Sassari piemontese (dal 1720 al 1796) Prima parte-Associazione la Settima

Sassari piemontese


Sassari piemontese (dal 1720 al 1796) Prima parte




Dopo l'occupazione spagnola terminata nel 1713, la Sardegna per quattro anni è governata dagli Asburgo d'Austria sin quando la corona spagnola, la riconquista per un breve periodo.

Nel 1720 dopo il trattato di Londra stipulato nel 1718, la Sardegna fu al centro di uno scambio, anziché la Sicilia come stabilito in un precedente trattato del 1713, fu la Sardegna a venire concessa ai Savoia.

Savoia era una vallata ai confini della Francia, fu data nel 1032 dall'imperatore Corrado II al capostipite della dinastia Umberto Biancamano la Signoria di quei territori, la contea fu eretta a Ducato riuscendo a mantenere i suoi territori e la sua autonomia.

Gli eredi presero il titolo di duca di Savoia oltre ai titoli che avevano conservato in varie successioni ereditarie.

La capitale è spostata da Chambery a Torino nel 1563.

Inizialmente il Regno di Sardegna riguardava solo l'isola, gli altri stati appartenenti alla dinastia erano separati, erano definiti "Stati della terraferma", avevano in comune il capo che per i sardi aveva il titolo di re, per i piemontesi quello di principe, duca per i savoiardi, marchese per altre parti, barone per altri ancora, conte, signore ecc. in poche parole in ogni parte dei loro territori controllati si fregiava del titolo che le competeva.

Per indicare l'insieme degli stati governati dai Savoia, si dicevano gli "Stati del re di Sardegna".

Con il trattato del 1720 la Sardegna passò sotto il controllo di Vittorio Amedeo II di Savoia diventando il diciassettesimo re di Sardegna considerando anche quelli aragonesi e spagnoli.

Deluso per lo scambio avvenuto considerando il valore della Sardegna inferiore alla Sicilia, Vittorio Amedeo II si disinteressò del regno, nei primi anni di governo permise che si continuassero l'utilizzo della lingua e le tradizioni spagnole.

Si mantennero anche tutti i privilegi che la borghesia aveva acquisito con gli spagnoli.

Purtroppo in Sardegna si viveva uno stato di povertà e arretratezza, il crescente dilagare del fenomeno del banditismo e dell'abigeato, spinse il re a cercare uno scambio con qualche altro possedimento, non riuscendoci decise di porre fine al banditismo mandando un esercito di uomini per il controllo del territorio, questo si trasformò in un'azione repressiva nei confronti di tutti con arresti e perquisizioni di massa.

Questi fatti ottengono l'opposto di quello sperato, la popolazione si alleava con i banditi perché erano gli unici che li difendevano dalla miseria.

Il clero e la nobiltà facevano ciò che volevano, erano al comando delle città con soprusi e arresti a loro piacimento, così a Sassari così in tutta l'isola.

Non riuscendo più a controllare la situazione abdicò in favore del figlio Carlo Emanuele III che inizia il suo regno nel 1730.

È con Carlo Emanuele III che la Sardegna è considerata non più come terra di conquista e sfruttamento ma una parte del Regno. Uno dei primi atti del suo regno fu di concedere come feudo l'isola degli Sparvieri a dei pescatori liguri che si erano stanziati in una cittadina della Tunisia. Questi pescatori, stanchi di subire maltrattamenti, si rivolsero al re affinché le concedesse un posto sicuro per il loro commercio nel Mediterraneo, il re le diede un'isola disabitata che in seguito fu chiamata l'Isola di San Pietro dove fondarono in suo onore la città di Carloforte.

Nel 1770 un altro gruppo di pescatori colonizzò l'isola di Sant'Antioco fondando la città di Calasetta.

Carlo Emanuele III introdusse gradatamente l'utilizzo della lingua italiana nelle scuole sarde abbandonando quella spagnola molto usata e parlata ancora dal popolo, riformò le Università di Sassari e Cagliari.

Istituì in Sardegna i Monti frumentari, dove si permetteva ai contadini di accedere alle sementi per la semina a basso costo o alla loro restituzione dopo il raccolto, questo per evitare che per la povertà i contadini usassero come pasto le sementi che dovevano seminare o cadere in mano agli usurai.

Nel 1773 sale al trono Vittorio Amedeo III di Savoia, dopo diverso tempo di pace, il popolo sardo si ribella per la continua pressione fiscale sempre più esasperata, nel 1783 sfociano nei moti antifeudali e antipiemontesi. L'eco della Rivoluzione francese del 1789 spinge ancora di più a una lotta contro gli interessi feudali, le proteste sono represse con la forza, s'impongono altre tasse e gabelle.

Nel 1780 il popolo sassarese insorge contro il Governatore, i tumulti purtroppo causarono la distruzione di arredi e documenti conservati nella Casa Comunale, contro di loro s'istruì un processo sommario, i rivoltosi furono condannati, i capi furono impiccati e le loro teste tagliate esposte in Pozzo di rena (verso l'Emiciclo Garibaldi) dove c'era un patibolo.

Nel 1793 la Francia cercò di invadere la Sardegna, la flotta francese bombardò Cagliari e la Maddalena senza riuscire a conquistare territori, anche a Sassari si realizzò una resistenza.

Lo Stamento militare (di cui abbiamo parlato durante il periodo aragonese), si autoconvocò per meglio organizzare la difesa, si approntò un esercito di volontari reclutati nei villaggi, si riunirono anche gli altri due Stamenti, quello ecclesiastico e quello civile. Grazie a quelle lotte, la Sardegna fu una delle poche regioni europee a non essere conquistata dai francesi.

Il re volle premiare la valorosa difesa dell'isola, elargendo doni e onorificenze, fu in quell'occasione che i rappresentanti degli stamenti formularono le famose cinque domande al re, a tal fine si organizzò una delegazione che andò a incontrarlo.

Tra le altre cose chiedevano che il Parlamento sardo (gli Stamenti) fossero convocati come ai tempi degli aragonesi/spagnoli, che fosse creato a Torino un Ministero per gli affari sardi e a Cagliari un Consiglio di stato, che fossero confermati gli antichi privilegi di cui molti disponevano e l'assegnazione ai sardi impieghi pubblici di governo sia in campo ecclesiastico civile e militare, escluse la nomina delle più alte cariche come il viceré.

Per tutta risposta ottennero solo promesse e nulla di fatto.

Il Ministro dietro consiglio del viceré di Sardegna, respinse le richieste non riconoscendo gli Stamenti che rappresentavano il popolo sardo, questo motivo insieme al mancato compenso ai volontari che avevano partecipato alla difesa contro i francesi, alle alte tasse imposte, alla corruzione dei funzionari finì con esasperare il malcontento verso i piemontesi che con atteggiamenti sempre più arroganti, indisponevano i sardi.

Nonostante il re avesse accettato la richiesta di nominare funzionari cittadini sardi a ricoprire cariche importanti, di fatto questa nomina sollevò l'ira degli Stamenti perché ancora una volta non erano stati interpellati sui nomi da scegliere.

Il ventotto aprile del 1794 a seguito di arresti d'alcuni capi popolo, inizia la rivota della popolazione cagliaritana conosciuta come i "Moti rivoluzionari sardi" o "Vespri sardi", lo stesso movimento popolare si estese a Sassari e Alghero.

Oltre ai movimenti delle grandi città in tutti i paesi si organizzarono tumulti antifeudali.

Proprio il feudalesimo era ritenuto una causa dell'arretratezza della Sardegna.

A parte le città regie (che sin dal periodo spagnolo erano esentare dal pagare i tributi ai feudatari), i cittadini più colpiti erano quelli che vivevano nelle campagne. Gli agricoltori dovevano versare il quinto del seminato, i pastori dovevano versare un capo di bestiame ogni dieci bestie possedute, ogni capo famiglia oltre ai vari tributi doveva pagare al feudatario una parte degli animali posseduti e un reale.

Questa situazione insostenibile generò insurrezioni popolari sempre più numerose e violente.

Tra il 1795/96 per sedare i tumulti, il viceré affidò l'incarico a Giovanni Maria Angioy il quale, però, acclamato dalla popolazione come un liberatore nel 1796 si mise a capo del movimento rivoluzionario in una marcia su Cagliari.

Purtroppo durante la marcia ingaggiò numerosi scontri contro schiere di popolani sobillati da ricchi proprietari, il viceré fece partire da Cagliari un esercito alla volta di Oristano per fermarlo.

Purtroppo come spesso accade, i suoi più stretti collaboratori impauriti delle conseguenze di quella ribellione, ingolositi dalle promesse di facili guadagni e incarichi di prestigio, lo abbandonarono, Angioy fu rimosso dall'incarico e su di lui fu posta una taglia di ricercato.

Deluso e amareggiato tornò a Sassari e aiutato dai più fedeli sostenitori da Porto Torres, si imbarcò per Livorno, abbandonando per sempre la Sardegna, morì in miseria a Parigi nel 1808.

Molti suoi collaboratori accusati di cospirazione contro il re riuscirono a fuggire all'estero molti altri arrestati e altri giustiziati.

Gli ideali di Angioy erano l'abolizione del feudalismo e la creazione di uno stato sardo indipendente.

Durante le lotte del 1794 il magistrato ozierese Francesco Ignazio Mannu, compose in lingua sarda quello che in seguito diventerà l'inno del popolo sardo contro l'arroganza, il sopruso e la tirannia dei governi feudali a favore dell'indipendentismo, l'uguaglianza e la libertà dell'uomo.

Fu stampato clandestinamente in Corsica e diffuso in Sardegna.

Il titolo originale è "Su patriottu sardu a sos feudatarios" comunemente conosciuto come "Procurad'e moderade, Barones sa tirannia" che sono le prime parole delle quarantasette strofe che lo compongono.

A ricordo di queste insurrezioni popolari dal 1993 il Consiglio Regionale istituì ogni ventotto aprile di ogni anno, La Festa del popolo sardo "Sa die de sa sardigna".

Durante il regno di Vittorio Amedeo III nel 1780 furono istituiti i Monti nummari che avevano il compito di far accedere a prestiti in denaro per acquisto di bestiame, attrezzi da lavoro e sementi alle persone che altrimenti non avevano altre opportunità.

Ogni Monte era amministrato da una giunta formata da personale ecclesiastico, questo fatto si rendeva necessario in quanto tra il personale civile era ancora troppo alto il tasso di l'analfabetismo.

Vittorio Amedeo III regnò dal 1773 al 1796 quando gli succedette il figlio con il nome di Carlo Emanuele IV.