citato in versione Sardo/Logudorese:

XCVI. Qui neuna femina baiat ad sos mortos

Ordinamus qui neuna femina de Sassari, nen de atterue, andare deppiat in Sassari, nen foras, assa clesia de sancta Maria dessos fratres minores de Sassari infactu de alcunu mortu, nen daue sa clesia assat ad su munimentu, nen in cussa clesia, in sa quale aet esser su corpus, vannare se deppian, si qui daue cussa vengnan assa domo, daue sa quale su corpus est andatu. Et si alcuna contra aet facher, pachet assu Cumone soddos xx. Dessu quale bandu sa mesitate siat dessu Cumone, et issa attera dessu accusatore; et siat tentu secretu. Et ad zascatunu de consizu se credat in su sacramentu qui aet factu.

Che tradotto, significa:

XCVI - Che nessuna donna segua un funerale.

Si ordina che nessuna femmina di Sassari o di altro posto deve andare alla chiesa di Santa Maria dei frati minori appresso al funerale di una persona morta, di entrare in chiesa per vederlo o dalla chiesa al "Munimentu" (il posto dove si seppellivano all'epoca i morti vicino alla chiesa di Santa Maria). Chi trasgredisce sia punita a pagare una multa di venti soldi, la metà al comune e l'altra all'accusatore. Le persone del consiglio maggiore siano credute per il giuramento fatto.
 

In seguito alcune sepolture furono fatte all'interno delle chiese esistenti tra le mura, (di solito per ricchi e nobili), gli altri parrocchiani (il ceto povero) erano seppelliti all'esterno in un campo adiacente. Nel frattempo per il cresciuto aumento degli abitanti, la situazione per via delle sepolture che causavano maleodoranti esalazioni diventava sempre più insostenibile per cui nel 1816 si inizia a seppellire fuori della cinta muraria, un piccolo cimitero nacque nei pressi di San Biagio (vicino alla stazione) e nei conventi fuori città sino al 1824 quando, per la grave situazione igienica che comportava, determinò la ricerca di altre soluzioni, si iniziò a parlare di un cimitero lontano dal centro abitato.

L'area individuata fu nei terreni dei frati dell'ordine dei Mercedari che avevano un monastero e la chiesa di San Paolo in località Calamasciu.

Aggravandosi la situazione e non ancora pronto il nuovo cimitero, il comune ordinò di aprirne un cimitero provvisorio vicino alla chiesa di Santa Maria che funzionò per nove mesi dal 14 ottobre 1836 sino al luglio 1837 quando fu inaugurata la parte più antica del Cimitero Monumentale.

Anche nel 1821 furono allestite le forche nei pressi di Mulino a vento, furono giustiziati alcuni presunti responsabili per i tumulti avvenuti ad Alghero.

Enrico Costa nel suo libro racconta queste esecuzioni:

"La frequenza dei supplizi, che si circondavano di un lugubre apparato, aveva finito per destare negli spettatori quasi l’indifferenza; anzi, dirò meglio, si andava vicino alle forche, come se si dovesse assistere a uno spettacolo divertente. Non soltanto il volgo, ma anche la classe colta e educata si alzava all’alba per seguire con feroce curiosità gli strazi della vittima e la bravura del carnefice. Si giunse a tanto, che anche gli educatori non avevano scrupolo di condurre gli allievi sul luogo del supplizio. Il valente nostro archeologo, Giovanni Spano, accennando appunto le esecuzioni di quell’anno, lasciò scritto nelle sue Iniziazioni: « In quel tempo i Giudici (o per dir meglio i Giudei della Real Governazione) non lasciavano passar giorno – salvo il venerdì che era proibito – senza che mandassero alla morte uno o due disgraziati. Tanto eravamo assuefatti a quest’orrendo spettacolo, che ci sembrava un divertimento quello di vedere un nostro simile, creato ad immagine di Dio, dar dei calci in aria. I prefettini del Seminario conducevano anche noi, alunni, per esilararci. »
E le operazioni che si compivano dinanzi a quella folla curiosa erano orribili, ributtanti. Un vecchio di novant’anni, che nella sua giovinezza assistette al supplizio degli algheresi, mi fece una fedele narrazione di quei fatti. Dopo aver spiccato il cadavere dalla forca, il boia, assistito dal suo discepolo, sventrava il cadavere, e gli strappava il cuore, dal quale con un coltello raschiava il grasso che veniva conservato in un sacchettino. Questo grasso era poi ricercato, e venduto a carissimo prezzo a quei superstiziosi, i quali gli davano non so quali virtù. Un Procuratore sassarese, quel giorno, apostrofò a voce alta il carnefice per l’inumana sua operazione: ma il carnefice continuò a squartare il cadavere, per gettarne i pezzi nel fuoco. Era nei suoi diritti. La puzza della carne che abbrustoliva sentivasi fin dentro città. Le teste, spiccate dal busto, si solevano inchiodare sulle forche cosìdette del Carmine vecchio, quasi all’imbocco della strada Rizzeddu; le quali forche consistevano in quattro alti pilastri di pietra, sormontati ed uniti da quattro travi. Le teste si lasciavano là per mesi e mesi, finché cadevano da sé. Più volte, nel pulire il Pozzo di Rena, furono trovati in fondo dei teschi, là gettati dai ragazzi, che li avevano raccolti sotto le forche!
E mi pare che questo cenno basti per dare un’idea dello spettacolo a cui assisteva il popolo, nel quale erano compresi i fanciulli e le donne, gli studenti ed i Seminaristi!
Pochi anni dopo il re fece grazia agli altri condannati per i fatti di Alghero – e dicesi che la grazia fu ottenuta per intercessione dello storico algherese Barone Giuseppe Manno, Segretario intimo di Carlo Felice".

Nel 1822 fu posta a Cagliari la prima pietra al chilometro zero per la costruzione della Strada nazionale Cagliari/Sassari. La via ripercorreva il vecchio tracciato della strada romana che partiva da Karalis verso Tharros, fu ultimata nel 1829.

Dopo diversi interventi di ammodernamento del percorso e la congiunzione tra Sassari e Porto Torres dal 1935 assunse il nome del suo ideatore Carlo Felice (SS 131).

Nel 1823 si proibisce il matrimonio tra "impurberi" (minorenni) o tra un uomo adulto e una donna "impurbera" (minorenne), si proibiva ai notai di redigere atto di matrimonio se gli sposi non avevano l'età prevista.

Con il re Carlo Felice nel 1823/24 si decide di ricostruire il Palazzo Civico demolendo l'antica sede della Casa Comunale.

All'interno del nuovo palazzo si costruì anche il Teatro Civico.

Il vecchio edificio esisteva già al tempo degli Statuti nel 1294 nella Platha de Cotinas l'odierno Corso Vittorio Emanuele II che all'epoca (come oggi) era la strada principale del centro storico dove anticamente sino al 1844 per la festa dei Candelieri si svolgevano le corse dei cavalli. Per la sua bellezza ed eleganza in seguito fu chiamato Corso.

Con R. Decreto 23 giugno 1823 Carlo Felice introdusse nell'isola le scuole elementari pubbliche per l'insegnamento del leggere, dello scrivere, del conteggiare, della religione cristiana e della lavorazione dei campi. Sino allora, a Sassari esistevano già alcune scuole private gestite dai Padri Gesuiti come il Canopoleno e le Scuole Pie gestite dai Padri Scolopi.

Una scuola elementare fu in via San Carlo, una gestita dai Gesuiti nelle scuderie del Duca dell'Asinara davanti a Palazzo Ducale e in seguito un'altra scuola nelle scuderie del Palazzo Governativo vicino alla vecchia chiesa di Santa Caterina. La prima scuola pubblica nasce nella chiesetta dello Spirito Santo nella parrocchia di Sant'Apollinare e, come dice Enrico Costa nel suo libro "Sassari", era quasi un magazzino che prendeva luce dal portone e da una finestra chiusa da un'inferriata. Dato che la didattica era fatta quasi esclusivamente da ecclesiastici, in seguito con varie riforme sul sistema scolastico fu istituita la scuola Magistrale per la formazione di maestri e maestre abilitate all'insegnamento. A Sassari la scuola Normale nasce nel 1860 con le prime aule in una casa privata in via Arborea, la scuola Normale diventa Istituto Magistrale nel 1923.

Nel 1824 fu demolita la vecchia chiesa Santa Croce.

Questa chiesa si trovava vicino all'attuale Seminario annessa all'omonimo ospedale Santa Croce.

Si presume che sino al 1492 fosse adibita a Sinagoga per riti ebrei, cacciati gli ebrei da Sassari, fu riedificata e consacrata a chiesa cristiana dedicata alla Santa Croce.

Con il nome Santa Croce era conosciuta anche la Confraternita più antica di Sassari che dopo la cacciata degli ebrei si stabilirono nella vecchia chiesa di Santa Croce, la Confraternita, si chiama anche dei Disciplinanti o del Gonfalone.

Quando fu demolita la chiesa Santa Croce per ampliare il Seminario, nel 1826 si inizia anche la demolizione dell'ospedale annesso e la confraternita si trasferì presso la chiesa della Santissima Trinità, dove ancora oggi ha sede. Dopo l'affiliazione con l'Arciconfraternita del Gonfalone di Roma, il papa la elevò ad Arciconfraternita concedendo il privilegio dell'uso durante le processioni della Settimana Santa del Gonfalone (unico in città) che consiste in una specie di ombrello, decorato con strisce rosse e gialle e al diritto dell’esposizione del Santissimo durante le ultime Quaranta Ore. L'Arciconfraternita cura la processione della Via Crucis il Venerdì Santo preceduta dal tradizionale rito de S'Iscravamentu (la deposizione del Cristo dalla croce).

La veste dei suoi appartenenti consiste in una tunica bianca.

Durante il regno di Carlo Felice, nel 1826, grazie all'interessamento del marchese Vittorio Pilo Boyl s'iniziano i lavori per fornire Sassari d'illuminazione pubblica con fanali a olio dopo vent'anni dai primi che il Duca di Monferrato fece mettere in città.

Finalmente in alcune vie la notte si poteva vedere.

Curiosamente i fanali rimanevano spenti nelle notti di luna piena per risparmiare il costo dell'olio, in quei giorni rimanevano accesi solamente quelli che illuminavano le vecchie carceri di San Leonardo, che sorgeva nell'isolato tra piazza Tola, vicolo San Leonardo e via del Carmine, il Palazzo del Governo (il palazzo tra l'odierna piazza Azuni e Via Luzzati ex sede dell'Intendenza di Finanza) e il Palazzo di Città all'epoca in fase di ricostruzione nell'odierno Corso.

Per sopperire alle spese di questi lampioni, si aumentarono alcune tasse compresa quella chiamata Diritto di Porta che consisteva nel pagare un soldo per ogni rasiere di grano e sei denari per ogni rasiere d'orzo che entrava in città. Nel 1828 con atto Consolare si propone al Viceré di stabilire in tutta Sassari l’illuminazione notturna con fanali, mediante l'accrescimento del Dazio imposto sulla carne di maiale, capra e caprone per far fronte alla manutenzione dei fanali.

1826 inizia la ricostruzione del Palazzo Civico (Palazzo di città) nell'attuale Corso Vittorio Emanuele oggi Teatro Civico.

Nell'area occupata da questo edificio, sorgeva già al tempo degli statuti del 1294 il palazzo del comune che ospitava la sede del Consiglio che amministrava la città.

Il palazzo del comune era fatto con i classici portici dell'epoca (porticales) su due lati, alcuni sulla facciata della "plata de Cotinas" (l'odierno corso), e altri sulla facciata del "su campo dessa Corte dessu Comune", (odierna via Sebastiano Satta), la terza facciata era nella stretta "dell'orologio", il retro dava su un grande spazio adibito a cortile.

All'epoca degli statuti il palazzo era a un piano, il secondo fu aggiunto fra il 1593 e il 1596.

Questo palazzo è Stato demolito nel 1823 per far spazio al Teatro Civico.

Nel 1827 fu soppressa definitivamente la tortura e la fustigazione.

La tortura, in parte era stata già abolita da Vittorio Emanuele I nel 1821, Carlo Felice mantenne la Berlina cioè la pena che esponeva il condannato nella pubblica piazza alla vista del popolo con un cartello dove c'era scritto nome, cognome, domicilio la pena e il motivo della condanna.

Nel gennaio del 1827 moriva a Cagliari il sassarese Domenico Alberto Azuni giurista e magistrato. Sassari dedicò ad Azuni dopo la demolizione dell'antica chiesa di Santa Caterina e del vecchio Palazzo reale la piazza che ne risultò, nel 1862 inaugurò anche il monumento.

Nel 1827 fu benedetta la chiesetta di S. Leonardo di Bosue o Bosove oggi conosciuta come Santuario di Nostra Signora del latte Dolce.

Questa chiesa è la più antica di Sassari ed è legata alla storia del Giudicato di Torres.

La storia racconta che originariamente dove oggi conosciamo la chiesetta, c'era un fabbricato che ospitava i malati di lebbra, l'ospedale nacque per volere del Giudice di Torres Barisone II quando nel 1178 donò all'ospedale di San Leonardo di Stagno in Pisa la sua casa nel vecchio villaggio di Bosove per fare un lebbrosario, questi la tennero sino al 1257, l'ospedale in seguito fu gestito dalla Monache di Pisa che avevano nelle vicinanze un Monastero annesso alla loro chiesa dedicata a Santa Maria di Pisa.

Con questo nome in seguito fu chiamato il futuro quartiere.

Quando cessò la sua funzione di ospedale, il fabbricato fu abbandonato e invaso da sterpi di rovi e altri arbusti, fu utilizzato come riparo da persone senza dimora sino al 1825 quando un uomo cercando di fare un pò di pulizia scoprì un dipinto fatto in una parete, con l'immagine della Vergine e il Bambino Gesù.

Questo ritrovamento fu considerato dal popolo un miracolo, il fabbricato fu ristrutturato e adibito a chiesetta rurale e nel 1827 fu benedetta.

Questo dipinto considerato uno dei più antichi del suo genere nella nostra isola, raffigura la Vergine che allatta il Bambino Gesù, per questo motivo si chiamò Chiesa del Latte Dolce facendo dimenticare il nome antico che aveva l'ospedale dei lebbrosi San Leonardo.

Nel dipinto la Madonna e fra Santa Caterina e Santa Lucia.

Un fatto di coincidenza è che la stessa Madonna con il Bambino era raffigurata in un altro dipinto situato sull'altare della chiesetta di San Lazzaro appartenente a un altro Ospedale dei lebbrosi sorto dopo il 1600 verso San Pietro di Silki.

Nel 1827 fu demolita la vecchia chiesa di Santa Croce che esisteva vicino all'omonimo antico ospedale via Maddalena per allargare il Seminario.

La Confraternita della chiesa Santa Croce passò alla chiesa della Trinità vicino alla fontana del Rosello.

La chiesa della Trinità fu fondata dall'ordine dei Trinitari nel 1610, il primo sito dove fu costruita era a Monte Rosello dove rimasero circa venti anni (il sito è chiamato la Trinità Vecchia), nel 1640 fu concesso di edificare la chiesa con annesso il convento dove è attualmente, l'unica condizione che fu imposta fu quella che non avrebbero aperto finestre nel lato che si affacciava alla fontana.

La costruzione della chiesa fu ultimata nel 1729. Il convento fu demolito nel 1840.

Presso questa chiesa ha sede l'Arciconfraternita di Santa Croce e del Gonfalone e il gremio dei Macellai, (Mazziddaggi), il cui Candeliere si trova nella cappella di San Maurizio.

Nel 1829 a Sassari aprì una tipografia con il nome Stamperia della regia Università, non durò molto per la qualità scarsa delle stampe. Il titolare era Luigi Ramanzini.

A Sassari durante il regno di Carlo Alberto nel giorno di Pentecoste nel 1832 il Marchese di Putifigari Don Vittorio Pilo Boyl per porre rimedio al crescente numero di orfani e poveri nella città di Sassari, fonda un asilo per ospitare a sue spese sette orfanelle che con il tempo aumentarono di numero.

Nel gennaio del 1835 il Re concede all'istituto il titolo di Ente morale.

Il nome Figlie di Maria fu dato perché inizialmente le sette orfanelle erano come i sette dolori della Madonna Addolorata.

Nel 1911 il Regio Orfanotrofio acquista la Casa della Missione alle spalle della chiesa di sant'Agostino.

L'Istituto Figlie di Maria è una delle istituzioni più antiche della città.

Nel 1834 si iniziò la costruzione di due battelli a vapore da dare in dotazione alla Regia Marina per il trasporto di passeggeri, dispacci e merci "Tra i Reggi Stati di Terraferma e la Sardegna" i battelli adibiti alla rotta da Genova a Cagliari e Porto Torres erano il Gulnara varato nel 1835, e l'Ichnusa varato il 27 luglio 1837, le corse erano settimanali e facevano sei viaggi il mese. Nel 1854 furono aumentate le corse e dato il servizio in appalto alla società di navigazione Rubattino.

Nel 1834 fu ultimata la ricostruzione della chiesa di Santa Maria in Betlem.

Questa chiesa lo storico Vico la fa risalire al 1106 e fondata dal Giudice (Rex) Costantino di Torres con il nome di Santa Maria di Campulongu, dal nome del territorio che si estendeva dalla chiesa di San Pietro in Silki sino a porta Utzeri.

La chiesa fu donata ai monaci Benedettini.

Tra il 1420/1430 in quella Abazia si insediano i frati Francescani, il monastero e la chiesa iniziarono a subire importanti modifiche sia strutturali (ingrandita) che di stile.

Nel 1813 fu demolito il convento per ricostruirlo, furono lasciate solamente le mura esterne. Nel 1820 fu ricostruito il Cappellone ossia la grande volta che la contraddistingue, questa cupola i sassaresi la chiamano "la zimbòina".

Nel 1826 crollò il campanile e la chiesa fu restaurata dalle fondamenta per proteggerla dall'umidità, l'acqua che scorreva sotto la chiesa fu incanalata e fatta uscire nella fontana del Brigliadore che si trova nel cortile della chiesa per poi disperdersi nell'abbeveratoio dei cavalli oltre la piazza, i lavori terminarono nel 1834.

Santa Maria è una chiesa molto cara ai sassaresi, è la chiesa, dove i Candelieri terminano la discesa iniziata da Piazza Castello percorrendo Corso Vittorio Emanuele e il Corso Vico.

La chiesa è sede di vari Gremi cittadini, alcuni di loro sono titolari di candelieri che partecipano alla "Faradda“ e sono ospitati nelle cappelle dedicate ai loro santi protettori.

Cappella di N.S. della Salute per i Piccapietre, (Piccapiddreri), cappella di San Giuseppe per i Falegnami, (Masthri d'ascia), cappella di N.S. di Valverde per gli Ortolani, (Orthurani), cappella San Giovanni Battista per i Contadini, (Zappadori), cappella di N.S. di Monserrato per i Sarti, (Trapperi), cappella di N.S. degli Angeli per i Muratori, (Fabbriggamuri). Altri Gremi ormai estinti che hanno cappella in Santa Maria sono: Facchini (N.S. della Mercede), Conciatori (San Salvatore), Pastori (Santo Stefano prima San Rocco dopo il restauro della chiesa nel 1834).

Nel luglio del 1835 le orfanelle lasciano la vecchia casa affittata dal Marchese e traslocano nella nuova sede ricavata nell'ex convento dei Domenicani vicino alla chiesa della Madonna del Rosario, oggi in quello spazio sorge l'ufficio centrale delle Poste.
Nel luglio del 1921 l'orfanotrofio si trasferisce, dove adesso c'è la Fondazione Figlie di Maria in via Muroni.

Finalmente dopo tanti anni, fu accolta la richiesta avanzata dai rappresentanti dei Gremi di allargare la città oltre le mura, tra il 1835 e il 1844 s'iniziarono a demolire porte e muraglie avviando lo sviluppo della città verso l'esterno con le così chiamate "Appendici".

Fu in quegli anni che la città si sviluppò dalla Porta Castello a Porta Nuova, si progettò una piazza ottagonale, una piazza circolare, una nuova caserma, le nuove carceri, il nuovo ospedale, e la chiesa di San Giuseppe verso Piazza Campo di Marte (Piazza d'Armi).

Il progetto iniziale subì delle modifiche, la piazza ottagonale divenne quadrata (piazza d'Italia), la piazza circolare fu sospesa a metà dei lavori finendo per diventare un semicerchio (emiciclo Garibaldi), al posto di qualche isolato fabbricabile nacquero i giardini pubblici e si cambiò di posto la caserma che anziché in via Roma fu edificata in piazza Castello, l'ospedale Civile Santissima Annunziata in piazza Fiume.

Tra il 1835 e il 1844 fu demolita Porta Capu de villa (Porta Castello) dando così inizio allo sviluppo della città oltre le vecchie mura con un piano urbanistico programmato con le Appendici, la campagna oltre le mura fu frazionata in lotti, stavano per nascere eleganti palazzi e ville, compresi i palazzi di Bargone e Crispo che furono gli unici realizzati con i portici prima che fosse abolita la norma che prevedeva i portici in ogni nuova costruzione.

Nel 1835 il comune concesse in affitto ad Agostino Ardissòn un terreno davanti alla chiesa e convento dei frati Mercedari per impiantare due mulini per l'olio d'oliva, un mulino a pietra azionato da cavalli per la macinazione del grano, un mulino per l'olio di lino e una fabbrica di sapone. Lo stabilimento si chiamò San Paolo per via della vicina omonima chiesa.

Agostino Ardisson venne a Sassari con un fratello esperti costruttori di vasche e impianti di lavaggio delle sanse. Dopo che le fu concesso il terreno per impiantare il suo stabilimento, Agostino, propose al comune di Sassari di finanziare a sue spese un collettore fognario dove anziché nelle strade, dovevano confluire tutte le acque di lavaggio dei frantoi esistenti in città (circa 130), il collettore terminava nel suo stabilimento. Sapeva benissimo che in quel periodo la lavorazione delle olive era alquanto precaria e molto olio veniva perso insieme all'acqua. Tramite delle vasche di decantazione separando l'acqua, riuscì a recuperare tantissimo olio usato per produrre sapone o per le lampade o lampioni.

Nel 1835 aprì la tipografia di Checucci/Parodi gestita in seguito dal 1841 dal genero di Checucci con il nome di Stampatore Arcivescovile.

Il 14 ottobre 1836 nei terreni vicino alla chiesa di Santa Maria fu allestito il Cimitero provvisorio che funzionò per nove mesi sino al luglio 1837.

Nel 1836 nasce il primo Ufficio postale (Regia messaggeria) con Direzione di prima classe nel pianterreno del Palazzo Civico, (oggi Teatro Civico) con una finestra verso la via degli Scolopi, (oggi via Sebastiano Satta) dalla quale si distribuivano le lettere.

In seguito l'Ufficio postale fu traslocato in Via S. Caterina, verso la Piazzetta del Duca, poi nel Palazzo delle Finanze, in Piazza Azuni nel 1890, nella casa Frassetto in via Cavour e nei locali del Palazzo Provinciale prima di trovare definitivamente sistemazione dove è adesso in via Brigata Sassari dal 1928.

Nel 1837 la corrispondenza in Sardegna era garantita tramite corrieri in diligenza.

Tra Cagliari, Sassari, Porto Torres, e viceversa, la corsa fu stabilita due volte la settimana. Da Sassari, si partiva ogni Martedì e Sabato alle ore 4 di sera; gli arrivi da Cagliari erano ogni Lunedì e Giovedì alle ore 8 di mattina.

1836/37 Reggio Decreto che autorizzava l'espansione della città oltre le vecchie Muraglie, da questo periodo si iniziarono ad abbattere alcune case vecchie e costruirne delle nuove molto signorili e belle, di solito appartenevano chiaramente a persone agiate e benestanti. In pratica il piano di espansione della città nelle così dette appendici, prevedeva delle isole (isolati) per espandere la città in modo razionale e moderno.

Nel luglio del 1837 fu inaugurata la parte più antica del Cimitero Monumentale.

Il terreno dove nacque il primo settore del cimitero chiamato in seguito "Monumentale", apparteneva dal 1633 ai frati Mercedari, erano terreni adibiti a orto di pertinenza del loro convento e della chiesa di San Paolo. La zona era conosciuta come Calamaxiu.

Cessava la sepoltura nel cimitero provvisorio di Santa Maria.

A poca distanza dalla chiesa ancora oggi c'è l'ingresso al camposanto. Con il tempo il cimitero s'ingrandì con altri settori, oggi arriva ai confini della Zona Industriale di Predda Niedda.

L'ingresso al cimitero da viale Porto Torres fu aperto nel 1950.

La chiesa di San Paolo edificata nel 1311 esiste ancora anche se non più utilizzata.

Dal 1856 nel piazzale antistante alla chiesa sino all'ultima esecuzione pubblica del 1869 furono issate le forche per i condannati alla pena capitale.

Nel 1840 Carlo Alberto abolisce ufficialmente in tutto il territorio dell'isola, il feudalesimo imposto dagli aragonesi dal 1323.

Nel 1840 costruzione del primo mulino a vento per la macina del grano, non funzionò per un errore di progettazione, alla zona rimase il nome di "Mulino a vento" dove c'è l'attuale caserma dei Vigili del fuoco Piazza Conte di Moriana.

Nel 1842 Porto Torres da borgata appartenente al comune di Sassari, ottiene l'autonomia amministrativa.

Nel 1842 nella biforcazione tra via Brigata Sassari e via Cagliari fu costruito il Palazzo Tavolara proprio di fronte, dove c'era il rifugio delle orfanelle chiamate "Figlie di Maria" per opera di don Pilo Boyl. Nell'area del rifugio delle orfanelle nel 1828, fu costruito l'imponente palazzo delle poste e telegrafi.

Nel 1843 fu posta la prima pietra per la costruzione dell'Ospedale civile nell'odierna piazza Fiume, doveva sostituire quello che si trovava all'inizio di via Maddalena confinante con l'Episcopato che si chiamava ospedale Santa Croce. Il nuovo Ospedale Civile, prese il nome di Santissima Annunziata perché nel vecchio ospedale Santa Croce c'era una Cappella chiamata: dell'Annunziata. Il nuovo Ospedale Civile fu una delle prime costruzioni che si edificarono nelle così dette Appendici create quando si diede la possibilità di edificare oltre le vecchie muraglie che pian piano venivano abbattute. Via Maddalena prese questo nome perché nell'Ospedale Santa Croce insieme alla cappella dell'Annunziata c'era la Cappella della Maddalena.

Dal 1849 iniziò la cura dei malati.

Nel 1843 stampava a Sassari la famosa tipografia di Chiarella e Ciceri.

Giacomo Chiarella era il direttore tipografico e Ciceri libraio, subito dopo l'azienda divenne Tipografia Giacomo Chiarella.

Una volta morto il titolare, gli eredi vendettero la tipografia a Giò Maria Bajardo nativo di Castelsardo un tempo proprietario di una tipografia a La Maddalena.

La vendita fu nel 1921 e per un periodo mantenne il cognome del vecchio proprietario diventando Tipografia Giacomo Chiarella di Bajardo.

L'azienda fu in seguito gestita dai figli e dai nipoti.

L'attività della Tipografia Bajardo fu iniziata al Corso Vittorio Emanuele, proseguì in via Cesare Battisti fino al 1964, e nell'ex falegnameria Clemente di via Carmelo, dove cessò l'attività nel 2002.

Dal 1848 s'inizia a ideare gli attuali giardini pubblici (i "giardinetti "come sono chiamati ancora oggi). La prima porzione è un piccolo viale alberato da Torre tonda a viale Mancini (oggi via Tavolara) dove nel 1866 alle due estremità del viale furono collocati i busti di Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso (oggi non esistono più).

Nel 1862 nasce il giardino di fronte all'edificio dell'Università, da Porta nuova alla Torre tonda, che all'epoca era un avvallamento coltivato a orti, in questo settore nel 1869 furono costruite due fontane, la prima a forma circolare con zampillo centrale e ringhiera, con attorno le statue raffiguranti le quattro stagioni.

La seconda, quella che in seguito l'Arcivescovo di Sassari monsignor Mazzotti abbellì nel 1948 con la statua di San Francesco.

I giardini si allargano con un secondo settore da via Tavolara sino all'emiciclo Garibaldi, in questo settore fu costruita nel 1960 una grande pista in cemento di forma circolare, in seguito fu ideato un laghetto artificiale infine un bel parco giochi.

All'interno di questo settore nel 1956 fu edificato il Padiglione dell'artigianato intitolato a Eugenio Tavolara, dove alla base di questo edificio esisteva anche un laghetto artificiale dove un periodo ci furono dei cigni.

Nel terzo settore dall'emiciclo Garibaldi andando verso piazza d'Armi, oggi c'è il terminal della metropolitana di superficie e una parte adibita a parcheggi.

Adesso i giardini hanno un'estensione di circa trentamila metri quadrati.

Nel 1848 fu riedificata la chiesa antica di San Sisto.

Anche questa chiesa, esisteva nel 1278 quando fu elevata a parrocchia, nel 1838 fu demolita per le sue condizioni precarie e riedificate completamente.

Nel 1848 fu abbandonava al proprio destino la chiesa di San Giuseppe annessa all'Università. Questa chiesa era stata edificata nel 1625 con funzione di cappella.

Nel 1848 furono espulsi da Sassari i frati della Compagnia di Gesù (Gesuiti).

I Gesuiti giunsero a Sassari nel 1559 e fondarono il Collegio Massimo di S. Giuseppe (l'attuale Università), nel 1579 iniziarono la costruzione della chiesa Gesù Maria e della Casa Professa (ex Canopoleno). Diventando una compagnia religiosa molto potente e influente, molti stati chiesero la loro espulsione dai loro territori e la soppressione dell'ordine che il papa Clemente XIV nel 1770 effettuò.

La Compagnia fu ristabilita nel 1814 da papa Pio VII. Il re Carlo Felice nel 1825 li ripristinò anche a Sassari su richiesta del municipio.

La loro definitiva cacciata dalla città fu voluta dalla popolazione in particolare dagli studenti universitari che non li volevano più come insegnanti anche per il motivo che i religiosi contestavano apertamente le riforme volute da Carlo Alberto con il suo Statuto.

Oltre che da Sassari furono espulsi da Cagliari e da tutta la Sardegna.

Continua alla terza parte