Lo sviluppo dagli anni Sessanta-Associazione la Settima

Lo sviluppo dagli anni Sessanta

  Lo sviluppo dagli anni Sessanta

Parlando dello sviluppo di Li Punti non si possono non ricordare la nascita e l'evoluzione della Zona Industriale della Marinella. L'economia del nostro territorio, fin dai tempi passati, era basata in modo particolare sulla pastorizia, agricoltura, miniere e cave.

Solo dalla fine anni Cinquanta, primi anni Sessanta, si intravide uno sviluppo economico diverso, legato all'industrializzazione.

Nel 1962 presidente della Repubblica era Antonio Segni subentrato a Giovanni Gronchi. Il presidente della Regione Sardegna era Efisio Corrias, il sindaco di Sassari Lorenzo Ganadu, l'arcivescovo di Sassari Agostino Saba, succeduto ad Arcangelo Mazzotti.

Per effetto di varie riforme in quegli anni ci furono molti più bambini che frequentavano la scuola con conseguente aumento delle strutture scolastiche.

Diventava obbligatoria la frequenza della scuola media statale, veniva nazionalizzata la produzione dell'energia elettrica che finalmente arrivava anche nelle campagne,

aumentava la diffusione dell'informazione tramite la stampa e la televisione, che, finalmente, dal 1956 poteva ricevere anche in Sardegna.

Purtroppo le regioni meridionali e in particolare la Sardegna risentivano della mancanza di una programmazione economica adeguata e la situazione per l'isola era resa ancora più grave dalla mancanza di trasporti marittimi e aerei adeguati a rompere l'isolamento. Alcune forme di criminalità come il banditismo e l'abigeato erano per molti l'unica fonte di guadagno. Era una civiltà patriarcale sostenuta da un'economia che basava tutto sull'agricoltura e sulla pastorizia e in modo minore sul terziario.

L'industrializzazione del Mezzogiorno e in particolare della Sardegna era una condizione indispensabile per uno sviluppo armonico dell'intero Paese.

Nonostante le bellezze naturali dell'isola non si poteva puntare immediatamente sul turismo, perché bisognava adeguare le vie di comunicazione stradale e il sistema di trasporti in modo da poterli percorrere in tempi rapidi.

La linea Porto Torres-Genova era settimanale, solo dal 1963 divenne giornaliera quando la m/n Olbia sostituì la vecchia m/n Torres. Sulla linea Olbia-Civitavecchia le vecchie navi giornaliere Città di Alessandria e Città di Trapani, già operanti prima della guerra, furono sostituite dalle più moderne Città di Napoli e Città di Nuoro.

Per arginare e invertire una situazione in cui si sviluppava un'emigrazione sempre più massiccia verso il Nord del Paese e dell'Europa specialmente verso la Svizzera e la Germania, nel 1957 venne costituito il Credito Industriale Sardo (Cis) e la Cassa del Mezzogiorno (Casmez). Questi Enti, per favorire lo sviluppo, erogavano crediti a tasso agevolato o a fondo perduto. La scelta della classe politica del tempo si orientò allo sviluppo dell'industria e da quella scelta nacque nel 1962 il Piano di Rinascita.

I suddetti finanziamenti furono usati per l'agricoltura e la pastorizia e in modo massiccio per industrializzazione.

In questo quadro economico nacque la zona industriale di Porto Torres, inaugurata ufficialmente nel gennaio del 1957.

Allettati da questa pioggia di denaro pubblico molti imprenditori iniziarono a sbarcare in Sardegna, da Moratti con la Saras a Sarroch, a Gualino con la Rumianca a Macchiareddu e Nino Rovelli con la Sir a Porto Torres.

Dopo una travagliata gestazione nasceva quindi la Zona Industriale di Porto Torres.

Alla fine degli anni Cinquanta nella nuova Zona Industriale fiorivano ogni giorno nuove aziende, tutte in cerca di mano d'opera,anche non qualificata.

Una delle prime aziende che si insediò fu il deposito della Butangas che acquistò il terreno al prezzo di 100 lire al metro quadro. In seguito arrivarono la Esso e la Pibigas, quindi lo stabilimento delle Fornaci Sarde per la produzione dei laterizi.

Agli inizi del 1960 entrarono in funzione Cimel, la Alba Cementi, lo stabilimento della Vianini, la Laterizi Torres e la Ferriera Sarda dei Salis. L'Opt (Officine Porto Torres) nasce nel 1962, e nel 1963 entra in funzione il primo impianto per la produzione del fenolo.

Dato che i finanziamenti con un limite di 6 miliardi erano previsti per le piccole e medie industrie, Rovelli costituì 46 società che anche se facevano capo alla galassia Sir erano per legge società distinte.

Per la costruzione della Petrolchimica furono impiegate imprese di manutenzione specializzate come la Cimi, la Geco Meccanica e altre, che si portarono al seguito i famosi trasfertisti che per vivere riversavano sul territorio parte dei loro guadagni.

La Petrolchimica di Rovelli svolse un ruolo strategico molto importante nello sviluppo del Sassarese. La stessa Sassari, e paesi come Sorso, Sennori, Alghero e altri piccoli centri del cosiddetto triangolo industriale, hanno tratto beneficio da questo sviluppo, anche se solo oggi ci rendiamo conto che abbiamo pagato un prezzo troppo alto in termini di inquinamento.

A parte la Sir, nascevano in prevalenza imprese collegate con l’industria delle costruzioni, un settore in fase di forte espansione per la creazione di nuove infrastrutture (ponti, strade ecc.) sia per l'incremento dell'edilizia pubblica e privata.

L'economia della Sardegna, in seguito a queste nuove attività industriali che si affacciavano all'orizzonte, stava per conoscere un vero boom economico.

Pian piano gli operai del settore industria stavano numericamente per superare quelli che lavoravano nelle campagne. ( Come si registrò nel censimento del 1971).

Purtroppo quegli anni coincisero con la chiusura delle miniere dell'Argentiera, nel 1963, e quelle di Canaglia nel 1964. Molte famiglie di ex minatori vennero ad abitare a Li Punti perché avevano trovato un lavoro stabile per loro o per i figli a Porto Torres. Anche i cosiddetti operai trasfertisti vennero a cercare alloggio a Li Punti perché qui gli affitti delle case era decisamente più basso che altrove.

Il problema maggiore per il quartiere fu la sanatoria dell'abusivismo edilizio che aveva dilagato dagli anni Sessanta, in particolare a Monte Tignosu.

Intendiamoci, stiamo parlando di abusivismo di "necessità" e non certamente di speculazione.

Nel 1964 tra il Comune di Sassari e gli eredi Angius fu stipulata una delle prime convenzioni per l'attuazione di un piano di lottizzazione ad uso edilizio dei terreni di Li Punti.

Le nuove esigenze portarono alle famose lotte, alla nascita dei piani di borgata, ai piani di zona e al Piano regolatore generale.

Nel 1974 fu firmata tra il Comune di Sassari, l'architetto Elia Lubiani, e l'ingegnere Renzo Solmona una convenzione per la redazione del progetto del Piano di zona per l'edilizia economica e popolare 167. Furono espropriati alcuni terreni e dati in concessione per l'edilizia convenzionata. Questo ha permesso la costruzione di case a schiera e di ville, dando vita a un bel quartiere residenziale. Sono questi gli anni dell'espansione abitativa del nostro quartiere e della nostra circoscrizione.

Con la legge Bucalossi del 1977 si cercò di porre rimedio all'abusivismo con delle sanatorie che riversarono sui cittadini il costo delle opere di urbanizzazione. In questo modo però si evitarono sanzioni molto pesanti anche se qualche abitante, purtroppo, venne condannato con qualche giorno di carcere.

Agli inizi del 1980 nascevano le prime cooperative edili, condomini, case a schiera, case singole o multifamiliari. Ne citiamo alcune: "Enrico Costa"- "Canne al vento" - "La Rotabile" - " La Tirreno" - " l'Edificatrice" - "Condominio il Centro" - "Antonio Segni" - " Ideal Casa"- " Ottobre" e moltissime altre, sia a Li Punti che a Monte Tignosu.
Purtroppo quegli anni coincisero con l'inizio della fine di quello che tutti consideravamo il miracolo economico. Oltre alle lotte per un quartiere vivibile iniziavano le grandi lotte in difesa dei posti di lavoro.

La caduta di Rovelli avviò il lento e inesorabile declino dell'industria del nord Sardegna, iniziammo a conoscere il dramma dei licenziamenti e della cassa integrazione di massa. Solo in parte, e tardivamente, l'industria di stato (l'Eni) arginò il nuovo fenomeno dell'emigrazione di tanti tecnici e operai verso i paesi produttori di petrolio.

Oggi di tutto quello grande insediamento petrolchimico non restano che pochi impianti e tanta desolazione.

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L'ingresso della SIR anni Settanta