Sassari piemontese (dal 1720 al 1796) Prima parte-Associazione la Settima

Sassari piemontese


Sassari piemontese (dal 1720 al 1796) 

 

Dopo l'occupazione spagnola terminata nel 1713, la Sardegna per quattro anni è governata dagli Asburgo d'Austria sin quando la corona spagnola riconquista l'isola per un breve periodo.

Nel 1720 dopo il trattato di Londra stipulato nel 1718, la nostra isola fu al centro di uno scambio, anziché la Sicilia come stabilito dal precedente trattato del 1706, fu la Sardegna a essere concessa ai Savoia.
 

I Savoia

La Savoia è una regione storica delle Alpi Occidentali appartenente alla Francia.

Dagli inizi dell'anno 1000 la Savoia era sotto il potere politico di Umberto Biancamano, capostipite del Casato.

Nel 1032 l'imperatore del Sacro Romano Impero Corrado II detto, il Salico, conferì a Umberto Biancamano il titolo di conte di Moriana (dal nome di una vallata del dipartimento della Savoia).

Per estendere i suoi territori, Umberto fece sposare suo figlio Oddone con Adelaide la figlia del marchese Olderico Manfredi II in questo modo i Savoia iniziarono a estendersi anche in Piemonte.

Da signoria divenne contea e nel 1416 fu eretta a ducato diventando Ducato di Savoia riuscendo a mantenere la sua autonomia.

Con il nome della regione Savoia, fu chiamata una Dinastia (o Casato) che ebbe i possedimenti in quella parte della Francia che, con l'aggiunta di altri territori formarono in seguito quello che poi divenne lo Stato sabaudo con chiaro riferimento ai Savoia.

La capitale era la cittadina francese di Chambéry che nel 1563 il duca Emanuele Filiberto di Savoia sposta a Torino.

Gli eredi del Casato, oltre al titolo di duca di Savoia presero i titoli che avevano acquisito con varie successioni ereditarie.

Dopo alterne vicende a seguito di guerre, trattati, varie alleanze, il Casato ottiene la concessione di altri territori, nel 1706 ricevette il controllo della Sicilia con il relativo titolo regio, nel 1720 quel trattato fu rivisto e anziché la Sicilia Vittorio Amedeo II di Savoia ricevette il Regno di Sardegna diventando di conseguenza re.

In ordine cronologico diventava il diciassettesimo sovrano considerando nel conteggio solo quelli aragonesi e spagnoli ed escludendo i giudici (Rex) che governarono durante il periodo dei giudicati.

Vittorio Amedeo II regnò dal 1720 al 1730.

Il regno di Sardegna era stato creato nel 1297 da papa Bonifacio VIII con il nome di Regnum Sardiniae et Corsicae, nel 1479 sotto il controllo della Corona d'Aragona era nominato Regno di Sardegna confermato nel 1516 con la Corona di Spagna.

Quando nel 1720 l'isola fu data ai Savoia, inizialmente la dicitura Regno di Sardegna riguardava solo l'isola, gli altri stati appartenenti ai Savoia, erano definiti "Stati della terraferma", avevano in comune chi li governava, per i sardi aveva il titolo di re, per i piemontesi quello di principe, duca per i sabaudi, marchese, barone, conte o signore per altri, in poche parole in ogni parte dei territori da loro controllati si fregiava del titolo che le competeva.

Per indicare l'insieme degli stati governati dai Savoia, si diceva, gli "Stati del re di Sardegna".

Deluso per lo scambio avvenuto considerando il valore della Sardegna inferiore alla Sicilia,

Vittorio Amedeo II si disinteressò del regno, nei primi anni di governo permise che si continuassero l'utilizzo della lingua e le tradizioni spagnole.

Si mantennero anche tutti i privilegi che la borghesia aveva acquisito con gli spagnoli.

Purtroppo in Sardegna si viveva uno stato di povertà e arretratezza, il crescente dilagare del fenomeno del banditismo e dell'abigeato, spinse il re a cercare uno scambio con qualche altro possedimento, non riuscendoci decise di porre fine al banditismo mandando un esercito di uomini per il controllo del territorio, questo si trasformò in un'azione repressiva nei confronti di tutti con arresti e perquisizioni di massa.

Questi fatti ottengono l'opposto di quello sperato, la popolazione si alleava con i banditi perché erano gli unici che li difendevano dalla miseria.

Il clero e la nobiltà facevano ciò che volevano, erano al comando delle città con soprusi e arresti a loro piacimento, così a Sassari così in tutta l'isola.

Non riuscendo più a controllare la situazione abdicò in favore del figlio Carlo Emanuele III che inizia il suo regno nel 1730.
 

Carlo Emanuele III regnò dal 1730 al 1773.

È con Carlo Emanuele III che la Sardegna è considerata non più come terra di conquista e sfruttamento ma una parte del Regno. 
Uno dei primi atti del suo governo, fu quello di concedere come feudo l'isola degli Sparvieri a dei pescatori liguri che si erano stanziati in una cittadina della Tunisia. Questi pescatori, stanchi di subire maltrattamenti, si rivolsero al re affinché le concedesse un posto sicuro per il loro commercio nel Mediterraneo, il re le diede un'isola disabitata che in seguito fu chiamata l'Isola di San Pietro dove fondarono in suo onore la città di Carloforte (1737/38).

Nel 1770 un altro gruppo di pescatori colonizzò l'isola di Sant'Antioco fondando la città di Calasetta.

Carlo Emanuele III introdusse gradatamente l'utilizzo della lingua italiana nelle scuole sarde abbandonando quella spagnola molto usata e parlata ancora dal popolo, riformò le Università di Sassari e Cagliari.

Istituì in Sardegna i Monti Frumentari, dove si permetteva ai contadini di accedere alle sementi per la semina a basso costo o alla loro restituzione dopo il raccolto, questo per evitare che per la povertà i contadini usassero come pasto le sementi che dovevano seminare o cadere in mano agli usurai.

Carlo Emanuele morì il 19 febbraio del 1773 gli succedette il primogenito Vittorio Amedeo.

Vittorio Amedeo III regnò dal 1773 al 1796.

Nel 1773 sale al trono Vittorio Amedeo III di Savoia, dopo diverso tempo di pace, il popolo sardo si ribella per la continua pressione fiscale sempre più esasperata, nel 1783 sfociano nei moti antifeudali e antipiemontesi.

L'eco della Rivoluzione francese del 1789 spinge ancora di più a una lotta contro gli interessi feudali, le proteste sono represse con la forza, s'impongono altre tasse e gabelle.

Nel 1780 durante il regno di Vittorio Amedeo III con un editto furono istituiti i Monti Nummari. L'istituto del monte era finalizzato a prestare soldi agli agricoltori a tassi agevolati per l'acquisto di arnesi e animali da lavoro.

I monti rimasero in funzione sino al 1851, quando furono sostituiti dai Monti di soccorso e rinominati, nel 1924, Casse comunali di credito agrario.

Nel 1780 il popolo sassarese insorge contro il Governatore, i tumulti purtroppo causarono la distruzione di arredi e documenti conservati nella Casa Comunale, contro i rivoltosi, s'istruì un processo sommario e furono condannati, i capi furono impiccati e le loro teste tagliate esposte in "Pozzu di rena" (verso l'Emiciclo Garibaldi) dove c'era un patibolo.

Nel 1793 la Francia cercò di invadere la Sardegna, la flotta francese bombardò Cagliari e la Maddalena senza riuscire a conquistare territori, anche a Sassari si realizzò una resistenza.

Lo Stamento militare (di cui abbiamo parlato durante il periodo aragonese), si autoconvocò per meglio organizzare la difesa, si approntò un esercito di volontari reclutati nei villaggi, si riunirono anche gli altri due Stamenti, quello ecclesiastico e quello civile. Grazie a quelle lotte, la Sardegna fu una delle poche regioni europee a non essere conquistata dai francesi.

Il re volle premiare la valorosa difesa dell'isola, elargendo doni e onorificenze, fu in quell'occasione che i rappresentanti degli stamenti formularono le famose cinque domande al re, a tal fine si organizzò una delegazione che andò a incontrarlo.

Tra le altre cose chiedevano che il Parlamento sardo (gli Stamenti), fossero convocati come ai tempi degli aragonesi/spagnoli, che fosse creato a Torino un Ministero per gli affari sardi e a Cagliari un Consiglio di stato, che fossero confermati gli antichi privilegi di cui molti disponevano e l'assegnazione ai sardi impieghi pubblici di governo sia in campo ecclesiastico civile e militare, escluse la nomina delle più alte cariche come il viceré.

Per tutta risposta ottennero solo promesse e nulla di fatto.

Il Ministro dietro consiglio del viceré di Sardegna, respinse le richieste non riconoscendo gli Stamenti che rappresentavano il popolo sardo, questo motivo insieme al mancato compenso ai volontari che avevano partecipato alla difesa contro i francesi, alle alte tasse imposte, alla corruzione dei funzionari finì con esasperare il malcontento verso i piemontesi che con atteggiamenti sempre più arroganti, indisponevano i sardi.

Nonostante il re avesse accettato la richiesta di nominare funzionari cittadini sardi a ricoprire cariche importanti, di fatto questa nomina sollevò l'ira degli Stamenti perché ancora una volta non erano stati interpellati sui nomi da scegliere.

Il ventotto aprile del 1794 a seguito di arresti d'alcuni capi popolo, inizia la rivota della popolazione cagliaritana conosciuta come i "Moti rivoluzionari sardi" o "Vespri sardi", lo stesso movimento popolare si estese a Sassari e Alghero.

Oltre ai movimenti delle grandi città in tutti i paesi si organizzarono tumulti antifeudali.

Proprio il feudalesimo era ritenuto una causa dell'arretratezza della Sardegna.

A parte le città regie (che sin dal periodo spagnolo erano esentare dal pagare i tributi ai feudatari), i cittadini più colpiti erano quelli che vivevano nelle campagne. 
Gli agricoltori dovevano versare il quinto del seminato, i pastori dovevano versare un capo di bestiame ogni dieci bestie possedute, ogni capo famiglia oltre ai vari tributi doveva pagare al feudatario una parte degli animali posseduti e un reale.

Questa situazione insostenibile generò insurrezioni popolari sempre più numerose e violente.

Tra il 1795/96 per sedare i tumulti, il viceré affidò l'incarico a Giovanni Maria Angioy il quale, però, acclamato dalla popolazione come un liberatore nel 1796 si mise a capo del movimento rivoluzionario in una marcia su Cagliari.

Durante la marcia Angioy, ingaggiò numerosi scontri contro schiere di popolani sobillati da ricchi proprietari, il viceré fece partire da Cagliari un esercito alla volta di Oristano per fermarlo.

Purtroppo come spesso accade, i suoi più stretti collaboratori impauriti delle conseguenze di quella ribellione, ingolositi dalle promesse di facili guadagni e incarichi di prestigio, lo abbandonarono, Angioy fu rimosso dall'incarico e su di lui fu posta una taglia di ricercato.

Deluso e amareggiato tornò a Sassari e aiutato dai più fedeli sostenitori da Porto Torres, si imbarcò per Livorno, abbandonando per sempre la Sardegna, morì in miseria a Parigi nel 1808.

Molti suoi collaboratori accusati di cospirazione contro il re riuscirono a fuggire all'estero molti altri arrestati e altri giustiziati.

Gli ideali di Angioy erano l'abolizione del feudalismo e la creazione di uno stato sardo indipendente.

Durante le lotte del 1794 il magistrato ozierese Francesco Ignazio Mannu, compose in lingua sarda quello che in seguito diventerà l'inno del popolo sardo contro l'arroganza, il sopruso e la tirannia dei governi feudali a favore dell'indipendentismo, l'uguaglianza e la libertà dell'uomo.

Fu stampato clandestinamente e diffuso in Sardegna.

Il titolo originale è "Su patriottu sardu a sos feudatarios" comunemente conosciuto come "Procurad'e moderade, Barones sa tirannia" che sono le prime parole delle quarantasette strofe che lo compongono.

A ricordo di queste insurrezioni popolari dal 1993 il Consiglio Regionale istituì ogni ventotto aprile di ogni anno, la festa del popolo sardo "Sa die de sa sardigna", nel 2018 è stato dichiarato l'inno ufficiale della Sardegna.

Vittorio Amedeo III regnò dal 1773 al 1796 quando gli succedette il figlio con il nome di Carlo Emanuele IV.
 

Sassari dal 1713 al 1796

Nel 1712 fu inaugurato il Collegio Convitto Canopoleno (chiamato anche Casa Professa) in piazza Santa Caterina. Il collegio esisteva già dal 1611 quando fu fondato dal Gesuita e Arcivescovo di Oristano Antonio Canopolo per ospitare i seminaristi.

La gestione fu affidata ai Gesuiti che la tennero sino al 1773 anno in cui l'ordine fu sciolto dal papa Clemente XIV. Fu riaperto quindici anni dopo, nel 1788, per ordine del sovrano Vittorio Amedeo III e affidato al Preside del Collegio, prof. Giuseppe Pinna. Nel 1824 i Padri Gesuiti, grazie alla Bolla pontificia di Pio VIII, ricostituirono l’ordine e tornarono a governare la scuola sino al 1848 quando furono allontanati definitivamente da Sassari.

Nel 1715 come già detto nel capitolo della Sassari spagnola, si presume che sia stata ultimata la facciata del Duomo, questa data è incisa nella parte bassa sopra l'arco d'ingresso, dove c'è scolpito lo stemma della Chiesa Turritana (una torre con le insegne Arcivescovili) e le parole Fiat Pax Anno Domini 1715.

Nella facciata in stile barocco sulla sommità c'è il mezzo busto di Dio.

Sotto, dentro una nicchia, la statua di San Nicola Vescovo di Mira, al quale la chiesa è dedicata.

Sotto la statua di San Nicola, nel secondo reparto, un bassorilievo rappresentante in mezzo busto la Vergine del Bosco col Bambino e due angeli che la incoronano.

Nella parte bassa della facciata ci sono le nicchie con le statue dei Martiri Turritani: San Gavino, Proto ritenuto il secondo Vescovo Turritano, e a sinistra Gianuario diacono.

I martiri sono venerati come i titolari della Chiesa Turritana, dopo la traslazione della sede da Porto Torres a Sassari.

Sull'arco centrale sotto la statua di San Gavino il citato bassorilievo e la data 1715.

Il nome più antico della chiesa rilevato dai documenti come il Condaghe di San Pietro in Silki si capisce che già nel 1113 era chiamata "Sanctu Nicolai de Thathari".

Sempre dai documenti si rileva che la chiesa in diversi momenti della sua storia fu chiamata anche Madonna del Bosco o Nostra Signora del Popolo.

Il nome Vergine o Madonna del Bosco deriverebbe dal fatto che, dove si edificò la piccola chiesa (diventata in seguito la cattedrale), in origine c'era un bosco di ginepri in mezzo al quale è stata trovata l'effige della Madonna.
Nel 1722 un grosso incendio danneggiò la chiesetta della Vergine del Regno, i ruderi del fabbricato e della chiesetta erano ancora visibili nel 1759, in seguito vurono venduti a privati e abbattuti.

Questa chiesa rurale esisteva vicino a San Pietro in Silki nella zona che ancora oggi conserva il nome di "Lu Regnu" che al tempo del Giudicato di Torres era la residenza dei Giudici.

Il nome della chiesa deriva proprio dal fatto che era identificato come il punto centrale de "il Regno".

Annesso alla chiesa della Vergine del Regno, c'era il vecchio ospedale per la cura dei lebbrosi, chiamato Ospizio di San Lazzaro che nel 1673, anni prima che l'incendio danneggiasse la chiesa, fu soppresso e associato al vecchio Ospedale di S. Croce che esisteva vicino all'Episcopato in via Maddalena.

Nel 1728 in ordine cronologico nasce a Sassari la quarta tipografia per le stampe. Questa tipografia di Giuseppe Centolani e di Simone Polo fu eretta quando si chiuse quella del convento dei Servi di Maria.

Nel 1739 per agevolare il commercio e la corrispondenza nell'isola, nasceva l'Ufficio postale (chiamato anche Banco), il servizio era svolto tramite corrieri, una volta la settimana. Nel 1767 il servizio fu esteso anche al continente con tre corse il mese.

Nel 1758 fu demolita la chiesa dello Spirito Santo.

Quest'umile chiesa esisteva già da molto tempo forse dal 1620 nel tratto di strada che va da Porta Utzeri a via Maddalena quando fu concessa dall'Arcivescovo alla Confraternita del Rosario, composta per massima parte da commercianti genovesi e corsi. Uno di loro un certo Andrea Vico Guidoni di origine corsa, non soddisfatto per quella scelta considerando la chiesa poco adatta alla Confraternita, costruì a sue spese la chiesa di Sant'Andrea ancora oggi esistente al Corso Vittorio Emanuele II, e donata alla Confraternita del Santissimo Sacramento.

Nel 1759 si completa la facciata della chiesa della Madonna del Rosario ancora oggi visibile, anche se parzialmente coperta dal primo grattacielo che nel 1955 fu iniziato a costruire a Sassari.

La chiesa fu edificata insieme al convento a ridosso della cinta muraria che conduceva da Torre Tonda verso Porta Castello nel 1633 per opera dei frati Domenicani già da qualche tempo, presenti a Sassari nel convento e chiesa esistente fuori le mura con il nome di San Sebastiano (il carcere di via Roma prese il nome da questa chiesa).

Nel 1653 la chiesa fu ricostruita totalmente e ampliata assumendo la forma attuale. Soltanto nel 1759 con il completamento della facciata si terminarono i lavori.

In questa chiesa avviene la benedizione dei candelieri prima della "Faradda".

Nel 1834 i frati andarono via e il convento (dove oggi c'è l'Ufficio Centrale delle Poste) ospitò l'orfanotrofio voluto dal marchese Pilo Boyl.

Nel 1759 fu demolita la chiesa intitolata a Nostra Signora della Misericordia. Questa chiesa si trovava tra la Porta Sant'Antonio e Via Lamarmora.

Nel 1759 soppressa la chiesetta Nostra Signora di Loreto esistente vicino alla Porta Rosello davanti alla chiesa della Trinità, all'epoca fu adibita a Corpo di guardia.

Ancora oggi si vedono alcuni tratti che fanno capire l'esistenza di questa chiesa esistente già nel 1545. Oggi in quei locali c'è un bar.

Nel 1759 fu soppressa anche la quarta chiesa che esisteva vicino alle porte della città, si chiamava Santu Bainzeddu e si trovava tra la Porta Castello e il vecchio Orfanotrofio (oggi Poste centrali).

Nel 1765 il Convento dei Carmelitani fuori le mura, con un Regio Decreto, fu aggregato a quello esistente all'interno della città.

Per molto tempo a Sassari esistevano due chiese del Carmelo con relativi conventi, la prima, quella del 1610 era una chiesetta rurale edificata verso l'attuale Piazza D'Armi dove per un periodo s'innalzavano le forche, era conosciuta come la chiesa del Carmine extra muros o del Carmine vecchio. La seconda chiesa (intra muros) anche questa dedicata a Nostra Signora del Carmelo edificata nel 1637.

Nei pressi della chiesa quando furono iniziate ad abbattere le muraglie, fu aperto un portico verso viale Umberto che mise in comunicazione la parte vecchia della città con la parte nuova.

Quando i frati si trasferirono all'interno della città, l'Arcivescovo dell'epoca fece sopprimere la chiesa e convento del Carmine vecchio, una parte di quei ruderi sono ancora visibili nell'area dell'ex orto botanico al Meridda.

Il 4 gennaio 1766 dopo il restauro voluto dal governo sabaudo, ci fu l'apertura dell’Università di Sassari.

Nel 1767 fu istituito con Regio Decreto i Monti Frumentari (o Granatici).

Lo scopo di questa istituzione era di permettere ai contadini ad accedere alle sementi del grano e orzo per la semina a prestito o a interesse molto basso, l'obiettivo era sottrarre i contadini agli usurai e incoraggiare l'agricoltura.

Ogni Monte era amministrato da personale ecclesiastico, questo fatto era necessario perché tra il personale civile era ancora troppo alto il tasso dell'analfabetismo.

Nel 1773 nasceva la tipografia di Giuseppe Piattoli venuto da Firenze, s'iniziava ad avere un'ottima qualità di stampa. La tipografia lavorò sino al 1788.

Secondo alcune notizie storiche si dice che questo tipografo fu in combutta con il Governatore dell'epoca che lo nominò responsabile dell'approvvigionamento del grano per sopperire alla scarsa riserva nei magazzeni della Frumentaria. Il grano fu acquistato a caro prezzo a Livorno in quantità inferiore alle necessità e di scarsa qualità. Questo fatto insieme con altre provocazioni fu alla base della sommossa popolare che scaturì il 23e il 24 aprile del 1780 come diremo a suo tempo.

Nel 1774 ci fu un furto nel Duomo di Sassari che ammontava a più di seimila scudi.

Fu rubato tutto l’oro della Vergine Assunta, e 200 scudi in denaro.

Dal 1775 al 1805 costruzione del palazzo del Duca dell'Asinara.

Questo palazzo conosciuto come Palazzo Ducale è stato in periodi diversi sede della Prefettura e dell'Amministrazione provinciale, oggi è sede del Municipio di Sassari dal 1878.
 

Da molto tempo i Sassaresi chiedevano ai governanti di poter estendere la città oltre le mura.

Questa richiesta fu sempre respinta perché andava contro gli interessi dei proprietari delle case che guadagnavano con l'affitto.

Anche nel 1793 quando re di Sardegna era Vittorio Amedeo III alcuni rappresentanti dei cittadini, inviarono un'altra richiesta al sovrano nella quale chiedevano di poter estendere la città lamentando che si viveva in uno spazio molto ristretto e non c'era più possibilità di edificare anzi, si era costretti per mancanza di abitazioni vivere nei sotterranei o più persone in una camera.

Ponevano l'accento alla mancanza d'igiene pubblica responsabile e veicolo di tante malattie tanto che Sassari era chiamata "la città delle pesti".

La risposta a questa richiesta ancora una volta fu negativa con le seguenti motivazioni che Enrico Costa riassume così nel libro "Sassari"al capitolo Sobborghi e Appendici:

1) Essendo la popolazione cresciuta da quindici anni a questa parte, non vi è ragione di fabbricare fuori città, perchè dentro le mura vi è luogo abbastanza; altrimenti si spopolerebbe l'interno per popolare l'esterno, con grave e irreparabile danno dei Monasteri, ed anche del Capitolo, consistendo la maggior parte dei loro redditi in quelle case terrene e in quei palazzotti. Oltretutto, restando le case vuote, queste servirebbero giorno e notte di nascondiglio ai birbi e male intenzionati, dei quali purtroppo abbonda questa città (?).

2) I furti crescerebbero a dismisura nelle vigne, giardini e oliveti.

L'essere chiusi in città, serve di contegno ai birbi, mentre fuori di essa avrebbero tutta la libertà di andare e tornare di notte a loro arbitrio;

3) Tutto il terreno intorno alla città era occupato da orti; e siccome i proprietari ne tirano grossi affitti, li venderebbero a troppo caro prezzo; e così i poveri non otterrebbero il desiderato fine.

Da quindici anni in qua sono oltremodo cresciuti i fitti delle case signorili di Sassari, non però quelli delle case e palazzotti di S. Nicola, S. Donato e S. Apollinare, che si trovano in brutte vie.

«Se poi crescesse ancora la popolazione (termina la lettera) si potrebbero avere case comode anche dentro città, mettendo in esecuzione le R. Prammatiche le quali prescrivono che i proprietari di case basse debbano venderle a coloro che vogliono fabbricare case alte, e da ciò risulterebbe l'abbellimento della città, perchè essendo basse la maggior parte delle case situate nelle parrocchie di San Nicola, San Donato e di Sant'Apollinare, esse sembrano un villaggio!».

Il Governo vinse... e i poveri lavoratori tornarono al loro covo, sperando, o aspettando tempi migliori.

Nel 1795 dopo i motti rivoluzionari sardi con la lotta contro il feudalismo, impauriti della reazione dei sassaresi, quando i loro rappresentanti fecero la medesima richiesta di poter allargare la città verso l'esterno delle mura, questa volta accettarono che si poteva edificare tra il colle dei Cappuccini e la valle del Rosello verso la chiesa della Trinità, furono imposte le seguenti condizioni:

1) Chiunque domanda di fabbricare una casa, dovrà sottostare all'obbligo, verso la Città, di costruirla entro l'anno.

2) Non sarà lecito a chiunque di fabbricare, fino a che non si abbia un numero d'iscritti, non minore di quaranta o cinquanta capi di famiglia per formare un'Appendice.

3) Nessuno potrà fabbricare a capriccio, ma attenersi all'allineamento, direzione e distanza che sarà indicata dall'architetto.

4) Le case dovranno essere costrutte di pietra pulita, e imbiancata al di fuori, a guisa di case basse o di palazzotti, secondo il genio e le forze di ciascuno.

5) Nessuna casa potrà avere cortile a fianco, di dietro, o davanti.

6) Gli abitanti dei sobborghi dovranno sottostare a tutti i pesi e ai benefici di quelli dell'interno della città.

Purtroppo con la morte di Angioj e l'impiccagione di tutti i capi popolo che avevano partecipato alle lotte contro i baroni, gli aristocratici e parte del clero, presero il soppravvento e dell'allargamento della città oltre le mura non se ne fece niente, rimase tutto così per molti anni ancora.

Nel 1780 a Sassari ci fu una grave carestia determinata da un cattivo raccolto e da un inverno molto rigido dell'anno precedente. Come si legge in un articolo pubblicato nel 1992 sul quotidiano "La Nuova Sardegna" a firma di Eugenia Tognotti in una rubrica curata da Manlio Brigaglia, la ribellione popolare del 23 e 24 aprile dopo mesi di malcontento per la mancanza di viveri, si manifestò con l'assalto del palazzo della Frumentaria, l'assalto del palazzo Civico e quello del governatore. Responsabili di questa rivolta furono tutti coloro che per interessi personali e per speculazione avevano fatto lievitare il costo eccessivo del grano per produrre il pane che cominciò a scarseggiare. Quando la rivolta fu sedata, otto persone giudicate tra i capi della rivolta furono impiccate davanti al Palazzo civico, il boia staccò le teste e le espose a monito per eventuali altre sommosse.

La sommossa fu conosciuta come: "La rivolta del grano".

Nel 1790 fu distrutta completamente la chiesa rurale di San Lazzaro.

Questa chiesa era tra porta Utzeri e San Pietro di Silki.

Nel 1795 Antonio Azzati aprì un'altra tipografia che ebbe l'incarico di stampare i libri scolastici. Alla sua morte nel 1820 le succedete la moglie e i figli sino a quando nel 1839 divenne Tipografia civica Luigi Azzati.


Continua nella seconda parte