Li Punti nel cuore... Storia di una campagna-Associazione la Settima

Li Punti nel cuore... Storia di una campagna

                            

                                                                         

Di seguito è pubblicato  tutto il libro ad iniziare dala presentazione del prof. Manlio Brigaglia.
Tutte le foto presentate nel libro (ed altre) si possono vedere cliccando il link sotto
 

http://fotoalbum.associazionelasettima.it

 

Li Punti
La piccola città

Questo è un libro onesto, esemplare, invidiabile. E siccome è un libro di storia (e sia pure di quella che si chiama, con un tantino di sussiego da parte degli osservatori, “storia locale”: e si insiste sulla definizione anche adesso che sappiamo che la terra intera è un luogo solo, dove la gente vive in perpetua e inestricabile connessione con tutto il resto del mondo) la sua onestà è certificata dal fatto che non ci sono trucchi: tutto quello che racconta è immediatamente documentabile, gran parte degli autori sono i testimoni personali e diretti di quello che si dice.

In realtà, come in ogni libro di storia che si rispetti, ci sono anche gli autori, che qui sono tre, Anna Faedda, Mariuccia Satta, Gianuario Pilo, che cito nel rigoroso ordine con cui si sono modestamente allineati nel frontespizio: probabilmente, come succede in tutte le opere collettanee (che vorrebbe dire scritte da più di una persona, ma gli scienziati preferiscono sempre le parole più difficili), ognuno di loro avrà fatto una sua parte, magari maggiore o minore di quella dei compagni di fatica, ma sempre col proposito di riconoscersi in un’unica triade finale come fossero un unico autore.

E come in ogni altro libro di storia ci sono i documenti: che qui sono documenti vivi che parlano, ricordano, rievocano, controllano e certificano. Sono i testimoni, giovani e vecchi (ma preferibilmente i vecchi, i primi a stanziarsi nel territorio), portatori di ricordi personali e di memorie condivise, alcuni, i più anziani, addirittura progenitori del luogo stesso di cui si parla, i modesti e inconsapevoli “fondatori” di quello che con modestia chiamano “quartiere” ma che ora, con i suoi circa quindicimila abitanti, meglio sarebbe chiamare “periferia” (e magari anche “periferia periurbana”) o, senza giocare con l’enfasi, “un pezzo di città”: io stesso ho sentito Anna Maria Marra, presidente dell’ Auser di Li Punti, grande sponsor (l’Auser non meno di lei, Anna Maria) dell’operazione che per ora si conclude con questo libro: «Li Punti sono ormai una piccola città dentro una città più grande».

Un libro esemplare, anche. In cui una comunità, più numerosa di quelle di tanti piccoli e anche grandi centri della Sardegna, si racconta prima che la memoria si perda o i fatti scolorino nelle approssimative memorie dei nonni. I tre autori, a occhio e croce un anno fa circa, si sono posti il problema di raccontarsi: e senza stare a por tempo in mezzo (a tutti quelli che vogliono iniziare un lavoro non dispiace di prendere la rincorsa, come a “luna monta”) hanno cominciato a fare il giro del paese (eccone un’altra definizione: un quartiere grande come decine e decine di frazioni legalmente riconosciute), una “chirca” come un tempo se ne facevano nei paesi, magari a chiedere Sos mortos, ma stavolta per chiedere a chiunque avesse un pezzo di memoria di Li Punti dai tempi dei primi acquisti di Monte Tignosu e poi dell’arrivo dei pastori da Banari e la nascita del tempo sonoro delle cave, e poi anche le lotte per farsi riconoscere identità e servizi (portarono l’asino sotto Palazzo Ducale, al modo dei loro paesi di provenienza) e ora il consolidarsi di questa coscienza di essere “cosa” urbana o quasi urbana, pronta a chiedere trattamenti e attenzione uguali a quelli che toccano a tutti gli altri centomila e passa cittadini di Sassari. Esemplare, dicevo: perché da un libro come questo ogni comunità può prendere esempio e cominciare a scrivere la propria storia, prima che quello che chiamano sviluppo (e sappiamo che cos’è spesso: stravolgimento, metamorfosi frettolosa, fuga dal luogo dove si è nati) ne cancelli anche le tracce più immediatamente visibili. Di un’operazione come questa, del resto, Li Punti ha l’esempio quasi in casa: perché uno dei centri abitati italiani che già ha avuto questa esperienza, la fatica di un uomo che rovistando archivi lunghi mille anni, ha scritto la storia del suo popolo. Parlo di Enrico Costa e della sua storia, appunto, di Sassari, scritta e pubblicata fra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, con l’aggiunta, nella seconda metà degli anni Trenta, della parte rimasta inedita alla morte dell’autore. Ebbene, negli ultimi anni sempre qualcuno mi cerca per chiedermi dove si può trovare questa o quella notizia, giustificandosi che “nel Costa non c’è”. Nessuno ne fa colpa al grande Enrichetto, ma l’osservatore sulla fascia sente che sta crescendo il bisogno di saperne ancora qualcosa di più. Non accadrà per Li Punti, dovesse crescere “sempri più mannu – come diceva di Sassari Pompeo Calvia – che zucca a Cabbidannu”, subisca un’uguale sorte: qui la storia l’abbiamo messa in cassaforte , sfogliando le pagine colpiscono da una parte la molteplicità degli avvenimenti grandi, piccoli e piccolissimi e insieme la puntualità minuziosa della trascrizione a futura memoria da parte degli autori del libro. Che non hanno scelto fra il patrimonio di cose ricordate, registrate o raccontate, non hanno messo in opera quel “sedattu” dello storico, obbligato a scegliere sulle cose da cercare e raccontare e quelle da tralasciare o buttare in cortile: hanno elevato tutto al grado di chi (o che cosa) merita di non essere lasciato fuori e l’hanno registrato e messo nel libro. Del resto non sarà lontano il giorno in cui ogni briciola di realtà appena capitata verrà conservata in un archivio digitale aperto a tutti.

Insomma, un libro invidiabile. Ne avessero uno così tutti i paesi dell’isola, si mettessero a lavorare tutti quelli che parlano di identità ma non si alzano dalla poltrona. Sia lode, dunque, a Gianuario Pilo e a Gavino Satta ideatori del progetto e agli altri coraggiosi esploratori di questo presente-passato ancora così vivo e pulsante, e alla gente intera di Li Punti un augurio di quelli dei Candelieri, “a zent’anni” tutti.

Manlio Brigaglia
Storico, Università di Sassari

 

Il perché di questa ricerca

Se raccontare la storia di un paese non è facile, figuriamoci raccontare la storia di un quartiere.

Mentre in un paese, dove tutti si conoscono da sempre, i vecchi tramandano le loro memorie ai figli, in un quartiere nato spontaneamente e portatore quindi di un miscuglio di tradizioni, scomparsi i "vecchi", molti ricordi sono destinati a perdersi definitivamente a meno che non si possa ricorrere a documenti scritti che, però, non sempre sono disponibili o sono completamente assenti.

Questa ricerca è il frutto di racconti fatti dalla gente. In essi, ma con molta pazienza, è stato possibile recuperare delle informazioni importanti e curiose perché chi racconta non segue un filo logico e salta da un episodio all'altro ritornando magari in seguito al primo, e così via.

Certe volte nel racconto o nella datazione ci sono delle incongruenze e chi ascolta - se non conosce personalmente i protagonisti del racconto - rischia di fare confusione quando trascrive la storia.

Eppure alcune informazioni possono essere conosciute solo attraverso questi racconti in quanto non si trovano scritte da nessuna parte e non esistono in alcun archivio.

In queste interviste i protagonisti sono persone che hanno ricordi diretti sugli avvenimenti di vita passata.

Ringrazio anticipatamente tutte le persone che hanno contribuito alla riuscita di questo lavoro in modo spontaneo e gratuito sia con ricordi verbali o con immagini e per averne concesso la pubblicazione.

Questo lavoro è dedicato al quartiere di Li Punti e a tutti coloro, nostri concittadini, che non ci sono più.

 

Gianuario Pilo

 

Li Punti Storia di una campagna

Per spiegare il motivo di questa ricerca occorre fare un passo indietro e ricordare il momento in cui sono venuto ad abitare a Li Punti.

Alla fine del 1974, in previsione del mio matrimonio, decisi di cercare un appartamento a Sassari, ma una parente mi propose una casa sfitta a Li Punti.

Anche se la casa mi piaceva perché abbastanza grande, ebbi non poche perplessità prima di andare ad abitare in una periferia lontana dalla città.

Alla fine mi decisi e il 26 aprile del 1975 venni ad abitare a Li Punti insieme a mia moglie Franca. In seguito qui nacquero i miei due figli Antonio e Annamaria. Era una casa bassa, ad un piano, situata in via Ettore Mura 12.

La borgata aveva le sembianze di un piccolo paese, con case basse come la mia, ma i disagi erano tanti perché mancavano i servizi fondamentali, a cominciare dall'acqua di rete e dalle fognature.

Inoltre, all'epoca non possedevo l'automobile e i pochi mezzi pubblici avevano un'unica fermata solo sulla strada principale.

C'erano pochi negozi e le strade erano polverose e con molte buche.

Nonostante questi problemi decisi comunque di accettare, almeno provvisoriamente, questa soluzione in quanto l'affitto era meno caro che a Sassari.

Nella borgata esisteva già la chiesa. Il parroco don Bazzoni era l'unica persona che conoscevo fin da quando, ragazzino, facevo il boy scout a Sassari nella parrocchia del Sacro Cuore dove lui, allora, era vice parroco.

Fra le prime persone che conobbi, oltre ai vicini di casa, furono l'edicolante Mario Ligas e Tonino Brozzu, che come me lavorava alla S.I.R. Tonino era allora il segretario della locale sezione del P.C. I. che si trovava in via Vittorio Era ed era intitolata a "Velio Spano".

Tonino mi coinvolse nelle lotte degli abitanti per risolvere alcuni problemi e dare alla borgata la fisionomia di un quartiere cittadino con tutti i servizi necessari.

Nel 1975 aderii al nuovo comitato di quartiere. Ben presto iniziarono i lavori di bitumatura delle strade e quelli di collegamento alla rete dell'acquedotto e al collettore fognario.

Più passavano i giorni e più mi piaceva abitare in questo luogo dove c'era silenzio e i vicini erano molto discreti.

Oggi, nel 2018, ricordando quei tempi, mi rendo conto che molto è stato fatto grazie, soprattutto, alle lotte degli abitanti del quartiere.

Infatti dal 1975 in poi, prima con i piani di Borgata, poi con i Piani di Zona, poi con il Nuovo Piano Regolatore Generale della città, il quartiere ha subito una metamorfosi radicale. Ma

parlando con il mio amico Gavino Satta ci siamo resi conto che tanti ricordi sono svaniti: ricordare Li Punti di quarant'anni fa significava ripercorrere un pezzo di storia e capire come si viveva fin dagli anni Cinquanta. Proposi, per curiosità, di fare delle ricerche contattando quelli che, a nostra memoria, potevano essere i discendenti delle prime famiglie che negli anni passati hanno dato vita all'attuale quartiere. Ben presto abbiamo capito che effettivamente Li Punti aveva una storia che poteva e doveva essere raccontata e in questa avventura abbiamo deciso di coinvolgere altre persone. L'adesione è stata immediata ed entusiastica, permettendo così la costituzione di un gruppo di lavoro con l'obiettivo di fotografare i ricordi. Anche la locale sezione dell'Auser Volontariato, tramite la sua presidente Anna Maria Marra, ha aderito all'iniziativa mettendoci a disposizione locali e mezzi.

Il progetto riguarda anche il territorio circostante fino a comprendere le tracce del villaggio medioevale di Innoviu che un tempo esisteva ai confini del nostro quartiere.

Fare una ricerca del genere non è stato semplice, perché esistono pochissime informazioni scritte sulla nascita di Li Punti.

Le poche ricerche che conosciamo sono state fatte, nel corso degli anni, dagli alunni delle scuole medie e delle scuole elementari del quartiere nonché, nel 1998, dallo storico Alessandro Soddu in uno scritto dal titolo Da Innoviu a Li Punti : una storia millenaria e da Gian Maria (Gianni) Sale, ex presidente di Circoscrizione, in una tesi di laurea della Facoltà di Architettura del 2010 dal titolo Costruire Connessioni - Il Nuovo Parco della Solidarietà.

Oltre che da questi studi altre notizie sono state prese dagli archivi del Comune, dell'Università, della "Nuova Sardegna" e dal mondo Internet.

Noi vogliamo partire proprio da queste informazioni cercando di ampliarle e completarle.

 

Buona lettura

Il gruppo di lavoro

Anna Faedda          Mariuccia Satta        Gianuario Pilo 


 

Iniziamo il racconto

Il quartiere di Li Punti, a differenza degli altri quartieri della città, si è sviluppato in modo autonomo, dapprima come insediamento rurale, poi come piccola borgata, sino a diventare oggi un grande quartiere con le caratteristiche di un comune. Vi si arriva dopo circa 5 Km da Sassari percorrendo la S.S. 131 in direzione di Porto Torres.

La distanza da Sassari sembra che si sia ridotta perché ormai c'è una quasi continuità con la periferia della città come in particolare Sant'Orsola e Santa Maria di Pisa. L'unico ostacolo che frena questa continuità è dovuto alla presenza del'ex strada statale131.

Oggi le case sono arrivate al confine con la Zona Industriale di Predda Niedda e la fusione con le borgate di San Giovanni e San Giorgio sembra fattibile sia pure a determinate condizioni.

Di fatto, le ultime case di Li Punti sono costruite a Baldinca e, come tutto il complesso dell'ex Ospedale psichiatrico, esse sono in territorio della parrocchia di San Giovanni.

Sembra invece una utopia (forse e meglio così) il congiungimento con Ottava.

 

Perché Li Punti

Anticamente il toponimo di Li Punti non esisteva. Di certo, invece, esisteva una zona chiamata Mandra di Noi Noi, distante qualche centinaio di metri dalla regione Santa Barbara dove esisteva il villaggio medioevale chiamato Innoviu o Annoico.

Si presume che la parola Noi Noi sia la correzione proprio del nome Annoico.

La nascita del toponimo Li Punti invece è di origine incerta. Sono pochi gli studi che hanno cercato di dare una spiegazione del significato del nome e della sua origine.

Come spesso succede quando bisogna dare una spiegazione a qualche cosa di antico gli interessati si dividono sulla definizione: anche sul nome Li Punti ci sono pareri discordanti.

Una  spiegazione è questa: é verosimile che questo sia un toponimo super-corretto, cioè sottoposto dai parlanti ad una correzione errata rispetto ad un originario "Li Ponti". "Con questo nome erano indicati i ponti o gli archi dell'acquedotto romano che portava l'acqua dalle sorgenti intorno a Sassari a Turris Libisonis (l'odierna Porto Torres) e dei quali qualcuno resta ancora in piedi". Questa spiegazione è del prof. Virgilio Tetti (nostro illustre concittadino), che la deduce dalla lettura di alcuni documenti antichi come il Condaghe di San Pietro di Silki (documento storico del XII secolo, CSPS 403), dove si parla della "via dessos pontes" (via dei ponti) e da un documento dell'Archivio comunale di Sassari del 1762 in cui viene nominato un "salto" denominato di Las Puentes (i ponti?).

Se cosi fosse, con uno di questi nomi si sarebbe indicato da sempre un territorio dell'agro di Sassari nelle carte ufficiali in seguito modificato in Li Punti.

Lo Storico dell'arte Alessandro Ponzeletti, nel libro Sassari e i suoi toponimi nel tempo, presenta un elenco di toponimi storici dell'agro di Sassari tratti dal "Nuovo Catasto" del comune di Sassari edito dalla Tipografia Gallizzi nel 1912. In questo elenco non figura né Li Punti né tanto meno uno dei nomi antichi che si presume abbiano generato il toponimo (Li Ponti - Sos Pontes - Sas Puntas - Las Puentes ecc.)

Le "regioni" Monte Tignosu, Sa Mandra di Noi Noi e Pala di Carro (con la o) esistevano invece nelle cartine I.G.M. del 1898.

L'esistenza di un acquedotto romano sicuramente fatto ad archi per superare i dislivelli del territorio tra Sassari e Porto Torres è certa, ma l'indicazione da cui si pensa derivi il nome Li Punti sarebbe di origine medioevale: la "via dessos pontes,"citata nel Condaghe, starebbe infatti ad indicare un'unica strada sino a Turris Libisonis e non a una parte di territorio che in seguito si chiamò li Punti.

Secondo altri studi, nell'odierna Li Punti, dove oggi ci sono i giardini, si trovava il congiungimento di due tracciati che portavano l'acqua a Turris: uno proveniente dalla valle dell'Eba Giara, che attraversava la vallata del Rosello, e l'altro proveniente da altre sorgenti che passavano per Predda Niedda.

La presenza di queste arcate é stata descritta e testimoniata dallo storico sassarese G.F. Fara già nel 1580.

Anche lo storico Vico nel 1639 scriveva che l'acqua passava per "arcos de muy grande altura segun la profundidad de las valles".

Oggi qualche traccia dell'acquedotto romano è ancora visibile vicino alla Fontana del Rosello e a Predda Niedda, mentre andando verso Ottava non sono visibili archi ma ruderi di muri che solo la fantasia identifica come un acquedotto.

Anche se probabilmente esistevano, nessuno storico cita l'esistenza di ponti od archi nel territorio dell'odierna Li Punti. C'è anche da notare che in dialetto logudorese Li Punti suona "Sas Puntas", nome che non ha niente a che vedere con i ponti o le arcate dell'acquedotto (sos pontes).

Un'altra spiegazione dell'origine del toponimo è che la regione di Li Punti sia una pianura tra le regioni Monte Fiocca, Sa Mandra Noi Noi, Montalè e Monte Tignosu e il nome Li Punti derivi dal sardo Sas Puntas, che stava ad indicare il punto, ossia la traccia, che lasciavano chi lavorava con il picco nella cava dei cantoni. Questa ipotesi francamente sembra legata più alla fantasia che alla realtà, anche se un legame tra il nome Sas Puntas e la lavorazione della pietra esiste. A Tissi, infatti, esiste una tomba preistorica scavata nella roccia calcarea chiamata "l'Ipogeo di Sas Puntas."

Semplice coincidenza o Li Punti deriva proprio da Sas Puntas e non il contrario?.

Un'altra ipotesi da considerare è quella espressa dal professor Giannino De Montis, che ricorda quando, nella sua infanzia, frequentava queste campagne perché imparentato con alcuni abitanti di San Giovanni. Il professore si professa vecchio conoscitore della zona e afferma

che Il nome Li Punti è nato durante il ventennio fascista e stava ad indicare "li punti", termine che in dialetto sassarese sta a d indicare i ceppi bianchi e neri in cemento che venivano messi al ciglio della strada, cioè i paracarri. All'epoca ricordata dal professor De Montis l'odierna Li Punti era un luogo di posta, cioè una fermata della carrozza che partiva da Sassari e arrivava o a Porto Torres oppure alla Crucca alla tenuta della famiglia Costa. Quando ritornava da Porto Torres la carrozza si fermava a Ottava, San Giovanni e San Giorgio. Questa carrozza era un vecchio landò, molto signorile, trainato da uno o due cavalli. La fermata di San Giorgio era identificata come Santu Giogli e si trovava presso la mescita di Bainzu Corveddu. Dietro il locale zio Bainzu aveva le scuderie dove avveniva il cambio dei cavalli.

Quando, con l'avvento del fascismo, vennero rifatte alcune strade e sistemati i paracarri che i sassaresi, a cui non mancava di certo l'ironia, chiamavano oltre a "li punti", anche "le piccole italiane"a causa dei colori con i quali erano dipinti e cioè il bianco e il nero che coincidevano con il colore della divisa che le "piccole italiane" indossavano al tempo di Mussolini.

Quando si diceva "dove stai andando ?" oppure, "dove hai la campagna ?", si rispondeva "A li punti", si sapeva per certo così di indicare la breve zona che andava da Santa Barbara sino al bivio per Viziliu / Baldinca. Il nostro professore non esclude che, come spesso accadeva anche nelle registrazioni anagrafiche, questo nome fosse il frutto di un errore o di qualche equivoco: il termine "li punti" che stava ad indicare questa particolare zona per la presenza di quei "paracarri", sarebbe stato considerato come un toponimo e registrato come tale.

Un fatto certo è che quando si iniziò ad usare il termine Li Punti per indicare questa regione dell'agro sassarese, il ricordo dei ponti e degli archi dell'acquedotto romano era scomparso e la "via dessos pontes" nessuno la ricordava più.

A questo proposito il prof. De Montis ricorda ancora che lungo la carreggiata della strada esistevano anche dei ceppi in cemento o trachite più piccoli che erano delle vere e proprie trappole per chi percorreva quel tratto di strada a piedi, specialmente per chi lavorava in campagna e rincasava in città al buio. Perciò questi ceppi venivano chiamati li scuddaddoggi indicando così che quando cadevi rischiavi di romperti l'osso del collo.  La teoria del prof. De Montis riguarda il periodo in cui il nome Li Punti compare su tutti i documenti ufficiali, dopo il 1950. Sino ad allora Li Punti veniva chiamato San Giorgio (Santu Giogli) o Sa Mandra Noi Noi.

Un'altra versione curiosa del perché di questo nome è di un anziano geometra che dice: "Nei primi anni cinquanta il nome Li Punti ancora non era molto usato. Quando iniziai a svolgere il lavoro di geometra, tutti noi incaricati dei lavori topografici nella zona prendevamo le "punte"di riferimento di Montalè, di Monte Tignosu e Monte Fiocca. Non escludo che con il tempo ci sia stata una variazione al maschile di questo termine".

Altri danno una spiegazione più sbrigativa: "Si chiama così senza un motivo ben preciso".

Ad oggi la versione più accreditata sembra essere quella proposta espressa dal prof. Tetti, ma siamo veramente sicuri che sia così?

La nostra intenzione, senza nulla togliere a nessuno, è quella di essere di stimolo per una discussione serena e cercare finalmente di fare chiarezza.

Ben vengano altri di apporti alla discussione, tenendo presente che recenti scavi archeologici in direzione Porto Torres hanno individuato alcuni tratti dell'acquedotto romano proveniente da Sassari che suggeriscono che si possano apportare modifiche al tracciato sino ad ora ipotizzato.
 

Lo sviluppo

È negli anni Trenta che inizia l’insediamento di persone provenienti da mezza Sardegna attirati dalla possibilità di trovare un lavoro prima al seguito di pastori e agricoltori, poi nelle cave di tufo. Alla fine degli anni Cinquanta, inizi anni Sessanta, la chiusura di molte miniere e la nascita dell’industria petrolchimica sono stati fattori determinanti per lo sviluppo disordinato e spontaneo borgata. In pochi anni Li Punti è diventata un crocevia di tradizioni, culture e lingue provenienti da mezza Sardegna.

Li Punti non ha un dialetto proprio, ma un miscuglio di dialetti. Molte parole sono storpiate e dimenticate, e le nuove generazioni si esprimono generalmente in italiano.

Oggi, nell'arco di circa ottanta anni, il piccolo borgo di case a ridosso della Sassari-Porto Torres è diventato uno dei quartieri più attrezzati della città: vi sono presenti molti servizi tra i quali la sede staccata della Polizia municipale, una sede per i servizi sociali, una ludoteca, una palestra, due campi di calcio, un campo di baseball, due banche, l’ufficio postale, la farmacia, una chiesa, un giardino pubblico, un servizio tranviario e tante attività commerciali.

I locali che attualmente ospitano gli uffici dell'anagrafe in origine sarebbero dovuti essere un centro di aggregazione per gli anziani del quartiere e questo è proprio uno di quei servizi che mancano.

Chi sopperisce in parte a questa mancanza è l'Auser, una Associazione di Volontariato che attualmente è ospitata nei locali dell'ex Circoscrizione in via Vittorio Era.

Tutti questi servizi non sono sorti per caso, e nessuno ha regalato nulla. Sono servizi che gli abitanti di Li Punti si sono conquistati con le manifestazione popolari, che degli anni Sessanta sino ai primi degli anni Ottanta hanno costretto le Amministrazioni comunali a dare risposte e pianificare uno sviluppo urbano adeguato alle esigenze dei cittadini.

Partendo da queste considerazioni vogliamo iniziare il nostro percorso per riportare nella giusta direzione le varie memorie storiche del quartiere.

 

Le memorie

Questa raccolta di ricordi è la trascrizione fedele delle registrazioni di interviste fatte sia a persone che sono venute ad abitare qui nei primi anni del 1950 -1960 sia a persone nate a Li Punti e vissute nel nostro quartiere quando ancora esistevano solo poche case e il territorio era una desolata distesa di terreno incolto o piantumato a oliveto.

Con questo lavoro vogliamo raccontare alle nuove generazioni i modi di vivere e le lotte che hanno permesso alle borgate di Li Punti e Monte Tignosu di fondersi diventando il bel quartiere nel quale viviamo.

Le interviste non seguono un percorso cronologico, perché ognuno ha dei ricordi di un determinato periodo non solo del quartiere ma anche del territorio vicino, mentre altri si soffermano su episodi particolari.

Il filo conduttore di questo lavoro è la voglia di far conoscere fatti che con il tempo rischiano di perdersi. Noi  come gruppo di lavoro, siamo stati semplicemente dei cronisti nel raccontare le storie.

Innovium (Innoviu)

Quando si parla di Li Punti non si può non parlare di Innoviu, un villaggio medioevale ormai completamente scomparso che doveva distare solo alcune centinaia di metri dal nostro quartiere. Ma di questo villaggio non si hanno notizie certe.

Anche il nome è di origine incerta, presumibilmente di origine romana. Il professor Virgilio Tetti ipotizzava che potrebbe derivare da un fundus Imnovius o Ignovius, nome di un proprietario terriero o un militare romano chiamato, per l'appunto Imnovius o Ignovius.

Le prime testimonianze scritte che documentano la presenza del villaggio medioevale di Innovium si trovano in un documento del VII secolo d.C. in cui viene menzionata una località chiamata Ignovi. Considerato che in nessuna parte della Sardegna esiste una località con questo nome o con un nome che le somigli, si deduce che il villaggio risultava più antico della stessa città di Thathari (o Tathari).

A conferma che nel nostro territorio ci sia stata una presenza umana in epoca bizantina (IV - VI secolo d.C. ) ci sono le numerose grotte rinvenute a Montalè, Serra Lioni e Funtana di la figga.

Un'altra testimonianza della presenza di un villaggio chiamato Innoviu è del 1200 inizi 1300, (basso Medioevo),come risulta dal condaghe di San Pietro di Silki.

II condaghe è un registro di pergamena dell'epoca bizantina e giudicale (XI - XIII secolo), dove venivano registrati tutti gli atti relativi a chiese o comunità religiose. Il condaghe di San Pietro di Silki riporta gli atti relativi alla consistenza patrimoniale di chiese e monasteri dell'abbazia benedettina di Silki e del suo circondario. L'abbazia fu fondata a Sassari attorno al 1065.

Il condaghe originale è conservato presso la Biblioteca Universitaria di Sassari.

La maggior parte dei condaghi delle diocesi e dei monasteri isolani relativi alle basiliche ed ai villaggi di monaci sono andati perduti. Tra quelli sopravvissuti, oltre a quello di San Pietro di Silki (Sassari) ci sono i condaghi di San Nicola di Trullas (Semestene), di San Michele di Salvennor (Ploaghe), di Santa Maria di Bonarcado (provincia di Oristano) e il condaghe di San Gavino (Porto Torres).

I condaghi, inoltre, costituiscono parte delle prime prove documentarie di una scrittura della lingua sarda. Nel condaghe di San Pietro di Silki sono citati altri villaggi medioevali nelle vicinanze di Sassari. Oltre allo stesso Silki risultano i villaggi di Bosove dove c'è la chiesa del Latte Dolce, di San Pietro di Enene, l'odierna Eba Giara, di San Pietro de su Littu, in territorio di Tilickennor, una zona al confine tra Sassari-Sennori e Osilo, di Kitarone la chiesa di Sant'Eusebio nella zona Li Caduffi dove c'è l'attuale deposito dell'A.T.P., di San Michele di Murusas e il villaggio di Innovium in regione Santa Barbara.

 

Breve storia di San Pietro in Silki

Gli storici fanno risalire a tempi molto remoti la chiesa che originariamente fungeva da parrocchiale dell’ormai distrutto villaggio di Silki e da cappella regia dei giudici di Torres che nella zona vicina, detta Lu Regnu, avevano la loro residenza estiva.

Nel 1112 la madre di Mariano I, giudice di Torres nel secolo XIII, adiacente alla chiesa edificò un monastero per le benedettine, che in seguito abbandonarono.

Dopo un periodo di abbandono totale, nel 1467 ne presero possesso i frati minori. Il complesso attuale della chiesa è stato ultimato entro il Seicento. Nella navata principale della chiesa sorge il seicentesco altare ligneo dorato e intagliato, al centro del quale c'è il simulacro della Madonna delle Grazie, che fu rinvenuto fortunosamente nel settembre del 1472.

Si racconta che durante una predicazione del beato Bernardino da Feltre, frate minore, una colonna crollò travolgendo una mamma con il suo bambino. Miracolosamente i due rimasero illesi.

Bernardino ordinò di scavare sotto il basamento della colonna e qui, protetto da una campana, fu rinvenuto il simulacro subito ribattezzato "La Vergine delle Grazie".

Nel maggio 1909 la madonna vergine delle Grazie venne incoronata con decreto del Capitolo vaticano come simulacro sacro. Il legame tra Sassari e La Madonna si rinnova ogni anno dal 1944 con una processione nell'ultima domenica di maggio, sciogliendo così la promessa che l'allora arcivescovo mons. Mazzotti aveva fatto nel 1943, quando aveva implorato la Madonna perchè risparmiasse la città dai bombardamenti.

Al pari di San Nicola anche la Madonna delle Grazie è patrona di Sassari assieme ai Martiri turritani Gavino, Proto e Gianuario.
Un altro condaghe, questa volta di origine laica, è quello curato nel 1190 da Barisone II
di Torres, sovrano del Logudoro; qui si parla del territorio e dell'organizzazione della società nell' XI-XII secolo, quando Thathari non era che un villaggio e ancora non era fortificato con le mura.

A capo del Giudicato (Rennu o Logu) vi erano il monarca denominato Giudice (Judike, donnu, più raramente Rex) e un Consiglio (Corona de Logu).

Il Regno di Torres o Logudoro costituitosi nel IX secolo era amministrativamente suddiviso in curatorie (curadorìas), ben venti distretti amministrativi detti anche Partes a capo dei quali il giudice nominava un suo funzionario che controllasse e gestisse il territorio. Due di queste curatorie originariamente dovevano costituire un unico distretto con capoluogo Torres, nel XI secolo grazie ad una forte crescita economica con conseguente aumento del numero dei villaggi (villas) in sardo bidda) nascevano due curatorie distinte, quella della Flumenargia (o Fluminaria) con capoluogo Torres e quella della Romangia (o Romagna) con capoluogo Sassari.

Nel capoluogo di curatoria aveva sede il curatore che sovrintendeva all'amministrazione locale, composta dai vari funzionari presenti nei diversi borghi (maiores ), una sorta di sindaco tra le persone più influenti del villaggio.
La curatoria della Flumenargia comprendeva i villaggi di Ardu, Turres, Portus Turritano, Merki, Setupalme, Ottave, Domosnova, Murusas, Bosove, Legari, Curcas, Taverra, Arcave, Lo Ardo, Innoviu, Noi Noi.

Innoviu viene citato nel condaghe quando si parla di suddivisione del territorio e di "alcune ville e di personaggi provenienti da Innoviu".

Negli Statuti Sassaresi (le leggi che il Comune di Sassari emanò come strumento della sua autonomia amministrativa) il villaggio di Innoviu viene citato come una villa di passaggio quando si fa riferimento ad una importante via tra Sassari e Torres, frequentata per il trasporto di merci con i carratores. I carrettieri erano tenuti a transitare per issa via derecta, cio est per issa via de Pischinas, de Innoviu e Octavu.

Nel tempo il villaggio di Innovium, viene ribattezzato con il nome di Non-noy correzione di Innojo, un antico nome del villaggio. In seguito il nome completo divenne Mandra di Noi Noi, in cui la parola Mandra si riferiva al vasto territorio pascolativo dove si accudivano o si allevavano animali per il commercio.

Probabilmente il villaggio fu abbandonato a partire dal 1350: le cause sono da ricercare nelle malattie che decimarono la popolazione oppure nelle continue guerre, carestie, saccheggi e lo sviluppo sempre maggiore della città di Thathari .

Del villaggio medioevale di Innoviu non esistono più tracce, solo i ruderi di due chiese Sant'Antonio di Noi Noi e Santa Barbara.

 

Sant'Antonio

Ora ridotta allo stato di rudere, a Innoviu c'era la chiesa maggiore del villaggio chiamato in varie epoche con i nomi di Innoviu, Annoio, Annoico, Sant'Antonio di Innojo.

la chiesa, che è un bell'esempio classico dello stile romanico, fu edificata all'inizio del XIII secolo, prima di quella di santa Barbara. Si trova in un terreno privato ed è in completo stato d'abbandono. Il portale d'ingresso è stato murato per evitare danneggiamenti nell'interno dell'edificio.

Già nel 1463 il villaggio dove sorgeva la chiesa risulta completamente abbandonato.

 

Santa Barbara

Questa chiesetta di modeste dimensioni è nota come Santa Barbara di Noi Noi o come Santa Barbara di Innoviu. Fu edificata tra il 1270 e il 1280, così come si legge sull'arco del portoncino rivolto a nord, ed era la parrocchiale del villaggio. Negli anni Sessanta del secolo scorso le scolaresche di Sassari venivano portate in visita a questo monumento. In quegli anni erano ancora visibili le decorazioni che ornavano i muri perimetrali, ma oggi queste decorazioni non esistono più ed anche questo monumento è in forte stato di degrado.

La chiesa apparteneva alla diocesi di Torres , curatoria di Romangia e in seguito di Flumenargia, dal 1316.

Nel 1326 Le terre dove sorgevano le due chiesette furono poste sotto l'influenza amministrativa, giudiziaria e militare di Sassari, nel 1571 furono annesse alla Cattedrale di Sassari.

Anche se oggi queste due chiesette sono circondate da oliveti, all'epoca della loro costruzione la coltivazione dell'olivo non era ancora conosciuta.

I nuragici conoscevano l'estrazione dell'olio dal lentischio, mentre l'olio d'oliva venne importato dagli antichi romani per uso alimentare e per l'illuminazione. Per la coltivazione della pianta dobbiamo attendere il 1297, quando papa Bonifacio VIII, per porre fine alle lotte tra Pisa e Genova, cedette la Sardegna, come feudo, al re d’Aragona; da qui inizia il dominio iberico che si protrarrà per quasi quattrocento anni.

La dominazione spagnola rappresenterà la svolta decisiva che darà impulso all’olivicoltura in Sardegna, che nacque nella seconda metà del Cinquecento, come affermava all'inizio del Seicento lo storico ed ecclesiastico sassarese Giovanni Francesco Fara nella Chorographia Sardiniae.

Come in tutti i villaggi dell'epoca, l'economia di Innoviu era regolata dal commercio di bestiame e cereali.

In tempi relativamente recenti, al confine tra la Regione Santa Barbara e la regione la Mandra Noi Noi, l'odierna Li Punti, durante alcuni lavori di scavo sono stati trovati numerosi resti di ossa umane che fanno presupporre l'esistenza di un antico cimitero in cui venivano seppelliti gli abitanti di Innoviu o persone che fuggivano da Turris verso Thathari cercando scampo dalle invasioni barbariche.
 

Alcune citazioni storiche sono tratte da un dattiloscritto di Alessandro Soddu dal titolo Da Innoviu a Li Punti : una storia millenaria.
 

I ricordi

Nel corso di questa ricerca abbiamo avuto la fortuna di conoscere persone che si sono dimostrate molto sensibili a raccontarsi e raccontare il quartiere sin dalle origini.

Tutte le persone contattate hanno accolto con molto favore questa iniziativa dando cortesemente la loro disponibilità.
Molti intervistati hanno ricordi comuni e per questo motivo abbiamo fatto la scelta di raccontare il quartiere con le testimonianze di quelli che rappresentano il ricordo di tutti
 
Ad ognuno diciamo grazie per aver reso possibile la realizzazione di questo progetto.

Questo racconto non può avere inizio senza ricordare uno dei primi abitanti che stabilì la sua residenza in questa zona quando ancora non si chiamava Li Punti: questa figura ormai quasi storica è Gavino (ziu Bainzu) Corveddu.

Nel capitolo Storia di una campagna c'è una vecchia mappa catastale che risale alla fine degli anni '90 dell'Ottocento. Come si vede, esistevano solo pochissime case, forse una decina in tutto. Erano case e ville di famiglie sassaresi che non vi risiedevano stabilmente ma le occupavano d'estate, per il fine settimana o per occasionali scampagnate.

In una vecchia mappa catastale dell'inizio secolo scorso, si nota un piccolo lotto di terreno a ridosso di quella che all'epoca veniva chiamata Strada Provinciale Sassari - Porto Torres, in seguito chiamata S.S. 131 Carlo Felice. Era il terreno di Gavino Corveddu.
 

Ziu Bainzu Corveddu

Tore Corveddu è un nipote di Gavino Corveddu, conosciuto da tutti come ziu Bainzu.

<<Mio nonno è stato forse uno dei primi che costruì la sua casa a Li Punti. Venne da Banari, con la moglie Antonina, in cerca di fortuna. L'intenzione era aprire una locanda con annessa una piccola attività commerciale. Intorno al 1890, acquistò un lotto di terreno per aprire un punto di ristoro per le persone provenienti o dirette a Porto Torres.

Gli unici mezzi che passavano su quella strada erano allora soprattutto le diligenze con i cavalli chiamate "le carrozze", erano mezzi privati a cui bisognava pagare per il servizio di trasporto, in queste carrozze trovavano posto a sedere su due panche di legno circa otto persone, in seguito nella prima decina degli anni del Novecento iniziò a circolare qualche pullman dell'azienda Sita e pochissime macchine. La Sita in seguito divenne Satas, poi Scia oggi conosciuta come Arst.

Da mio nonno a volte si faceva il cambio dei cavalli, stanchi dopo aver affrontato la salita di Ottava. Quella strada era veramente faticosa, era famosa per la sua salita molto ripida. In seguito quella strada è stata modificata e sia la salita che la discesa sono state un po' addolcite, ma all'epoca era veramente impegnativa>>.

Tore ricorda che il padre Peppino ricordava spesso gli anni passati e in particolare raccontava che era stato fu proprio il nonno Bainzu a recarsi a Banari per consigliare il compare Barore Cherchi all'investimento di denari nell'acquisto dei terreni pascolativi e seminativi che circondavano il suo lotto di terreno. Quel consiglio, come vedremo in seguito, si rivelò per zio Barore Cherchi molto fruttuoso.

<<Mio padre, continua Tore, raccontava spesso di un fatto accaduto a mio nonno, un episodio che in seguito divenne una leggenda: da qualche anno aspettava la licenza commerciale per svolgere la sua attività, ma questa licenza non arrivava mai, in occasione della visita dei reali a Sassari mia nonna Antonina ebbe la possibilità di parlare di questo problema con la regina, fatto sta che per coincidenza o per qualche altro motivo poco dopo la partenza dei reali dalla Sardegna la licenza arrivò. È stata la prima licenza commerciale in assoluto che si sia avuta a Li Punti>>.

Tore non ricorda esattamente l'anno, e in quale occasione la nonna avesse avuto l'opportunità di parlare con la regina, ma il padre gli raccontava che questo episodio si verificò quando il re venne a Sassari per inaugurare il monumento al re Vittorio Emanuele II, e in piazza d'Italia si organizzò la prima sfilata in costume, quella che in seguito divenne la "La cavalcata sarda". Era il 1899 e il re era Umberto I con la regina Margherita.

Che sia vero o no l'episodio della regina, questo fatto sembra dimostrare che la storia di Li Punti inizia proprio all'ora tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.

Barore Cherchi

Fu in quegli anni che la famiglia Cherchi, proprio su consiglio di Gavino Corveddu, arrivò in questa zona proveniente da Banari, e andò ad abitare in un terreno in regione Santa Caterina: era il 1901.

Salvatore Cherchi era conosciuto come zio Barore, di professione agricoltore, nato a Banari il 1880.

Uno dei nipoti, Salvatore Cherchi, ricorda la figura del nonno: "Mio nonno, insieme ai fratelli Carta, era proprietario terriero, così come l'onorevole Nino Costa, proprietario di terreni alla Crucca, come Pompeo Solinas, ed altri. Per qualche periodo visse alla Crucca con il fratello, collaborando come mezzadro nelle tenute di Costa.

<<Da sposato la sua prima abitazione sorse in un terreno davanti ai Salesiani di San Giorgio, dove ancora oggi c'è la vecchia casa, ormai ridotta a rudere. Subito dopo iniziò ad acquistare terreni seminativi e pascolativi nel circondario, ma soprattutto i terreni dove, in seguito, nacque Li Punti. Il primo terreno che acquistò fu quello dove costruì la sua casa alla fine dell'odierna via Meridda. Era un vasto terreno a ridosso dell'odierna via Millelire e comprendeva anche via Lenci e parte di via Bruno. In quel terreno veniva portato il bestiame della zona di Sassari per i controlli veterinari, le vaccinazioni e la marchiatura. Il veterinario era il dott. Fraghì.

<< Forse non tutti sanno che mio nonno, oltre che pastore e agricoltore, era un grande appassionato di cavalli, anche da competizione, negli anni Cinquanta ne possedeva diversi. Le scuderie erano nell'attuale via Bruno, dove aprì la sua attività commerciale la pasticceria Masia e il primo sportello bancario della zona. Confinavano con la tanca dove in seguito furono costruite la chiesa di San Pio X e la scuola elementare. Aveva due cavalli da monta, Regnante e Turbine, richiesti in tutta la provincia. In seguito li vendette al dottor Nino Costa, anche lui grande appassionato di ippica. I cavalli venivano curati da mio padre Peppino. << Mio nonno, un uomo dai grandi baffi, aveva gli occhi celesti che si illuminavano ogni volta che vedeva un campo di grano. Diceva sempre che il grano era la fonte della vita. Era sposato con Maria Ara, di San Giovanni. Ebbero una famiglia numerosa, ben undici figli; era un uomo buono d'animo, religioso e molto carismatico nella sua saggezza. Era ben voluto da tante persone, anche se molti si sono dimostrati interessati più ai suoi terreni che alle sue virtù. Uno dei primi geometri che lavorarono per lui per i frazionamenti dei terreni è stato Pierino Fele. Mio nonno aveva un fiuto innato per gli affari ed acquistò molti terreni anche ad Ottava. Non ha mai speculato e forse era più il terreno che regalava che quello che vendeva. È stato sempre dalla parte dei lavoratori non ostentava mai il suo benessere e viveva in umiltà.

<<Molti lo ricordano quando viaggiava col suo calesse. Non ha mai voluto prendere la patente, anche se possedeva una delle poche automobili della zona: una giardinetta con le fiancate in legno>>.

Praticamente possiamo dire che Li Punti è nato per merito suo. Ed è per questo motivo che sarebbe opportuno che il comune gli dedicasse una via.
 

Gavino Varoni

Uno dei primi abitanti di Li Punti fu ziu Bainzu Varoni. Il figlio Bruno racconta come il padre venne ad abitare da queste parti.

<<Mio padre, Gavino Varoni, conosciuto come ziu Bainzu, nacque a Sassari nel 1902. Da giovane si arruolò nell'Arma dei Carabinieri. I cavalli erano una sua grande passione sin da bambino. Dopo tre anni di servizio lasciò l'arma per intraprendere un altro lavoro da lui ritenuto più redditizio, considerando le numerose conoscenze che aveva sia a Porto Torres che a Sassari. Decise di fare il trasporto di merci come carrettiere, con un carro trainato da cavalli. Trasportava merce varia, chiamata collettame, ai vari negozi di Sassari. La sua attività ebbe uno sviluppo notevole a tal punto che dovette acquistare altri carri con altri cavalli, dando così lavoro a diverse persone.

<<Mio padre si sposò con Vittorina Chessa, di Usini; una brava cuoca che riusciva a cucinare anche per 15 persone tutte in una volta. Mio padre acquistò da Barore Cherchi un lotto di terreno di 600 mq, fronte strada. Il costo del terreno era di 5 centesimi al mq.

<<Ziu Barore, oltre che compare, era molto amico di mio padre, che lo stimava molto. Diverse volte gli propose di comprare una striscia di terreno che andava dall'odierno bar Varoni sino alle attuali Vittorio Era e via Camboni, dove oggi c'è la farmacia, ma mio padre era talmente preciso che per paura di non poter onorare il pagamento decise di lasciare cadere la proposta.

<<Nel frattempo nacque il suo primo figlio Bruno, poi vennero Costantino ed infine Giovannino. Purtroppo mio fratello Bruno morì a 16 anni in un grave incidente, schiacciato dal carro perché il cavallo che lo trainava era imbizzarrito. Questo grave incidente scosse la piccola comunità dell'epoca e i miei genitori ricevettero la solidarietà e il cordoglio di tutti. Sono convinto che alcune persone ancora oggi lo ricordano. Dopo due anni da quella tragedia nacqui io ed i miei genitori mi chiamarono Bruno in suo ricordo.

<<Nel frattempo cominciarono anche a Sassari le vendite dei primi motocarri a 3 ruote. Erano dei Guzzi. Mio padre colse immediatamente l'occasione per acquistare questi nuovi mezzi di trasporto, e abbandonò progressivamente i carri con i cavalli. L'azienda ebbe un ulteriore sviluppo quando a Sassari furono messi in vendita i primi camioncini leggeri gli "OM Leoncino". Come al solito mio padre fu uno dei primi ad acquistare quei nuovi mezzi di trasporto. Iniziava ad esserci l'evoluzione naturale del mestiere di carrettiere che passava dal carro a cavalli ai mezzi meccanici. <<Contemporaneamente a questa attività, nel locale in via Millelire, nasceva una sala da ballo che dopo qualche anno nel 1950 venne trasformata in bar caffè dove siamo attualmente. A fianco del bar c'era un negozio di generi alimentari gestito da mia madre con varie collaboratrici.

<<Nel 1956, l'anno della grande nevicata che mise in crisi tutto il Sassarese per alcuni mesi, molti clienti che pagavano “a libretto” non poterono saldare il conto a causa della mancanza di lavoro. Dopo qualche anno la mia famiglia cedette l'attività ad altre persone.

<< Nel bar Varoni abbiamo avuto, nel 1957, il primo televisore della zona. A Sassari era il terzo in assoluto. Anche quando, nel 1959, arrivò la linea telefonica, fu installato il primo apparecchio pubblico nel nostro locale.

<<Nei pressi del bar c'era la fermata della carrozza che da Sassari andava alla Crucca alle tenute di Nino Costa.

<<Mio padre era molto devoto a san Costantino e ogni anno organizzava un pellegrinaggio a Sedilo. In mancanza di mezzi pubblici, per qualche anno il pellegrinaggio veniva fatto a piedi. Tutti i viveri venivano caricati su un carro. In seguito si viaggiò su dei camion attrezzati con dei sedili di legno posti nel cassone, dove trovavano posto le persone.

Per compiere il viaggio era necessario chiedere l'autorizzazione per il trasporto di persone. La partenza era fissata per mezzanotte, il giorno prima della festa>>.

 

Lorenzina Manunta

Lorenza (Lorenzina) Manunta è una persona che il quartiere l'ha vissuto fin dalla nascita.

La signora Lorenzina, moglie di Virgilio Maffi, è figlia di zio Peppino Manunta, decorato con medaglia di bronzo al valor militare nella guerra 1915-18 e nominato cavaliere di Vittorio Veneto dal presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Zia Lorenzina ricorda con orgoglio alcuni momenti della sua vita sin da bambina:

<<Se chiudo gli occhi per un attimo e ripenso a quei momenti, mi ricordo tutto, rivedo quei campi di margherite gialle, gli oliveti, i muretti a secco, i campi di grano e i fiori selvatici; mi ricordo i giochi innocenti e spensierati della mia gioventù. Che nostalgia!

<<Voglio tanto bene a Li Punti. Vi racconto subito un episodio che mi è capitato tanto tempo fa. Una volta, quando Li Punti si stava popolando, mi sono trovata nella macelleria di zio Boele (Raffaele) Soro e ho avuto un piccolo bisticcio con una signora che diceva che non sarebbe mai venuta ad abitare a Li Punti perché c'era un brutto ambiente. Sentite queste parole le ho risposto per le rime, dicendole di tornarsene al suo paese perché non si deve disprezzare il posto dove si vive: io sono nata qua e ci vivo bene. Zio Boele mi ricordava spesso sorridendo quell'episodio, rimproverandomi bonariamente che cosi gli facevo scappare i clienti. Ho voluto raccontare questa piccola storia proprio perché ho Li Punti nel cuore e l'ho visto crescere come si segue crescere un bambino.

<<Mio padre, Peppino Manunta, è arrivato da Florinas come tante altre persone in cerca di lavoro. Era affittuario di un oliveto a Santa Caterina, una regione verso San Giovanni, dove lavorava i campi. All'epoca i proprietari dei terreni, quelli che se lo potevano permettere, concedevano la casa in affitto a chi lavorava.

<< Anche mio nonno abitava a Santa Caterina. Aveva il carro con i buoi e andava ad arare. Mia madre, Bainza Santoru, era rimasta orfana molto giovane. Una zia che abitava a Sassari le propose di trasferirsi in città perché c'erano più occasioni di lavoro. L'ha convinta e lei è venuta via dal suo paese natale, Banari, per lavorare presso una famiglia. Aveva 19 anni. La famiglia dove è andata a lavorare abitava in un oliveto attiguo a quello dove lavorava mio padre, ed è proprio li che si sono conosciuti.

<<Nel 1928 si sono sposati nella parrocchia di San Giovanni, a cui faceva capo l'abitato. Non avevano una casa propria e hanno vissuto in una abitazione in affitto costruita in un oliveto, sempre in regione Santa Caterina. Allora, a Li Punti, di case ce n'erano poche. Era tutto campagne e oliveti.

Immagino che la storia di Li Punti inizi nel 1901, quando Salvatore Cherchi (zio Barore), allevatore e imprenditore agricolo, venne da queste parti per abitarvi e per acquistare numerosi ettari di terreni pascolativi e seminativi.

<<Nel 1918 iniziò a vendere dei piccoli lotti di terreno. I primi lotti che vendette furono acquistati quasi tutti da persone di Banari che venivano a lavorare durante la mietitura del grano o da pastori al seguito di altri pastori che avevano il bestiame da queste parti, come zio Marìghe, che produceva formaggio.

<<I Cherchi erano pastori e lavorarono prima con le pecore poi con le mucche. Un pezzo di terreno ad un paesano, un pezzo ad un altro paesano, e così sono sorte a Li Punti le prime case.

Mia madre, che conosceva zio Barore Cherchi in quanto compaesani, acquistò anche lei un lotto di terreno e nel 1931 costruì la sua abitazione, dietro l'odierno bar Varoni, dove nel 1937 sono nata io.

<<Per accedere alla mia casa c'era un ingresso che chiamavamo s'àidu. Era ed è ancora una piccola stradina dove abitavano quattro famiglie: la mia e le famiglie Sau, Mura, e Pistuddi. La stradina terminava in una delle prime cave di tufo e si affacciava sulla strada 131, il vecchio viale Porto Torres oggi chiamata via Domenico Millelire. Tra questa stradina e quella che in seguito fu via Vittorio Era, vi erano le case di alcune famiglie storiche: le famiglie Spina, Ligas, Lai.

L'odierna via Era all'epoca era una strada di campagna lunga e polverosa che portava agli oliveti di Montalè e Monte Fiocca. Nelle uniche abitazioni che si affacciavano sulla destra di questa via abitavano le famiglie Serra, Baldinu - Carta e Cherchi. In una di quelle case, dove c'era il bar di Onali, ha abitato Lorenzo Bonavia. Proseguendo da via Era in direzione della chiesa, che ancora non esisteva, c'era un grande tancato dove custodiva il bestiame zia Pasqualina Lisai.

Oggi, in quel terreno ci sono la chiesa di San Pio X e la scuola elementare.

<<Più avanti c'erano altre poche case dove abitavano i Porcu, i Ligas, gli Zara e i Marras, proprietari del forno per la produzione della calce. A fianco dell'odierna chiesa esisteva un lungo viottolo che portava agli oliveti e a Monte Tignosu, Oggi si chiama via Camboni, su cui affaccia la farmacia.

<<Approssimativamente a partire dagli anni 1925-1930, incominciarono ad apparire le prime case. Una delle prime in assoluto si dice addirittura dei primi anni del Novecento fu quella di Gavino Corveddu (noto ziu Bainzu), che costruì la sua casa nel terreno, acquistato qualche anno prima, dove aprì un tabacchino e una rivendita di vini e liquori che chiamavamo "la mescita". Questa rivendita era affacciata sulla strada Sassari-Porto Torres e fu la prima attività commerciale insediata a Li Punti.

<<La casa dei Corveddu all'epoca era l'unica costruita con un piano rialzato. Al piano terra c'erano due stanze: una grande cucina e, nel locale più grande, il tabacchino. Il tabacchino e il bar esistono ancora con il nome On the road. Questo ristoro era un punto di fermata dei carrattuneri, i famosi "viandanti" che trasportavano le merci da Porto Torres e dalle vicine campagne.

<<Dall'altra parte della superstrada, andando verso San Giovanni, c'era una casa che in seguito fu acquistata da zio Maurizio (Marìghe) Bassu, arrivato da Osilo nel 1928. In seguito un figlio, zio Luisi Bassu, aprì un'attività di rivendita di granaglie sulla strada per San Giorgio. Questa attività esiste ancora oggi, gestita dal figlio Mario.

<<Tutte le persone che sono venute ad abitare a Li Punti, come Varoni, Ligas, Bonavia, avevano i carri con i cavalli che venivano utilizzati per arare o per trasportare merci. In questa categoria bisognava distinguere quelli che usavano i carri per trasportare le merci, da quelli che li usavano per arare. Uno dei Corveddu, zio Antonino, prima di ereditare il tabacchino del padre, di mestiere faceva lu carrattuneri e portava le persone per i paesi a vendere cestini e tappeti. Il fratello, zio Peppino, arava invece gli oliveti nella stagione invernale mentre in estate trasportava l'acqua con le botti per approvvigionare le cisterne delle case. Lo stesso lavoro veniva fatto da zio Fiorenzo Lai. Trasportavano anche olive, farina cantoni ecc. 
<<Mi ricordo che, all'epoca, la domenica nelle campagne vicine a Li Punti arrivavano da Sassari, in scampagnata, anche alcune famiglie che avevano qui la villa, come gli Urigo, i Moi, il notaio Masala, i Cavanna. L'avvocato Cavanna in estate si sedeva con la sdraio al fresco. Quel tipo di sedia strana per noi era una novità. Con le mie amichette andavamo dalla moglie dell'avvocato, signora Angelina, per chiederle la murighessa e lei con piacere ci invitava a prenderla. Questo lo voglio dire perchè, anche se eravamo poveri e ci mancavano molte cose, ci volevamo tutti bene, c'era molta solidarietà.

 

<<Ricordo anche la generosità di Gino Tavolara, che aveva una grande vigna e nel periodo della vendemmia assumeva solo personale di Li Punti. Anche mia madre è andata a vendemmiare, perché pagava bene. In seguito anche lui ha cominciato a vendere i suoi terreni. Sia dottor Gino Tavolara che Tomè avevano oliveti. In particolare dottor Tavolara permetteva agli abitanti di raccogliere gratis tutte le olive bianche che cadevano. Ricordo che mia mamma e le altre mamme dicevano: speriamo che si alzi il vento, cosi cadono le olive e ce le raccogliamo.

<<Nel 1954 La società Elettrica Sarda costruì la prima cabina elettrica e finalmente nel quartiere arrivò anche la luce. Avevo 17 anni. La mia meraviglia era giocare con l'interruttore accendendo e spegnendo le lampadine. Era una gioia. Finalmente si poteva iniziare una nuova vita.

<<Qualche anno più tardi, nel 1959, arrivò anche il primo telefono pubblico, che fu alloggiato anch'esso nel bar di Varoni.

<<Dove oggi c'è Centrocasa, c'era l'oliveto di zio Giuseppe Marras. In seguito gli eredi vendettero all' ex sindaco di Sassari Oreste Pieroni, che vi aprì il calzaturificio "Torres" per la produzione di scarpe. Purtroppo lo stabilimento non ebbe molta fortuna e durò solo pochi anni. Tante persone che vi lavoravano si trovarono di colpo senza lavoro.

<<Ricordo anche una ditta che produceva i carciofini sott'olio. Il proprietario era il signor Trento, che abitava in una casa vicino alla mia. Per la lavorazione portavano carciofi e limoni da Codaruina (oggi Valledoria) a quintali, ma utilizzavano anche carciofi che venivano coltivati nel territorio.

<<Quando ero piccola esistevano già alcune cave. Una era vicina al terreno di mia madre, dove oggi hanno costruito un palazzo, vicino al bar di zio Varoni. Molti proprietari acquistavano dei piccoli terreni per poi affittarli per l'estrazione dei cantoni. La prima cava era fronte strada. Mi ricordo che quando pioveva si riempiva d'acqua formando un laghetto.

<<Alla fine degli anni Cinquanta e inizio degli anni Sessanta, dove oggi ci sono i giardini pubblici c'erano due cave, una grande e un'altra più piccola, dove noi ci divertivamo a buttare le pietre per sentirne il tonfo. Di cave ce n'erano tante. Li Punti sembrava un paesaggio lunare perché le aprivano un pò dappertutto, e se non conveniva sfruttarle le abbandonavano. In fondo all'odierna via Era c'era l'oliveto dei Soddu. Anche questo terreno in seguito fu sfruttato come cava.

<< La S.S. Carlo Felice 131 all'epoca era chiamata viale Sassari-Porto Torres. Era una strada larga, come quella che arriva alla stazione di San Giovanni, dove ci sono i cipressi. Ai lati di questo viale c'erano tanti alberi dove ci arrampicavamo per prenderne i frutti, che chiamavamo "noccioline".

<<Quando ero bambina a Li Punti acqua non ce n'era. Per l'approvvigionamento dell'acqua ordinavamo dei viaggi con le botti, a seconda delle possibilità economiche di ciascuna famiglia.

La cisterna stava nel cortile e serviva per tutto: per il maiale, per l'asino, per le galline. C'era anche la vasca per lavare. In seguito, nei primi anni Cinquanta, costruirono un abbeveratoio e un lavatoio pubblico, che esistono ancora oggi all'ingresso di San Giorgio. Solo poche famiglie, le più benestanti, non prendevano l'acqua dalla fontana. Erano quelle che si potevano permettere di ordinare più botti contemporaneamente e che avevano due cisterne, di cui una per l'acqua piovana. Chi trasportava l'acqua erano zio Peppino Corveddu e zio Fiorenzo Lai. La prendevano dagli orti dei fratelli Canu in località Pischina e, in seguito, dalla fontana di Li Punti costruita al bivio per la stazione di San Giorgio.

<<Io mi sono sposata nel 1962. La fontana dell'abbeveratoio esisteva già, mentre all'interno della borgata le fontanelle furono costruite nel 1965-66. L'idea fu di una persona che diceva che "se l'acqua arrivava al lavatoio poteva arrivare anche all'interno della borgata". Inoltre, in fondo a via Lenci c'era un corso d'acqua che scaturiva da una grossa vena alla quale il Comune fece collegare delle pompe attraverso le quali l'acqua arrivava alle fontanelle, che non erano altro che dei tubi con tanti rubinetti. In seguito costruirono dei grandi serbatoi nei giardini e l'impianto idrico per le case. Chi gestiva l'approvvigionamento era Antonio Piana, primo fontaniere di Li Punti.

La conseguenza di questa novità fu che tutti coloro che avevano una cisterna si fecero l'impianto idraulico, con tutti i benefici che ne conseguirono.

<<Quando zio Salvatore Ligas aprì il negozio di generi alimentari non ci sembrò vero avere un negozio a due passi da casa, invece di dover andare a San Giovanni da Veglia e fare tutta quella strada a piedi. Le merci venivano trasportate con i carri, in seguito con le macchine.

All'inizio era Varoni un punto di ritrovo che chiamavamo lu sotziu, dove nel periodo di carnevale si svolgevano i balli. Ricordo che quando ero bambina ancora non c'erano trasporti verso la città. L'unica corriera andava alla Crucca, alla tenuta di Costa, e di solito saltava la fermata di Li Punti anche quando questa in seguito venne istituita. Gli unici mezzi di trasporto pubblici erano due carrozze che andavano in città. Bisognava prenotare il posto un giorno prima. Molte volte mia madre, per prenotarle il posto per l'indomani, mi mandava a s'aidu (l'odierna via Millelire) per fermare la carrozza di zio Antonino che scendeva da Sassari. Il tram di Pani lo abbiamo visto mi pare dal 1953, quando andava a Platamona.

<<La prima linea per Li Punti fu istituita nel 1958, ma solo sulla superstrada

Nel luglio del 1992, dopo tante lotte e mille proteste, finalmente venne istituita una linea tramviaria all'interno del quartiere.

<<Sino al 1970 ho abitato nella casa dei miei genitori che nel frattempo si erano trasferiti a Campanedda. In seguito abbiamo acquistato il lotto di terreno dove abito adesso, in via Ciancilla. Questo terreno lo chiamavano "il campetto" perchè i ragazzi andavano a giocare al calcio.

<<Inizialmente zio Barore Cherchi, quando vendeva i terreni, non badava troppo ai confini, per cui le strade della Li Punti storica risultano strette, mentre in seguito la lottizzazione dei terreni venne seguita dal giovane geometra Antonio Piras e le strade vennero progettate molto più larghe>>.
 

Costantino Paoni

Nato ad Anela nel 1927, Costantino Paoni ha vissuto gli anni "poveri" del quartiere. A Li Punti, in via Arcidiacono, è venuto ad abitare nel 1962. Questi sono i suoi ricordi:

<<Abitavo a Sassari, mentre a Li Punti avevo solo delle conoscenze. Un giorno, parlando con alcuni amici di Benetutti, fra i quali Pedru Barroccu, si avvicinò un signore: disse che era il proprietario di alcuni terreni e aveva intenzione di vendere tutto. Era Barore Cherchi, il proprietario della maggior parte dei terreni a Li Punti. Lo stesso giorno incontrai un'altra persona di Ittiri, proprietario di un terreno acquistato tempo prima e adibito a deposito di materiale per un cantiere, e anche lui manifestò l'intenzione di vendere. Il prezzo che propose era un affare.

Così che acquistai il lotto di terreno dove attualmente abito.

<<Il problema maggiore è stato convincere mia moglie ad accettare di trasferirsi qui perchè qui non c'era niente, solo le vacche di Tiana al pascolo, qualche casa bassa e niente altro. Dall'altra parte della strada c'era solo la casa di Delogu. Nel 1965 si costruirono la casa ziu Saivadori Pinna con la moglie zia Magaridda e Gavino Satta, sposato con la figlia Bruna. In via Era c'erano poche case; in via Celestino Manunta la casa di Giovannino Piu, che abitava lì dal 1948, quella di zia Celestina Masia e il locale del panificio di Giorico, che risalì ai primi anni Cinquanta.

Nella tanca dove c'è il campetto della chiesa e la scuola elementare "Batteta" ci pascolava il bestiame zia Pasqualina Lisai, che prima abitava a Monte Oro e poi in via Maninchedda angolo via Cosseddu. Per evitare il trasporto del bestiame si era insediata in quella tanca e per abbeverare gli animali vi trasportava l'acqua sin quando non costruirono l'abbeveratoio all'ingresso di San Giorgio.

<<Le domeniche primaverili, il 1 Maggio e a Pasquetta molte persone venivano da Sassari per trascorrere la giornata in aperta campagna>>.
 

Giampiero Ligas

Giampiero Ligas è nato proprio a Li Punti 72 anni fa.

<<Sono nato nel 1945 a Li Punti. La mia famiglia abitava in fondo alla via Vittorio Era, verso Montalè. All'epoca quella via era una strada bianca piena di fossi che si percorreva per andare a Monte Fiocca. Era tutto campagna con pochissime case.

Chi come noi viveva all'interno del quartiere non aveva la luce perché non esisteva l'impianto di rete elettrica, né pubblica né privata. L'acqua per usi domestici era quella piovana, che veniva raccolta in una cisterna; quando finiva veniva trasportata dall'acquaiolo con le botti. Poi sono state installate le fontanelle. Per cucinare era raro trovare una cucina a gas: si usava il fuoco alimentato con la legna, come del resto in questo modo si viveva in tutte le campagne, lontano dalla città.

<<La nostra storia a Li Punti inizia nel 1915, quando mio nonno materno, Porcu, comprò un terreno. Mio nonno lavorava come cantoniere alle Strade Ferrate Sarde e con i soldi della liquidazione comprò un oliveto di due ettari quasi alla fine di via Era, e qui in seguito costruì la sua casa. All'epoca la zona veniva identificata come regione Monte Tignosu. In seguito comprò altri due ettari di terreno confinanti con il primo, nella zona chiamata regione Mandra Noi Noi.

<< Mio padre, Peppino Ligas, conobbe a Li Punti mia madre Maria Assunta Porcu, non ricordo se nel 1926 o nel '28. Li Punti, in quel periodo, era divisa in zone ben distinte. Il confine era la strada che oggi si chiama via Vittorio Era. Praticamente questa via era un confine geografico. Percorrendola da via Millelire e salendo verso la chiesa tutta la campagna sulla sinistra era regione Mandra Noi Noi sino a Via Pala di Carru, dove iniziava regione Santa Barbara. La parte destra era regione Li Punti che confinava con Monte Tignosu. I terreni, a parte qualche eccezione, appartenevano alla famiglia Cherchi e ai fratelli Carta. Il terreno dove oggi c'è la Sigma di via Pasella era dei fratelli Carta, che l'avevano ereditato da uno zio che viveva con loro e che chiamavamo masthru Agostino. La moglie si chiamava zia Filomena. Questi terreni erano tutti oliveti e nel periodo della raccolta delle olive molte persone del posto venivano chiamate a giornata per raccoglierle. Allora esisteva un unico frantoio dei fratelli Carta, sulla ex Carlo Felice S.S. esattamente dove oggi c'è la rivendita di Pinuccio Sanna. Era in una camera rialzata nella cui parte superiore c'era la grande macina di pietra e sotto le vasche dove veniva raccolto l'olio macinato. I Carta avevano terreni piantumati ad olivi anche a Montalè e conservavano le olive raccolte prima della macinatura nelle grotte che esistevano nella zona.

<<Dalla Sigma di via Pasella in giù, andando verso la chiesa, c'erano campi seminati a grano.

Questi terreni appartenevano alla famiglia Cherchi. Il padrone si chiamava zio Barore Cherchi. I terreni dove sono state costruite la chiesa di San Pio X e la scuola "Batteta" erano dei pascolativi, che venivano chiamati "lottizzazione Angius - Deliperi". Quelli dove sono nati è nata la prima scuola materna e il primo caseggiato della scuola elementare appartenevano al prof. Ruju; nella parte confinante con l'odierna via Giovanni Bruno c'era una cava. Mi ricordo che ogni anno veniva una grande trebbia che per noi piccoli era uno spettacolo. Il grano veniva depositato a Li Punti e proveniva anche dai paesi vicini. Praticamente dove non c'erano olivi c'erano terreni adibiti a pascolo o seminativi.

<< Proprio in quel periodo la famiglia Cherchi decise di lottizzare delle tanche per mettere in vendita terreno a basso costo (da 300 a1000 lire il mq). Il primo che fu lottizzato, a parte quello confinante con la superstrada, era compreso tra l'incrocio di via Carboni (dove oggi ci sono le strade Via Cosseddu, via Ettore Mura, via Maninchedda, Via Concas ecc.) sino alla fine di via Vittorio Era, dove abita la famiglia Galleri. In questa zona il costo del terreno era 500 lire a mq.

<<Un altro terreno che i Cherchi lottizzarono fu nella zona della cabina elettrica, cioè praticamente tutta la parte vecchia, che comprende le strade via Arcidiacono, via Bruno, via De Falcos , via de Fraia. La lottizzazione consisteva in piccoli pezzi di terreno sui 250-300 mq, quanto bastava per poter costruire una casa con un piccolo giardino, necessario per poter fare la cisterna per l'acqua e per il pozzo nero. I geometri che seguirono la lottizzazione, se non ricordo male, furono il geometra Piras e il geometra Fele. Chi lottizzò questi terreni fu abbastanza onesto, perché le strade furono costruite a carico di Barore Cherchi, anche se non erano abbastanza larghe come quelle della lottizzazione di Monte Tignosu>>.

Gavina Massidda

Gavina Massidda racconta che nel mese di novembre del 1958 il padre Antonio con la madre Onida Maria, provenienti dall'Argentiera con la famiglia dopo la chiusura della miniera, acquistarono un terreno da Barore Cherchi nell'odierna via Ettore Mura.

<< Ricordo che le poche case esistenti all'epoca: quella di Mario Tossi, quella di comare Tina Sedda, proveniente come noi dall'Argentiera, e quella di zio Giovannino Contini. Insieme a noi costruirono Lorenzo Foddai, i De Cherchi e Peppino Delogu e poi, pian piano, tutti gli altri.

<<Nel 1963 mio marito Vittorio Pisano acquistò un lotto di terreno dalla lottizzazione Angius-Deliperi in via Era dove, abitavano se non ricordo male, già i Piana, Vacca, Marras, Porcu, Ligas, Ginetto Melis e pochi altri.

<<Le strade erano tutte bianche e polverose. Figuratevi che quando le donne dovevano andare a Sassari, sino alla fermata dei mezzi pubblici che era sulla strada Sassari-Porto Torres, usavano scarpe vecchie che poi cambiavano oppure le avvolgevano con il nailon per non sporcarle.

Quando pioveva, invece …. fango a volontà>>.
 

Gigi Massidda

Gigi Massidda, il fratello di Gavina, ricorda quando le messe venivano celebrate in case private, come quella vicina a Varoni sulla superstrada. Poi arrivarono i missionari provenienti da San Giovanni e da Sassari. Gigi ricorda di essere stato cresimato quando la chiesa era in via Demuro. Ricorda anche quando zio Billia Salis trasportava l'acqua nelle case con l'asinello e nei tempi successivi quando l'acqua veniva trasportata con le botti su di un motocarro. Questo lavoro veniva fatto anche dal fratello Nicolino e da Peppino Deliperi.
 

Lorenzo Foddai

Lorenzo Foddai ricorda che nel 1956 con i suoi genitori, di Florinas, abitava in affitto in una campagna nella zona di Viziliu, proprio dopo l'odierno bar Il Nuraghe, nel curvone dopo la discesa.

<<Nel 1958 lavoravo con l'impresa che costruì il primo asilo a Li Punti in via Vittorio Era.

Dato che i miei genitori erano già anziani e non avevano più voglia di coltivare la campagna decisero di investire dei denari per l'acquisto di un terreno per costruirci una casa e lasciarmela in eredità. L'occasione la diede ziu Barore Cherchi che nel 1963 stava lottizzando dei terreni di sua proprietà. Mio padre decise di comprarne un lotto di circa 220-250 mq, il tanto necessario per costruire una casa con un piccolo giardino. Oltre alle fontanelle, una delle quali é ancora oggi visibile nella nicchia nella casa di Onali in via E. Mura, ricordo che mio padre costruì la cisterna per l'acqua, quasi tutta scavata con il picco.

<<Un giorno, quando trovò della roccia molto dura, decise di usare della dinamite, di cui era esperto perché per lavoro, come minatore, la utilizzava spesso. Purtroppo quel giorno a causa di quell'esplosione "volò" per alcune decine di metri un masso abbastanza grande in direzione della casa di Gavino Marras, dove c'era il forno della calce. Fu un miracolo se non ci furono feriti.

Da quel giorno scavammo solo con il picco>>.
 

Beppe Fodde

Beppe (Giuseppe) Fodde, nativo di Benetutti, ricorda il suo arrivo a Li Punti:

<<Nei primi anni Cinquanta, quando ancora abitavo a Benetutti, conoscevamo zia Luisa Soddu cugina del padre di Andrea Soddu, presidente di un Comitato di quartiere e vice presidente di Circoscrizione, che abitava già a Li Punti. Zia Luisa ci promise che ci avrebbe cercato un posto di lavoro vicino a Sassari e ci convinse ad acquistare una casa in questa zona.

<<Il primo ad arrivare fu mio fratello, il più grande, che iniziò a lavorare con zio Lorenzo Bonavia come aiutante camionista, per caricare e scaricare i camion. In seguito arrivò l'altro mio fratello che andò a lavorare nelle cave. Io, il più piccolo, non volevo lasciare il paese. Ma un giorno di giugno del 1952 venne a caccia a Benetutti il pugile sassarese Gavino Matta, medaglia d'argento nei pesi mosca alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e campione italiano dilettanti. All'epoca ero un ragazzo: lo accompagnai nella battuta di caccia, e fu lui che in quell'occasione mi convinse a venire a Li Punti perché c'erano possibilità di lavoro.

<<Era veramente così, il lavoro era sopratutto quello delle cave di cantoni, ed è grazie alle cave che a Li Punti si insediò una "colonia" di gente proveniente dal Goceano esattamente come me. Furono però anche gli anni dello spopolamento dei piccoli paesi. La conseguenza fu che le città, i paesi o le borgate non lontane dai luoghi dove c'era una prospettiva di lavoro stabile furono presi d'assalto per due semplici motivi: il primo, abitare vicino al posto di lavoro, il secondo cercare un terreno per costruire una casa con un piccolo giardino per continuare a vivere come nel paese natale. Li Punti corrispondeva a queste esigenze, ed inoltre forniva terreno a basso costo.

<<In quel periodo, come accadde da altre parti, nascevano rioni abitati da persone provenienti dallo stesso paese o dallo stesso circondario, come quelli formati da persone venute da Bono, Benetutti, Anela, Esporlatu, Burgos, Bultei e da tutto il Goceano, che finirono col costituire una comunità dove portarono esperienze e tradizioni dei loro paesi>>.
 

Pasqualina Siotto

Zia Pasqualina Siotto-Lisai é stata una delle persone più conosciute a Li Punti.

Abitava e accudiva il suo bestiame, costituito da mucche e maiali, nel terreno dove in seguito nacquero la chiesa parrocchiale e la scuola "Batteta".

Nata ad Orani nel 1916, dopo aver abitato in diversi luoghi, nel 1947 venne a vivere a Li Punti. Era sposata con Giuseppe Lisai, di professione pastore.

Il terreno dove abitò apparteneva al geometra Gavino Angius, e venne in seguito chiamato Lottizzazione Angius-Deliperi.

La casa era molto umile, fatta di pietre e un po'precaria. L'affitto che pagava era di due litri di latte al giorno. In quella casa c'era tutto, anche l'ovile.

Il figlio Angelo Lisai, conosciuto con il nome Narciso, è nato proprio in quella casa. Ricorda che quando pioveva la madre metteva nel pavimento i secchi per raccogliere l'acqua che cadeva all'interno per via del tetto rotto: tanti buchi tanti secchi. Il gabinetto era all'esterno, dietro un muro e a cielo aperto.

Il latte che producevano veniva venduto in quella casa oppure portato ai clienti casa per casa.

Angelo ricorda che il padre portava il latte anche in una latteria che avevano a Sassari in Piazza Quadrato Frasso (Lu Patiu di lu Diàuru). Andava con una moto carrozzella e appena guadagnava i soldi per la benzina occorrente alla moto chiudeva tutto e andava via.

Al ritorno la prima fermata era alla bettola di Beniamino Oggiano, in piazza Sant'Antonio. Tante volte lo dovevano accompagnare a casa altre persone perché lui preferiva non guidare.

La caratteristica di zia Pasqualina era che camminava sempre scalza. Era un'abitudine che si era presa ed era raro che indossasse scarpe, a meno che non si vestisse elegantemente.

Quando venne lottizzato il terreno e si dovette costruire la chiesa, il proprietario, per convincerla ad andare via, le promise che le avrebbe regalato un altro pezzo di terreno da un'altra parte. Zia Pasqualina non accettò e per costringerla a lasciarlo ci volle una sentenza del tribunale dopo una causa civile. Zia Pasqualina andò ad abitare in una casa che si costruì in via Maninchedda su un terreno che aveva acquistato da zio Barore Cherchi.
 

Giuseppina Campus

Giuseppina Campus ricorda di essere arrivata a Li Punti, con la famiglia, negli anni Sessanta e di aver frequentato la quinta classe nei locali di Corveddu prima di essere trasferita nelle scuole elementari di via Era.

Il padre aveva lavorato alla Carbosulcis come muratore per realizzare le opere murarie nella miniera. Una volta chiusa la miniera la famiglia si trasferì a Bosa, paese natale dei genitori, dove rimase per qualche anno.

Per carenza di lavoro e su invito di un fratello del padre, anche lui muratore, si trasferirono a Li Punti. Con i soldi della liquidazione il padre acquistò un lotto di terreno di 262 mq di proprietà di Salvatore Cherchi, nell'attuale via Lucio Albani.

In quel periodo costruirono le loro abitazioni anche i Ledda, i Tiana e i Delogu.

La casa venne costruita in varie riprese e Giuseppina Campus ricorda che nel cortile di casa tenevano alcune "tamburlane" per la raccolta dell'acqua piovana per gli usi domestici, mentre l'acqua per bere veniva presa dai fratelli più grandi alla fontana di San Giorgio e trasportata fino a casa sempre con quei bidoni, fatti rotolare sul terreno.

Giuseppina ricorda che dove oggi sorgono i giardini pubblici c'era il buco enorme di una cava di tufo e che la mamma impediva a lei e alla sorella di uscire dal cancello di casa per paura che si avvicinassero alla cava nella quale, così ricorda, un bambino era cascato ed era morto. Dopo quel grave episodio, ed anche perché la cava non veniva più sfruttata, si iniziò a riempirla con materiale vario per la realizzazione di giardini pubblici.
 

Virgilio Maffi

Virgilio Maffi coglie l'occasione per ricordare tutte le persone che contribuirono alla crescita del nostro quartiere: <<Molte di queste persone purtroppo non esistono più. Mi capita spesso di leggere sulla "Nuova Sardegna" che molti paesi festeggiano i propri centenari ed è in quel momento che ricordo che anche a Li Punti abbiamo avuto i nostri ultracentenari, alcuni dei quali ho conosciuto di persona.  <<Il primo che ricordo è Giuseppe Manunta (ziu Peppinu) deceduto nel 1994 all'età di 101 anni. Il secondo è Salvatore Fele (ziu Barore) deceduto nel 1998 all'età di 104 anni.          La terza persona è Francesca Nieddu (zia Cicita) deceduta nel 2004 all'età di 103 anni.

La quarta persona è zio Giovannino Contini deceduto nel 2016 all'età di 103 anni.

Vi ringrazio perché con questo vostra ricerca mi date la possibilità di ricordarli e salutarli. In fondo sono, a ben vedere, personaggi storici per la nostra comunità>>.
 

Uccio Bonavia

Uccio Bonavia ricorda i pantaloni corti portati sia d'estate che d'inverno, legati alla vita con le bretelle incrociate davanti e dietro: <<Quando si bucavano venivano rattoppati, man mano che si cresceva si levava l'incrocio delle bretelle o da davanti o da dietro. In estate normalmente si stava sempre scalzi, le scarpe si indossavano solo per andare a scuola. D'inverno si indossava il solito maglione di lana sopra la maglia pesante>>.

Ricorda anche il primo pallone di cuoio tutto rattoppato, all'interno, anzichè la camera d'aria, il padre aveva messo la vescica di un maiale.

<<Il latte si comprava da zia Pasqualina Lisai, da zia Speranza la moglie di zio Pasquale o da zio Tilocca noto Fanfani>>.

Uccio è nato in una casa all'incrocio di via Era con via Domenico Millelire.

<<Mio padre Lorenzo, quando venne ad abitare da queste parti, era in affitto. Nel 1934 comprò dall'Istituto delle Orfanelle Figlie di Maria 2600 mq di terreno, pagando tutto il lotto 600 lire.

<<Il tetto della casa che costruì era fatto di canne sostenute da travi ricavate da tronchi di cipresso, sopra le canne c'erano le tegole. La cisterna per l'acqua era scavata nella roccia e l'acqua veniva portata su con l'istagnara, un secchio di alluminio con una catena su una carrucola. Mia mamma, prima che ci fosse la fontana all'ingresso di San Giorgio, lavava in una vasca dove noi bambini in estate ci facevamo il bagno>>.

Durante questo incontro Uccio racconta di un fatto curioso capitato alla madre.

Vicino alla sua abitazione c'era una cava dismessa In quello spazio era stato allestito un set per girare un fotoromanzo, uno di quelli che andavano di moda negli anni Cinquanta, per "Bolero film". Per un disguido un giorno gli attori rimasero senza pranzo: la madre, venuta a sapere della situazione, preparò un pentolone di pasta e fagioli che fu molto gradita tanto é vero che raccontando l'episodio diceva che "a momenti si mangiavano anche la pentola".

In quel fotoromanzo si dice che era interprete anche un giovane Vittorio Gassman. Il costo del fotoromanzo era 25 lire.

Uccio finisce il racconto ricordando le manifestazioni per avere la strada statale illuminata di notte e la costruzione di due sottopassi per raggiungere l'altra parte della strada:

<<Purtroppo quella strada è stata per anni teatro di incidenti anche mortali, e, ancora oggi, rappresenta sempre un pericolo a cui necessariamente bisogna trovare una soluzione>>.

I giochi

Dalle interviste è emerso anche il ricordo dei giochi che i bambini facevano soprattutto all'aperto e dei pochi giocattoli che riuscivano a costruire con materiale di recupero come gli stracci o elementi naturali come canne, legno e paglia, materiali che abbondano nelle campagne. Questi erano i soli giochi concessi ai bambini dalla povertà di quella vita.

I più popolari erano: paradiso, primomonte, ce l'hai tu, uno due tre stella, giochi con la palla naturalmente fatta di stracci, i cerchi di legno, rubabandiera, girotondo e altri.

In seguito per i maschi ci furono le figurine, i giochi con i "ballocci" con tutte le loro varianti, nascondino, moscacieca, spaccapietra e la "cirimella".

I ragazzi andavano a caccia di lucertole con il tirelastico che di solito veniva sequestrato da zio Peppino Ligas, che era barracello, con tanto di contravvenzione: figuratevi che l'aveva messa anche al figlio. Insomma, erano tutti giochi semplici e innocenti, a volte anche pericolosi come quando si giocava con il carburo per far saltare i barattoli.

I bambini e i ragazzi avevano tanto spazio libero a disposizione per sbizzarrire la fantasia, l'unico pericolo erano le cave.

Quando è arrivata la televisione, la prima si trovava nel bar di Varoni. Gli spettacoli per i bambini dell'epoca erano: Rin TinTin, Ivanhoe, Zorro, per non parlare di Carosello.

la televisione non ce l'avevano tutti: per vederla bisognava andare da chi la possedeva o al bar.

Le trasmissioni preferite dagli adulti erano: "Il Musichiere", condotto da Mario Riva, e "Lascia o raddoppia", condotto da Mike Bongiorno.

Ci divertivamo a fare il pane in casa cotto nel forno con il fuoco a legna. I dolci che si preparavano per le feste erano le papassine per i Santi, e le formagelle per Pasqua, o i biscotti per i matrimoni; a settembre mettevamo ad asciugare i fichi per farli seccare, poi si conservavano dentro una federa con le foglie d'alloro. Molto spesso era la nostra merenda, pane e fichi secchi.
 

Le scuole

Nell'Archivio Storico del Comune di Sassari, alla sezione "Contratti - atti legati repertoriati", al volume XII contraddistinto con il numero 7052/17 del 2 marzo del 1933 si legge che:

<<Il comune di Sassari assume in locazione dal signor Corveddu Gavino fu Antonio, nato a Banari e domiciliato a Sassari, una stanza posta lungo la strada nazionale Sassari-Porto Torres, per uso di scuola rurale in regione San Giorgio>>.

Infatti le prime aule per le scuole a Li Punti furono date in affitto da ziu Bainzu Corveddu.

Questo è il primo atto pubblico che riguardante la borgata di Li Punti. Sino a quella data le uniche scuole pubbliche della zona erano a San Giovanni, in un caseggiato messo a disposizione dal 1926 dal signor Augusto Veglia, il quale aveva firmato una convenzione con il Comune di Sassari.

Parlare delle scuole significa seguire l'evoluzione del quartiere.

Molte persone intervistate hanno frequentato le scuole elementari a Li Punti e alcune hanno questi ricordi.

Lorenzina Manunta dice: <<Adesso racconto come erano le scuole a Li Punti. Anzi, colgo con piacere questa occasione che mi state dando per chiarire una volta per tutte che a Li Punti le scuole c'erano, nonostante si senta dire che non ne avevamo. Alle scuole elementari di Li Punti abbiamo frequentato sia io, che sono del 1937, che mia sorella, che è nata nel 1934. Solo mio fratello, nato nel 1929, ha frequentato tutte le elementari a San Giovanni.

<<A questo proposito vi ricordo che a San Giovanni, in casa di Augusto Veglia, oltre alle scuole c'era tutto: le Poste, il negozio di generi alimentari insieme al bar e al tabacchino. Magari tutto in una stanza, ma c'era.

<<Ho frequentato le elementari a Li Punti nella scuola denominata San Giorgio. Era il 1943. Le aule erano date in affitto al Comune da zio Gavino Corveddu, che aveva stipulato una convenzione. Erano 4 classi: prima, seconda, terza e quarta, per un totale di 20 alunni. Le uniche maestre che ricordo erano maestra Magis e maestra Carta.

<<In quinta elementare dovevamo andare in cinque: io, Giovanna Porcu, Teresa Ligas e Tino (Silvestro) Ligas. Purtroppo, per frequentare la quinta classe si doveva andare a San Giovanni, ragion per cui molti bambini smettevano di frequentare perché non c'erano mezzi di trasporto.

<<Gli alunni non indossavano grembiule e l'arredo delle aule, molto scarno, era composto da banchi in legno biposto con la ribalta per la cartella, un foro per il calamaio e la scanalatura per appoggiare la penna, in genere una cannuccia con all'estremità un pennino che veniva bagnato nel calamaio.

<<Ricordo con piacere quando noi bambini andavamo fino alla stazione di San Giorgio per aspettare l'arrivo della maestra che veniva con il treno. A volte arrivava con la bicicletta e se capitava una giornata piovosa veniva invitata nelle case per asciugarsi. In seguito, visto l'aumento del numero di bambini frequentanti, il figlio del signor Corveddu, Antonino, fece costruire altre due stanze che affittò alla scuola, sita nell'attuale via Meridda.

<<Con il passare degli anni il numero dei bambini residenti aumentò ancora e si rese necessario costruire nuovi locali scolastici. Infatti tra il 1958 e il '61 in via Vittorio Era vennero edificati due edifici per accogliere gli alunni delle scuole materne ed elementari. Ben presto anche questi locali si rivelarono insufficienti per ospitare i bambini della borgata che erano in continuo aumento, per cui vennero reperiti locali in case private.

<<Alla fine degli anni Cinquanta, primi anni Sessanta, la popolazione cresceva a dismisura.

I Cherchi non facevano altro che lottizzare e vendere terreni, e le case spuntavano come funghi. C'era sempre più bisogno di aule per le scuole e perciò vennero presi in affitto altri locali anche dopo che furono costruiti i caseggiati pubblici dell'asilo e della scuola elementare in via Era>>.

Lia Fodde in Baralla racconta che la famiglia Fodde è arrivata a Li Punti da Benetutti nel 1951 dopo la morte della madre. Era costituita dal padre Antonio e da cinque figli, mentre altre due figlie sposate sono arrivate in un secondo momento.

Lia aveva 17 anni e ricorda che il padre acquistò la prima casa in via Vittorio Era di fronte all'ex Circoscrizione, per trasferirsi poi in una casa costruita in un terreno vicino alla cava di tufo dove lavoravano i figli maschi.

Racconta che agli inizi degli anni Settanta, quando la popolazione di Li Punti iniziò ad aumentare, le due scuole di via Era (materna ed elementare) non erano più sufficienti per accogliere gli alunni perciò vennero reperiti altri locali in case private: casa Baralla in via Carboni (scuola materna); casa Fioravanti in via Lucio Albani (scuola materna); casa Pischedda in via Manunta (scuola materna) nel 1969; casa Podda in via Ettore Mura (scuola elementare) nel 1971; casa Dore in via Orecchioni (scuola materna ed elementare a nome di Gavina Arca) nel 1973.

Questi locali però non erano idonei perché alcuni servizi non erano a norma di legge. Si rendeva indispensabile richiedere la costruzione di locali scolastici idonei e per questo si costituì un comitato di cittadini per sollecitare il Comune a risolvere la situazione. Grazie a quelle proteste nacque la nuova scuola elementare chiamata "Batteta".

Giampiero Ligas ricorda che dall'interno della sua aula si vedevano le tegole del tetto. D'inverno c'era molto freddo e un suo coetaneo, aiutato dal fratello, portava il fuoco dentro un secchio; lo trasportavano uno avanti all'altro con un lungo bastone. Venivano da Santa Barbara a piedi. La maestra si sedeva con il braciere davanti alle gambe e i bambini seduti tutti attorno.

Uccio Bonavia ha frequentato le elementari da Corveddu: <<Mi ricordo che le classi per i pochi bambini dell'epoca erano raggruppate: c'erano la prima, la seconda e la terza insieme, in un'altra aula la quarta e la quinta. Quando ero in prima elementare insieme a me c'era mia sorella che frequentava la terza>>.

Questi sono i ricordi della signora Nina Doppiu: <<Sono nata nel 1932 e anche io ho frequentato la scuola elementare "S. Giorgio" in una pluriclasse di 10 alunni. Ricordo che i bambini facevano colazione a scuola con il latte che portava Vittoria Bassu, figlia di Maurizio (ziu Màrighe) che era pastore. Ho frequentato a Li Punti fino alla terza e poi le ultime due classi a San Giovanni, nei locali di Augusto Veglia, molto più idonei e ospitali. Diventata grande, sono stata la prima bidella della scuola materna di via Vittorio Era, inaugurata dall'onorevole Antonio Segni nel 1959-60, di cui qui di seguito vediamo il progetto del 1956.

<<La scuola era formata da un grande salone con al centro un caminetto e il mio compito era quello di accendere il fuoco alla mattina prima dell'inizio delle lezioni. I bambini, una cinquantina, si sedevano in cerchio e la maestra iniziava la lezione. Aiutavo l'insegnante, insieme all'assistente, nelle varie attività. L'orario andava dalle 8,00 alle 16,00 e quando i bambini andavano via pulivo i locali; il sabato le lezioni terminavano alle 14,00. Il pranzo veniva preparato nei locali scolastici>>.

<< Per quasi un trentennio i bambini di Li Punti erano ospitati per studiare in case private. Anche dopo che fu costruita la prima scuola elementare in via Era la situazione non migliorò di molto, perché la crescita demografica costrinse le amministrazioni comunali dei vari periodi a trovare soluzioni-tampone come il caseggiato delle scuole di via Camboni, sino a quando finalmente si concluse la "telenovela" della scuola "Batteta".

All'inizio del 2000 un gruppo di insegnanti della Scuola elementare di Li Punti iniziò a lavorare con il metodo della ricerca storica, e cioè attraverso l'uso delle fonti, ricostruendo pezzi del passato di Li Punti e della vita dei nonni degli alunni, affinché, con il trascorrere del tempo, non andasse perduta la memoria di ciò che era stato fatto nel quartiere, dalla sua nascita in poi, e soprattutto per far conoscere agli alunni il modo di vivere dei genitori e dei nonni quando erano bambini.

Uno degli argomenti su cui i bambini ponevano più domande riguardava il "nuovo”caseggiato scolastico di via Era, quella che per molti anni fu chiamata "la scuola Batteta", dal nome dell'impresario che iniziò i lavori. Intervistando genitori e nonni i bambini scoprirono che la scuola che frequentavano non era stata costruita in tempi rapidi, ma a più riprese e che per portarla a termine erano occorsi ben sedici anni.

Molti genitori ricordavano che il terreno su cui la scuola venne costruita apparteneva al geometra Angius che lo aveva affittato ad una donna, zia Pasqualina Lisai, chiamata dagli abitanti Sandie Show per la sua abitudine di stare scalza, come la famosa cantante inglese. Zia Pasqualina viveva in una casetta che sorgeva dove oggi c'è la chiesa ed utilizzava il terreno per far pascolare gli animali che allevava.

I ricordi dei nonni e dei genitori, però, non erano sufficienti per ricostruire le fasi di costruzione della scuola, era necessario trovare fonti che la raccontassero con esattezza. Nella biblioteca scolastica gli alunni scoprirono, allegato ad un precedente lavoro svolto da altre classi, un articolo della "Nuova Sardegna" del 20-maggio-1992 che parlava della conclusione dei lavori di questa scuola iniziata 14 anni prima, dunque nel 1978, e alcune foto della costruzione.

Per le informazioni sull'iter intercorso dal momento del primo appalto fino alla conclusione dei lavori per la ricerca scolastica è stata utilizzata la fotocopia del documento della Corte d'Appello di Cagliari in cui in data 25-novembre-1978 si dà l'incarico all'impresa di Efisio Batteta di costruire "un edificio della scuola elementare nella frazione di San Giorgio-Li Punti". La consegna della scuola sarebbe dovuta avvenire 18 mesi dopo. Ulteriori informazioni le fornì la delibera del Comune di Sassari che attesta la sospensione dei lavori e l'inizio della causa fra il Comune e l'impresa accusata di non aver utilizzato il materiale di costruzione scelto inizialmente (tufo anzichè trachite)?!

I lavori infine furono portati a termine dall'impresa dell'ingegner Francesco Olmeo il 20-aprile-1994, come é testimoniato pure dall'insegnante M. Giovanna Piu, che ha raccontato che quando gli alunni della sua classe iniziarono a frequentare la nuova scuola, nell'aprile del 1994, gli arredi erano ancora avvolti nel cellophan.
La maestra Lidia Bachiddu oggi ottantenne, insegnò nella scuola di via Era "piccola" nel 1974. Ricorda che tutto intorno all'edificio il terreno era roccioso e la strada non era asfaltata.

Accanto alla scuola elementare sorgeva la scuola materna, costruita precedentemente.

L'edificio poteva ospitare quattro classi, ma essendo gli alunni molto numerosi si dovevano effettuare tre turni:

dalle 8,30 alle 11,00; dalle 11,30 alle 13,15; dalle 13,30 alle 17,00. Per eliminare i tripli turni il Comune prese in affitto una casa privata, casa Podda. Il Direttore didattico smembrò allora le classi di via Era, trasferendo due classi nella nuova scuola. I nuovi locali, però, erano angusti, con aule molto piccole che ospitavano solo 12 alunni ciascuna, una piccola finestra, tavolini quadrati sistemati uno vicino all'altro e nessun tavolo per la maestra. Mancava anche l' armadio, come ricorda anche l'insegnante Lia Amendola; il materiale didattico delle insegnanti veniva lasciato in macchina.

Purtroppo però i problemi non furono risolti, perché gli alunni continuavano ad aumentare e anche qui si dovettero fare due turni. Da casa Podda, che rimase aperta per dieci anni, alcune classi allora furono trasferite per un anno nei locali della Circoscrizione finché, nel 1988, non venne ultimata la scuola di via Camboni, dove finalmente vennero ospitati tutti gli alunni e fu avviata la sperimentazione modulare (due classi gestite da tre insegnanti, senza tuttavia eliminare i doppi turni).

In via Camboni le aule erano otto per la scuola elementare e tre per la scuola materna, oltre ad un'aula polivalente adibita a feste, spettacoli e mensa; attigua ad essa venne allestita un'aula di informatica.

Oggi la situazione delle scuole di Li Punti è la seguente:

La Scuola primaria è in via Era, nel nuovo caseggiato, ma anch'essa inizia a non essere più sufficiente a ospitare un numero di alunni in continua crescita. E'dotata di una biblioteca, una sala mensa per gli alunni del tempo pieno, gli uffici della presidenza e della segreteria, cui fa capo anche la Scuola media da quando la scuola è divenuta Istituto comprensivo. Attigua alla scuola sorge la palestra, costruita in un secondo momento e utilizzata in orario scolastico dagli alunni e nelle ore serali da varie società sportive.

Le Scuole dell'infanzia sono due, una in via Camboni, dove si effettua il tempo pieno, e l'altra, con orario antimeridiano, in via Era, di fronte al caseggiato della Scuola primaria. Nei locali che nel passato ospitavano la Scuola materna, che è stato il primo edificio pubblico costruito a Li Punti, oggi c'è la Ludoteca comunale.

Nel 1965 il Comune di Sassari prese in locazione dal signor Augusto Veglia, che aveva casa e negozio a San Giovanni, un locale sito al piano terreno della casa posta in quella nella borgata, da destinare al completamento della sede della sezione staccata della Scuola media.

Nel 1969 il Comune di Sassari prese in locazione dalla signora Luisa Veglia, nella stessa località, tre camere e servizi facenti parte di un immobile da destinare a sede della Scuola media (ex Avviamento agrario) in regione San Giovanni.

Quindi, agli inizi degli anni Settanta a Li Punti non c'erano scuole medie e gli studenti erano costretti ad andare a San Giovanni nelle vecchie scuole elementari o a Sassari.

Per i disagi evidenti che questa situazione creava, l'Amministrazione comunale dell'epoca, guidata dal sindaco Francesco Guarino, stipulava un contratto di locazione con il parroco della chiesa San Pio X, don Bazzoni, per utilizzare alcuni locali della parrocchia per la scuola media. Nell'Archivio storico del Comune di Sassari è riportato, con il numero 13910/204 del 19 aprile 1972, il seguente contratto di locazione:

<< Il Comune di Sassari assume in locazione per la durata di otto anni dalla parrocchia San Pio X, rappresentata in qualità di parroco dal reverendo Bazzoni Antonio, uno stabile sito nella borgata di Li Punti, avente la superficie di metri quadrati 270, per uso sede scuola media>>.

Purtroppo, come spesso accade, la durata del contratto non fu rispettata e oltretutto, secondo il parere di don Bazzoni, i locali concessi in affitto subirono dei danneggiamenti. Questa situazione indusse il parroco a dare lo sfratto alla scuola, costringendo l'Amministrazione comunale a trovare un'altra sistemazione. La soluzione fu trovata adattando ad aule scolastiche una parte dei locali abbandonati e inutilizzati da tanti anni dell'ex Ospedale psichiatrico di Baldinca.

Nel 1982 iniziarono le lezioni in quel caseggiato. In seguito, quando il padiglione delle scuole di Baldinca fu dichiarato fuori legge per la presenza di amianto, furono costruiti i nuovi locali delle Medie 11 in via Onida.

La signora Giovanna Puttolu fu bidella nel periodo in cui la scuola era alloggiata nei locali della chiesa, nei primi anni Settanta.
 

La chiesa di San Pio X

Sin dalla nascita della borgata Il territorio di Li Punti faceva capo alla parrocchia di San Giovanni. Per il parroco della piccola chiesetta, don Nieddu, risultava sempre più problematico gestire un territorio così vasto man mano che il quartiere cresceva. Questo spinse l'arcivescovo dell'epoca, mons. Paolo Carta, a inviare nel nuovo quartiere alcuni sacerdoti della diocesi, in seguito sostituiti da missionari di San Vincenzo, tra i quali ricordiamo in particolare Padre Corti.

Le messe venivano celebrate nelle abitazioni private e non sempre nella stessa. A volte passavano nelle case, nel periodo pasquale, alcuni Salesiani per impartire la benedizione, e molti ricordano don Sunda.

Monsignor Arcangelo Mazzotti fu arcivescovo di Sassari dal 1931 al 1961. Il suo successore fu mons. Agostino Saba per poco più di un anno, cui succedette mons. Paolo Carta, che rimase in carica sino al marzo del 1982.

Fu nel 1966 che Mons. Paolo Carta nominò il sacerdote Antonio Bazzoni responsabile della comunità della piccola borgata di Li Punti. Don Bazzoni fu ordinato sacerdote nel 1952, e prima di questa nomina fu vice parroco della parrocchia del Sacro Cuore a Sassari, dal 1957 al 1960 parroco di San Gavino a Bancali (chiesa fondata da Padre Manzella), e ancora vice parroco della futura Basilica del Sacro Cuore sino al 1966.

Il 12 ottobre del 1966 mons. Carta celebrava la prima Messa di Li Punti nella chiesa

provvisoria, ricavata in via Demuro, in un garage reperito per l'occasione da Costantino Paoni.

La nuova parrocchia venne è stata ufficializzata il 24 aprile del 1967 con decreto dell'arcivescovo e intitolata a San Pio X. Veniva confermato parroco don Bazzoni.

Da quel momento iniziò l'iter per la costruzione della nuova chiesa. Per realizzarla furono usati i cantoni estratti dalle cave di Li Punti. Tanti abitanti del luogo hanno prestato la loro opera a titolo gratuito. É stato un gesto di riconoscenza per l'impegno che don Bazzoni ha dedicato al quartiere in un momento di totale assenza dei servizi primari come la rete idrica e fognaria, strade, mezzi di trasporto e una scuola primaria per l'accoglienza dei bambini del quartiere.

Per nove anni fu vice parroco don Virgilio Businco, sino a quando nel 2003 don Virgilio fu nominato parroco di Chiaramonti andando a sostituire don Costantino Poddighe che a sua volta assumeva l'incarico di parroco di San Pio X dopo le dimissioni per malattia di don Bazzoni nel 2003.

Don Costantino si è integrato perfettamente nella comunità parrocchiale svolgendo un ottimo lavoro nella continuità e nel rinnovamento dell'opera iniziata da don Bazzoni. Oggi la parrocchia coinvolge tante persone e famiglie in vari gruppi tematici, alcuni di carattere sociale altri più prettamente ecclesiastici. La parrocchia ospita stabilmente, dal 1976, una comunità di suore domenicane della Beata Imelda, che con la loro presenza affiancano e supportano l'operato della comunità parrocchiale.

Suor Amelia, per tanti anni madre Superiora della piccola comunità, racconta quando e perché le prime suore sono arrivate a Li Punti:

<<Nel 1972 quando ci fu il Capitolo generale, alcune sorelle espressero il desiderio di costituire una Comunità del nostro ordine religioso in Sardegna. Sarebbero volute andare a San Giovanni, dove esisteva già una parrocchia per aprire una casa. Per accompagnarci vennero la Madre generale, madre Lauretana, madre Michelangela e suor Ignazia, missionarie domenicane. Durante il tragitto verso San Giovanni notarono una strana costruzione a forma di chiocciola. Per curiosità si fermarono e in quel momento seppero che quella era una chiesa in costruzione. Le suore entrarono e incontrarono don Bazzoni con il quale dialogarono. Il mese successivo la Madre generale chiese ufficialmente la possibilità di mandare in quella parrocchia delle suore per attività pastorale nel periodo estivo, esprimendo in questo modo il desiderio di poter aprire una Comunità in Sardegna per la catechesi e radunare i bambini e i ragazzi in attività ludiche.

Don Bazzoni colse immediatamente l'opportunità che si stava presentando, cioè quella di avere un'opera missionaria a Li Punti collegata alla nuova chiesa, anche se solo per pochi mesi l'anno.

Le prime suore che arrivarono furono suor Elisabetta, suor Armida, suor Maria Luisa e suor Margherita.

<<Nel 1975 la Madre generale propose al parroco la possibilità di ospitare le suore in modo stabile tutto l'anno, cosa che avvenne nel 1976. Provvisoriamente le suore abitarono in una casa in affitto in via Millelire, vicino allo svincolo per Baldinca, sulla parte destra della Superstrada; la casa era di Vittoria Bassu, figlia di zio Màrighe. Abitarono lì per diversi anni prestando il loro servizio per conto della parrocchia, fin quando nel 1998 fu costruita nel complesso parrocchiale una casa dedicata a loro dove attualmente risiedono>>.

Suor Wilma, presente alla intervista ha sottolineato l'impegno delle prime suore che arrivarono: "Oltre che per l'insegnamento della catechesi, radunarono bambini e ragazzi della parrocchia per svolgere attività ricreative”.

La collaborazione si concretizzò quando nei locali che don Bazzoni concesse per la scuola media le suore della Beata Imelda e in particolare Suor Ignazia e Suor Reginalda, coordinate dal prof. Tetti, organizzarono una scuola di recupero per adulti che permettesse di conseguire la licenza elementare e la licenza media. Vi insegnarono anche la signora Rasenti e la signora Mureddu.

Questo corso serale finì quasi nello stesso periodo in cui le scuole medie furono trasferite nei locali di Baldinca.
 

Le cave di cantoni

Uno dei mestieri più antichi del Sassarese fu quello dei piccapidreri, che raggruppava gli scalpellini, i maestri abili a posizionare i ciottoli nel selciato delle strade e i cavatori di pietra.

Le corporazioni dei vari mestieri vengono chiamate Grémi dalla parola spagnola che significa appunto "corporazione – associazione", per lo più a carattere religioso.

Già nel 1294 negli Statuti Sassaresi si parlava dei bocadores de cantones. Il moderno Gremio dei Piccapietre nacque nel 1830. Prima era affiliato a quello dei Muratori in una confraternita che aveva come patrona la Madonna degli Angeli.

I Piccapietre venivano considerati una categoria inferiore, come la categoria dei carracantoni, cioè coloro che trasportavano i cantoni di tufo dalle cave.

Quando nel 1856 i Piccapietre si separarono dai Muratori scelsero come patrona Sant'Anna; in seguito, finita l'epidemia di colera che devastò Sassari, scelsero come patrona la Madonna della Salute avendo Sant'Anna come seconda patrona.

Per tanti anni il Gremio dei Piccapidreri non fu ritenuto degno di partecipare alla Discesa dei Candelieri, onore che venne concesso nel 1955. Il loro candeliere apriva la sfilata ed era l'ultimo ad entrare in chiesa a Santa Maria il 14 agosto. Ora sfila per secondo avendo ceduto il primo posto all'ultimo candeliere, ammesso alla sfilata, nel 2007quello dei Fabbri.

Il candeliere è custodito in Santa Maria in Betlem nella cappella di San Salvatore.

Nella lingua italiana il termine "cantone" significa "angolo esterno o interno di una casa".

In dialetto sassarese sta ad indicare un manufatto squadrato estratto da una cava di tufo; in italiano è più conosciuto come "concio".

Per la disponibilità della materia prima abbondante e per la facilità di lavorazione, I cantoni (i conci) di tufo sono stati usati fin dall'antichità per costruire imponenti costruzioni come ponti, acquedotti e angolature dei muri di cinta. I blocchi venivano cesellati sapientemente dagli scalpellini, e i conci di grosse dimensioni venivano usati per creare monumenti.

Nel territorio di Li Punti le cave di tufo esistevano già prima del Medioevo, periodo in cui vennero edificate le chiesette di Santa Barbara e Sant'Antonio di Noi Noi, zona che in seguito prese il nome di "Regione Santa Barbara".

Il tufo (dal latino tophus) è un tipo di roccia di cui esistono diverse varietà e qualità. Capita spesso ancora oggi di vedere case antiche con muri perimetrali in pietra, con solamente gli angoli fatti con cantoni di tufo di grandi dimensioni, usati per dare una squadratura e un allineamento verticale preciso.

Parlando delle cave con chi vi ha lavorato e con chi le ha gestite abbiamo riscontrato nei racconti incongruenze e contraddizioni, determinate dal tempo trascorso e del ruolo di ciascuno nella catena produttiva.

L'estrazione e la lavorazione del tufo sono stati determinanti per la nascita della borgata. Infatti in questo territorio in varie epoche ci sono state non meno di una quindicina di cave che rivestivano una straordinaria importanza, per l'economia del luogo, anche perché si trattava di un tufo di buona qualità.

Nell'estrazione a mano si procedeva così: nel tufo si tracciava un solco con il picco per cava nel senso della lunghezza e un solco nel senso della larghezza con la profondità adeguata, poi si mettevano alla base, battuti con una mazza, dei cunei, detti "punciotti", sin quando veniva scalzato il cantone intero, che veniva poi squadrato a misura con una squadra e la picchetta. Le dimensioni dei cantoni erano diverse, venivano squadrati anche su ordinazione sulla base di misure particolari.

Per lo sfruttamento della cava negli anni Trenta-Quaranta si pagava una quota al proprietario, il cosìdetto "diritto di cava", che in media ammontava a circa 5 lire a pezzo.

Nel terreno dove in seguito è nata la Delegazione comunale e che apparteneva all'Istituto Orfanotrofio Figlie di Maria, si trovava la prima cava in cui l'estrazione avveniva con il picco.

In una cava vicina fu lasciato al centro un blocco di tufo grande 8-10 metri per 4-5 metri che in seguito la gente del posto chiamò Lu bàstioni. Questa torre era scavata all'interno e in esso furono ricavate delle camere che servivano come alloggio ai piccapietre che lavoravano nella cava. All'interno, venivano ricavate delle scale per poter scendere e salire dalla cava sino alle camere. I dormitori erano dei semplici pagliericci, sempre pieni di pulci e perciò le nostre madri ci proibivano di andarvi a giocare. Uccio Bonavia a questo proposito ricorda che: <<Quando chi vi lavorava ritornava al paese, generalmente al fine settimana, noi bambini andavamo a giocarci, purtroppo la conseguenza era che quando si tornava a casa, arrossati dalle punture e pieni di pulci, mia madre (come le altre) ci obbligavano a spogliarci e mi mettevano nella vasca nel cortile per lavarci, "volava" anche qualche schiaffo per punizione. Nonostante questo per noi era irresistibile, ritornavamo sempre. Molte cave erano di proprietà di chi le sfruttava, altre venivano concesse in affitto, come quelle che si trovavano dove oggi sono i giardini pubblici.

Una parte di quei terreni apparteneva all'Istituto Orfanotrofio Figlie di Maria e le cave furono gestite inizialmente da un certo Pistidda, socio di Demontis. In seguito quei terreni sono diventati beni pubblici in base ad un regio decreto che stabiliva che: i beni degli enti di assistenza dovevano diventare di proprietà degli enti amministrativi come il Comune. I loro beni espropriati, sono stati adibiti a servizi collettivi come il terreno dove oggi ci sono i giardini pubblici e il caseggiato dell'ex Circoscrizione .

Fare un elenco dettagliato di tutte le cave presenti nel territorio dove è sorto il quartiere è un'impresa quasi impossibile dato il tempo trascorso. Cerchiamo di ricordare le più importanti.

Una delle prime cave si trovava all'angolo di via Era con via Millelire, nel terreno di zio Giovannino Pinna, originario di Sedini. Un'altra cava, ricordata da Uccio, era in via Millelire dove oggi ci sono gli ambulatori dei medici. Se non ricordo male il proprietario era ziu Zuniari Mura>>.

Giampiero Ligas ricorda la cava del padre Peppino, ereditata dal nonno materno Pietro Porcu, quando ancora l'estrazione dei cantoni avveniva manualmente con il picco:

<<La produzione dei cantoni di tufo, era un lavoro duro ma redditizio, perché era il nuovo sistema per costruire i muri delle case a basso costo. Ricordo che insieme a mio padre negli anni 1940-1945 alla cava lavorava come "piccapietre" anche il cognato Costantino Porcu, fratello di mia madre, oltre ad altri operai che venivano da paesi vicini come Ossi. Molto tempo dopo, forse nei primi anni Cinquanta, arrivarono a Li Punti alcune imprese che noi chiamavamo "i Leccesi”. Un'impresa era dei fratelli Gino e Salvatore Renna, che in realtà erano abruzzesi, soci con un certo Vitrugno, i quali costruirono una casa a due piani che ancora esiste all'angolo destro tra via Era e via Lenci. La casa fu costruita con materiale di scarto proveniente dalla cava vicina. L'altra impresa era del signor Palita. Queste persone portarono un' innovazione nella lavorazione delle cave di tufo perché per estrarre i cantoni usavano macchinari elettrici. All'epoca a Li Punti la luce ancora non c'era, quindi per azionare le seghe a disco utilizzavano dei potenti gruppi elettrogeni. Provarono a lavorare davanti alla chiesa e non ci riuscirono, e allora per provare da un'altra parte, chiesero il permesso di lavorare nella cava di mio padre. In quel terreno tutto funzionò a meraviglia tanto è che da allora si continuò a sfruttare le cave tagliando il tufo con i dischi (i gruppi elettrogeni che usarono furono comprati dal circo Togni).

<<Dopo questa esperienza, siccome il lavoro risultava meno faticoso, spuntarono cave ovunque: I proprietari si facevano una concorrenza spietata. La conseguenza positiva fu che l'apertura delle cave portò nuova mano d'opera: posso stimare che in quel periodo ci lavoravano nelle cave non meno di 70-80 persone. Quasi tutti questi operai pian piano iniziarono ad acquistare il terreno per costruirsi una loro casa>>.

Giuseppe (Beppe) Fodde è stato un proprietario di cave. Ricorda anche lui che esse sono state una risorsa economica molto importante. Forse è stato il volano che ha dato la spinta iniziale a tutto l'insediamento abitativo: <<A Li Punti c'erano già alcune cave in una di queste lavoravano i miei fratelli. Io ero il più piccolo e lavoravo come meccanico: la mia paga era di 30 mila lire al mese.

Ho deciso in seguito di iniziare anche io a lavorare in cava con miei fratelli. Nella prima cava dove abbiamo lavorato eravamo soci con i Renna e Vitrugno, che erano i figli degli imprenditori che avevano portato le macchine elettriche per l'estrazione dei cantoni. La cava era quella in via Era angolo via Lenci.

<<Quando andarono via i Renna ci vendettero le cave di loro proprietà e i relativi macchinari. Allora ci mettemmo in società con Baralla, mio cognato, e continuammo a lavorare nelle cave prendendole in affitto. Una di queste si trovava dove ora ci sono i giardini, un'altra in via Bruno dietro la scuola materna nel terreno del prof. Ruiu. Lavorammo anche nella cava di Ligas e nel terreno della signora Anna Penco, una donna benestante che arrivava da Sassari in calesse. Alla fine comprammo il suo terreno.

<<Una volta finito di sfruttare quella cava abbiamo venduto il terreno a Sarria per il suo deposito di materiale edile; così via sino agli anni Settanta quando abbiamo acquistato altri due ettari di terreno nel quale abbiamo scavato 15 mila mq di cava, una cosa enorme. Ci siamo indebitati per acquistare camion nuovi e tutto il materiale che occorreva. Avevamo paura di aver fatto un passo troppo lungo, invece la nostra fortuna fu che con il decollo della Zona Industriale di Porto Torres, la gente, trovando un posto di lavoro stabile, iniziò ad investire nella costruzione della casa. Dopo due anni avevamo saldato tutti i debiti, proprio perché il mercato era fiorente.

<<Una cosa è certa, abbiamo lavorato senza risparmiarci. Dalla cava si estraeva notte e giorno e questo ha creato qualche disagio inevitabile, specialmente la notte. In seguito abbiamo abolito i turni notturni per non creare problemi agli abitanti della borgata.

Mi ricordo anche la polvere che sollevavano i camion quando andavano avanti e indietro senza sosta. Quella cava l'abbiamo tenuta sino all'avvento dei blocchetti, chiudendola definitivamente nel 1990. L'impresa Nando Scanu, quando ha costruito la chiesa di San Pio X, ha comprato tutti i cantoni da noi>>.

Uno dei molti che hanno lavorato nelle cave dei cantoni è stato zio Paolino Sanna, nativo di Burgos trasferitosi dal paese natale molto giovane. Prima faceva il pastore di mucche a mezzadria a San Giovanni. Il guadagno era poco e quando proibirono di vendere il latte sfuso decise di cambiare mestiere.

<<Ricorda che nel mese di settembre del 1960 acquistò da zio Barore Cherchi un lotto di terra, al costo di 1000 lire il metro, nell'attuale via Carlo Lenci. La casa che costruì era la prima in assoluto in quella via, con due ingressi, uno da via Lenci e uno da via Giovanni Bruno.

Quando acquistò il terreno aveva 30 anni, era sposato con due figli, il terzo è nato a Li Punti>>.

Paolino oggi ha 87 anni: <<Quando nel 1960 sono venuto ad abitare a Li Punti sono stato assunto da zio Lorenzo Bonavia come autista con una paga di 1.200 lire al giorno per 10-11 ore di lavoro giornaliero. Si trasportavano soprattutto i cantoni estratti dalle cave del circondario, ma anche sabbia e altro. C'erano cave ovunque, una (quella di Renna) confinava con il terreno che avevo acquistato. I cantoni venivano trasportati ovunque: a Sassari, Sennori, Sorso, Porto Torres e in tutti i paesi del circondario; le tumbarelle trasportavano 10-15 cantoni per volta, che costavano circa 20 lire l'uno.

<<Un giorno Michele Baralla, padrone di una cava e socio dei fratelli Fodde, mi propose di andare a lavorare con lui. La paga era di 1.700 lire al giorno, 170 lire l'ora. Abbiamo prodotto cantoni per tutti, dalla petrolchimica che li usava per la recinzione, alla costruzione della chiesa san Pio X. Anche la recinzione dell' ex Ospedale psichiatrico di Baldinca è stata fatta con i cantoni prodotti dalla cava dove lavoravo io.

<<Quando le cave erano in piena produzione, con l'uso delle macchine si estraevano circa 600-800 cantoni al giorno. A Li Punti molte persone trasportavano i cantoni, prima con le tumbarelle poi con mezzi meccanici. Molti figli di queste persone hanno continuato il lavoro del padre: in particolare mi ricordo dei fratelli Lai, Uccio e Tore, figli di zio Fiorenzo.

Mi ricordo anche un certo Tottoi Solinas, piccapietre di Ossi, che si diceva riuscisse da solo ad estrarre anche 70 cantoni al giorno. Forse era una leggenda, però di certo ne estraeva tanti.

<<Nelle cave veniva usata anche la dinamite ed uno dei più abili minatori era zio Costantino Piana. La cava più grande di questa zona era la cava di Franceschino Soddu. Vicino alla cava dei Ligas-Porcu e a quella di Franceschino Soddu c'era la cava dove lavorava Mariolino Quadu.

Altri proprietari di cava erano i Baldinu e zio Antonino Astara>>.

Negli anni Sessanta la gente per le costruzioni preferiva il tufo, essenzialmente per due motivi: il primo per una questione economica, il secondo per la qualità. Il nascente blocco di cemento costava più caro del cantone a causa della materia prima e della lentezza della produzione, poiché venivano fatti a mano. Un altro aspetto importante era la scarsa qualità, perchè veniva usata la graniglia di pomice che lo rendeva leggero, ma di contro era soggetto a rompersi molto facilmente.

Qualche tempo dopo, però, ci fu un'inversione di tendenza, con conseguente crisi del settore. La crisi fu determinata da vari motivi: uno era il peso del blocco di tufo, che oscillava dai 40 ai 50 chili. Alcuni blocchi fuori misura, fatti su richieste particolari, come per i pilastri dei cancelli, dei portali, dei ponti o facciate di edifici importanti, pesavano addirittura 70 chili. Venivano chiamati le pezzette.

<<L'inversione di tendenza maggiore si ebbe però con la produzione industriale del blocco di cemento. Nascevano le prime blocchiere, stabilimenti industriali dove la produzione era meccanizzata e in serie, con i blocchetti migliorati in qualità usando graniglia più resistente. Agli inizi degli anni Settanta-Ottanta il blocchetto in cemento, più economico, più leggero, più regolare come squadratura segnò l'inizio della fine delle cave dei cantoni di tufo che chiusero definitivamente nel 1990>>.

A proposito dei blocchi di cemento ricordiamo che nel cantiere della rivendita di materiali edili del geometra Antonio Piras, in via Giovanni Bruno è nata la prima fabbrica manuale di blocchi di cemento. Il geometra Piras è stata una figura storica che ha contribuito molto allo sviluppo del quartiere. Insieme al geometra Pierino Fele. Sono stati loro che hanno curato inizialmente il piano di lottizzazione dei terreni dei Cherchi. Il geometra Piras è stato il primo che ha intuito la necessità di uno sviluppo urbano del quartiere, progettando strade larghe e scorrevoli, specialmente nella lottizzazione di Monte Tignosu. La sua rivendita di materiali edili, nei primi anni Sessanta, ha dato a molti abitanti dell'allora nascente quartiere la possibilità di costruirsi una casa. Infatti non faceva difficoltà a permettere che si pagasse il materiale di costruzione un poco alla volta.

Tornando alle cave, oggi l'unica cava ancora visibile in tutta la sua grandezza è quella vicino alla necropoli di Montalè-Monte Tignosu. I proprietari del terreno appartenevano alla famiglia Carboni. Erano tre fratelli di Montresta e il più grande, che si chiamava Angheleddu, lavorava con i nipoti.

Un prodotto di scarto delle cave di tufo era la tufolina (l'aibinu) che veniva usata nella muratura come aggregante insieme alla calce e alla sabbia. La tufolina era una polvere di tufo finissima, che veniva ottenuta passando al setaccio i residui della lavorazione. Quando avanzavano frammenti grossi, venivano posti per terra dove passavano i carri con i cavalli in modo che li frantumassero ulteriormente per ricavarne altra polvere. La tufolina veniva usata anche per livellare i campi da bocce.
 

Lo sviluppo dagli anni Sessanta

Parlando dello sviluppo di Li Punti non si possono non ricordare la nascita e l'evoluzione della Zona Industriale della Marinella. L'economia del nostro territorio, fin dai tempi passati, era basata in modo particolare sulla pastorizia, agricoltura, miniere e cave.

Solo dalla fine anni Cinquanta, primi anni Sessanta, si intravide uno sviluppo economico diverso, legato all'industrializzazione.

Nel 1962 presidente della Repubblica era Antonio Segni subentrato a Giovanni Gronchi. Il presidente della Regione Sardegna era Efisio Corrias, il sindaco di Sassari Lorenzo Ganadu, l'arcivescovo di Sassari Agostino Saba, succeduto ad Arcangelo Mazzotti.

Per effetto di varie riforme in quegli anni ci furono molti più bambini che frequentavano la scuola con conseguente aumento delle strutture scolastiche.

Diventava obbligatoria la frequenza della scuola media statale, veniva nazionalizzata la produzione dell'energia elettrica che finalmente arrivava anche nelle campagne,

aumentava la diffusione dell'informazione tramite la stampa e la televisione, che, finalmente, dal 1956 poteva ricevere anche in Sardegna.

Purtroppo le regioni meridionali e in particolare la Sardegna risentivano della mancanza di una programmazione economica adeguata e la situazione per l'isola era resa ancora più grave dalla mancanza di trasporti marittimi e aerei adeguati a rompere l'isolamento. Alcune forme di criminalità come il banditismo e l'abigeato erano per molti l'unica fonte di guadagno. Era una civiltà patriarcale sostenuta da un'economia che basava tutto sull'agricoltura e sulla pastorizia e in modo minore sul terziario.

L'industrializzazione del Mezzogiorno e in particolare della Sardegna era una condizione indispensabile per uno sviluppo armonico dell'intero Paese.

Nonostante le bellezze naturali dell'isola non si poteva puntare immediatamente sul turismo, perché bisognava adeguare le vie di comunicazione stradale e il sistema di trasporti in modo da poterli percorrere in tempi rapidi.

La linea Porto Torres-Genova era settimanale, solo dal 1963 divenne giornaliera quando la m/n Olbia sostituì la vecchia m/n Torres. Sulla linea Olbia-Civitavecchia le vecchie navi giornaliere Città di Alessandria e Città di Trapani, già operanti prima della guerra, furono sostituite dalle più moderne Città di Napoli e Città di Nuoro.

Per arginare e invertire una situazione in cui si sviluppava un'emigrazione sempre più massiccia verso il Nord del Paese e dell'Europa specialmente verso la Svizzera e la Germania, nel 1957 venne costituito il Credito Industriale Sardo (Cis) e la Cassa del Mezzogiorno (Casmez). Questi Enti, per favorire lo sviluppo, erogavano crediti a tasso agevolato o a fondo perduto. La scelta della classe politica del tempo si orientò allo sviluppo dell'industria e da quella scelta nacque nel 1962 il Piano di Rinascita.

I suddetti finanziamenti furono usati per l'agricoltura e la pastorizia e in modo massiccio per industrializzazione.

In questo quadro economico nacque la zona industriale di Porto Torres, inaugurata ufficialmente nel gennaio del 1957.

Allettati da questa pioggia di denaro pubblico molti imprenditori iniziarono a sbarcare in Sardegna, da Moratti con la Saras a Sarroch, a Gualino con la Rumianca a Macchiareddu e Nino Rovelli con la Sir a Porto Torres.

Dopo una travagliata gestazione nasceva quindi la Zona Industriale di Porto Torres.

Alla fine degli anni Cinquanta nella nuova Zona Industriale fiorivano ogni giorno nuove aziende, tutte in cerca di mano d'opera,anche non qualificata.

Una delle prime aziende che si insediò fu il deposito della Butangas che acquistò il terreno al prezzo di 100 lire al metro quadro. In seguito arrivarono la Esso e la Pibigas, quindi lo stabilimento delle Fornaci Sarde per la produzione dei laterizi.

Agli inizi del 1960 entrarono in funzione Cimel, la Alba Cementi, lo stabilimento della Vianini, la Laterizi Torres e la Ferriera Sarda dei Salis. L'Opt (Officine Porto Torres) nasce nel 1962, e nel 1963 entra in funzione il primo impianto per la produzione del fenolo.

Dato che i finanziamenti con un limite di 6 miliardi erano previsti per le piccole e medie industrie, Rovelli costituì 46 società che anche se facevano capo alla galassia Sir erano per legge società distinte.

Per la costruzione della Petrolchimica furono impiegate imprese di manutenzione specializzate come la Cimi, la Geco Meccanica e altre, che si portarono al seguito i famosi trasfertisti che per vivere riversavano sul territorio parte dei loro guadagni.

La Petrolchimica di Rovelli svolse un ruolo strategico molto importante nello sviluppo del Sassarese. La stessa Sassari, e paesi come Sorso, Sennori, Alghero e altri piccoli centri del cosiddetto triangolo industriale, hanno tratto beneficio da questo sviluppo, anche se solo oggi ci rendiamo conto che abbiamo pagato un prezzo troppo alto in termini di inquinamento.

A parte la Sir, nascevano in prevalenza imprese collegate con l’industria delle costruzioni, un settore in fase di forte espansione per la creazione di nuove infrastrutture (ponti, strade ecc.) sia per l'incremento dell'edilizia pubblica e privata.

L'economia della Sardegna, in seguito a queste nuove attività industriali che si affacciavano all'orizzonte, stava per conoscere un vero boom economico.

Pian piano gli operai del settore industria stavano numericamente per superare quelli che lavoravano nelle campagne. ( Come si registrò nel censimento del 1971).

Purtroppo quegli anni coincisero con la chiusura delle miniere dell'Argentiera, nel 1963, e quelle di Canaglia nel 1964. Molte famiglie di ex minatori vennero ad abitare a Li Punti perché avevano trovato un lavoro stabile per loro o per i figli a Porto Torres. Anche i cosiddetti operai trasfertisti vennero a cercare alloggio a Li Punti perché qui gli affitti delle case era decisamente più basso che altrove.

Il problema maggiore per il quartiere fu la sanatoria dell'abusivismo edilizio che aveva dilagato dagli anni Sessanta, in particolare a Monte Tignosu.

Intendiamoci, stiamo parlando di abusivismo di "necessità" e non certamente di speculazione.

Nel 1964 tra il Comune di Sassari e gli eredi Angius fu stipulata una delle prime convenzioni per l'attuazione di un piano di lottizzazione ad uso edilizio dei terreni di Li Punti.

Le nuove esigenze portarono alle famose lotte, alla nascita dei piani di borgata, ai piani di zona e al Piano regolatore generale.

Nel 1974 fu firmata tra il Comune di Sassari, l'architetto Elia Lubiani, e l'ingegnere Renzo Solmona una convenzione per la redazione del progetto del Piano di zona per l'edilizia economica e popolare 167. Furono espropriati alcuni terreni e dati in concessione per l'edilizia convenzionata. Questo ha permesso la costruzione di case a schiera e di ville, dando vita a un bel quartiere residenziale. Sono questi gli anni dell'espansione abitativa del nostro quartiere e della nostra circoscrizione.

Con la legge Bucalossi del 1977 si cercò di porre rimedio all'abusivismo con delle sanatorie che riversarono sui cittadini il costo delle opere di urbanizzazione. In questo modo però si evitarono sanzioni molto pesanti anche se qualche abitante, purtroppo, venne condannato con qualche giorno di carcere.

Agli inizi del 1980 nascevano le prime cooperative edili, condomini, case a schiera, case singole o multifamiliari. Ne citiamo alcune: "Enrico Costa"- "Canne al vento" - "La Rotabile" - " La Tirreno" - " l'Edificatrice" - "Condominio il Centro" - "Antonio Segni" - " Ideal Casa"- " Ottobre" e moltissime altre, sia a Li Punti che a Monte Tignosu.Purtroppo quegli anni coincisero con l'inizio della fine di quello che tutti consideravamo il miracolo economico. Oltre alle lotte per un quartiere vivibile iniziavano le grandi lotte in difesa dei posti di lavoro.

La caduta di Rovelli avviò il lento e inesorabile declino dell'industria del nord Sardegna, iniziammo a conoscere il dramma dei licenziamenti e della cassa integrazione di massa. Solo in parte, e tardivamente, l'industria di stato (l'Eni) arginò il nuovo fenomeno dell'emigrazione di tanti tecnici e operai verso i paesi produttori di petrolio.

Oggi di tutto quello grande insediamento petrolchimico non restano che pochi impianti e tanta desolazione.
 

Alcune notizie sono tratte dal libro Industria e Territorio nel nord-ovest della Sardegna 50 anni del Consorzio Industriale Provinciale di Sassari. a cura di Manlio Brigaglia e Sandro Ruju. Edito da Tas Sassari 2012
 

La produzione e il lavoro

Queste che citiamo di seguito sono le attività industriali più importanti che hanno dato lavoro a tante persone e contribuito allo sviluppo del quartiere.

Il saponificio Carlini - Ledà

Anche se il saponificio è in posizione decentrata rispetto a Li Punti, è necessario ricordarlo perchè rappresenta un modello di archeologia industriale.

L'industria più grande del territorio, oltre alle cave d'estrazione dei cantoni di tufo che nei primi anni Cinquanta occupavano una settantina di persone, fu senza dubbio il saponificio Carlini, situato a breve distanza da Li Punti, in una zona compresa tra Sant'Orsola e il passaggio a livello di San Giorgio, in una valle interna a destra della linea ferroviaria Sassari-Porto Torres. Ancora oggi, prima di arrivare al semaforo di Li Punti, se si guarda a destra percorrendo la statale verso Porto Torres si vede una ciminiera dello stabilimento ancora in buono stato di conservazione.

Esisteva un'altra ciminiera che, purtroppo è crollata, e tutte e due appartenevano allo stabilimento della produzione dell'olio di sansa.

Sotto le ciminiere c'erano le caldaie per la produzione del vapore.

La storia dice che a Sassari nell' Ottocento c'erano soprattutto due famiglie interessate alla lavorazione dell'olio e delle sanse, i Carlini e gli Ardisson. I fratelli Ardisson erano arrivati in Sardegna nel 1820 con l'incarico dell'esecuzione di alcuni lavori nel palazzo del marchese Quesada, nel centro storico di Sassari. Uno dei fratelli, Agostino, nel 1835 ottenne la concessione per la lavorazione industriale dell'olio e per la saponificazione.

La famiglia proveniva dalla Liguria e precisamente dal paese di Oneglia che aveva dato il nome ad un particolare tipo di produzione di sapone, importato in Sardegna dagli Ardisson.

La famiglia Carlini invece arrivò a Sassari nella seconda metà dell'Ottocento con il capostipite Giovanni Carlini che proveniva da Masone, un'altro paese della Liguria. Uno dei suoi 10 figli, Erminio, creò la C.O.R., una azienda di produzione di laterizi; le fornaci erano a Sassari in via Pascoli, ma poi si trasferirono nella Zona Industriale di Porto Torres.

Per tanti anni il prodotto finale della macinatura delle olive era stato l'olio.

La sansa era un prodotto di scarto, che veniva smaltita nei campi come concime oppure veniva bruciata o semplicemente buttata via.
L'invenzione delle macchine alimentate a vapore e le nuove tecnologie chimiche permisero una lavorazione ulteriore della sansa, che portava ad estrarne un residuo di olio che veniva venduto col nome di sansa. Questo nuovo procedimento fece in modo che nel 1820 in Sardegna, a Molafà, venisse edificato dal cavalier Delitala il primo stabilimento per la produzione dell'olio di sansa. In seguito nacquero altri stabilimenti.

I saponifici presero vigore, quando in Francia fu proibita l'importazione di olio di sansa proveniente dalla Sardegna, perché costava troppo poco. Questo fatto permise che nel Sassarese ci fosse molta materia prima a basso costo.

Nel 1824, dopo l'editto francese, nacquero altri frantoi per la macinatura delle olive e la produzione dell'olio, nonché stabilimenti per la produzione del sapone ricavato dall'olio di sansa. Uno di questi fu, a Sant'Orsola, quello del cavalier Giacomo Fresco, gestito insieme al figlio e al genero signor Calvo.

La famiglia Carlini provò a produrre il sapone con lo stesso metodo di quello Oneglia, chiamando lo stabilimento "Saponeria al solfuro, uso Oneglia". L'occasione si presentò nel 1885, quando un nipote del Signor Calvo, un certo Marco Calvo, vendette lo stabilimento ai Carlini per la cifra di 60.000 lire, compresi i macchinari per la produzione del solfuro di carbonio e l'oliveto pertinente. All'acquisto parteciparono l'Ingegnere Antonio Ledà d'Ittiri e l'Ingegnere. Giovanni Battista Carlini. In seguito si aggiunse l' avvocato Nicolò di Suni.

Lo stabilimento, conosciuto con il nome di Saponificio Ledà, fu costruito nel 1885 e utilizzato prevalentemente per la produzione d'olio di sansa. La produzione cessò nel 1918, quando le condizioni economiche non resero più conveniente produrre il sapone a base di olio di sansa.

Nel 1937 Luigi Carlini chiese la riapertura del saponificio; la concessione arrivò nel 1946, e così si iniziò ad usare il grasso animale. Seguendo una lenta trasformazione il sapone veniva prodotto in pasta o in saponetta. Per questa lavorazione Luigi Carlini, nel 1951, si avvalse della collaborazione del signor Giuseppe Maffi (padre di Virgilio). Giuseppe Maffi era un operaio che si era specializzato in un saponificio a Loano, un paese della riviera ligure di Ponente. Il signor Carlini si avvalse della sua conoscenza per avviare la produzione del nuovo sapone che veniva fatto con i grassi animali con a volte l'aggiunta dell'olio di palma e di silicato.

La ditta Carlini-Ledà aveva quindi due stabilimenti, di cui uno per l'estrazione dell'olio dalla sansa tramite il solfuro di carbonio, la cui produzione cessò nel 1951, e che in origine era stato un frantoio per la produzione dell'olio d'oliva.

Nel secondo stabilimento, denominato "Saponificio al solfuro Sant'Orsola di Luigi Carlini", c'era la produzione di sapone e di soda caustica. Lo stabilimento occupava in media circa 15 operai. La produzione cessò nel 1953.

L'ultimo tentativo di rilanciare la produzione del sapone fu del capo-impianto Giuseppe Maffi, che con l'aiuto del figlio Virgilio e di pochi operai prese in gestione lo stabilimento. La produzione cessò definitivamente nel 1955.

Oggi, nel 2018, in occasione di questa ricerca Virgilio ha ritrovato alcune fotografie dello stabilimento, fra le quali la casa "rossa" dove abitava con la famiglia nel 1951. Questo è il suo ricordo:

<<In quella casa abitavano tre famiglie: la nostra, un'altra famiglia e al primo piano zia Maria "la tempiese", il cui suocero, zio Giuseppe, era il manutentore-muratore dell'impianto.

<<Ricordo ancora quando da Sassari venivano i macellai per portare tutti i grassi animali avanzati, che venivano buttati in grossi pentoloni di ferro, grandi quanto una camera. Le caldaie erano tre. Erano piene d'acqua ed erano attraversate da una grossa serpentina in ferro dove circolava vapore ad alta temperatura. Dentro questi pentoloni venivano gettati tutti i grassi animali, che venivano sciolti insieme alla soda caustica e addensati con il silicato.

<<Gli uffici dello stabilimento erano a destra del ponte della ferrovia, sotto il cavalcavia di viale Porto Torres, nella zona chiamata "Tana di lu mazzoni". Lì c'era anche il peso dove, all'epoca, venivano pesati i mezzi che trasportavano la sansa proveniente dagli altri frantoi.

Dopo la pesatura la sansa veniva trasportata e scaricata nello stabilimento.

<<Era un lavoro difficile e pericoloso, perché avevamo a che fare con prodotti altamente infiammabili, però eravamo ben retribuiti. All'epoca mio padre, era il 1951, prendeva 50 mila lire al mese e io 15 mila. Lo stabilimento dell'olio prese fuoco due volte, ma per fortuna erano anni di piena produzione e i danni furono sempre riparati.

<<Il sapone si vendeva ai commercianti di tutti i paesi che venivano a prenderlo nello stabilimento e veniva commercializzato già in confezioni. Io ero addetto alla timbratura per imprimere nel sapone, con una macchina, il marchio col nome "Sapone Leone".

La causa della fine della produzione fu l'introduzione sul mercato di saponi liquidi, più convenienti nel rapporto qualità- prezzo.

Lo stabilimento rimase in produzione per oltre settanta anni>>.

La famiglia Maffi , a seguito della chiusura dell'impianto, si trasferì a Li Punti presso un altro domicilio, lasciando disabitato l'edificio "rosso".

Dopo la fermata dell'impianto la manutenzione fu eseguita solo per piccoli interventi dalla famiglia Piras, fino al 1975. Da quell'anno l'abbandono e l'incuria si sono radicate, e il complesso è ora immerso in una vegetazione spontanea che ne impedisce perfino la visita.

<<Parte dei macchinari storici dell'impianto furono saccheggiati dai ladri. Fenomeni abitativi abusivi e atti di vandalismo furono incoraggiati per cancellare dalla memoria storica della nostra città questa importante realtà industriale.

<<Una piccola curiosità: Il telefono della ditta aveva il numero 85 ed era stato attivato nel 1906>>.

Alcune di queste notizie sono state tratte da una tesi di laurea dell'anno accademico 2013-2014 dal titolo: "La riqualificazione del saponificio Ledà a Sassari" di Federico Puggioni.Università degli studi di Sassari Dipartimento Architettura di Alghero.

Il calzaturificio "Torres"

Di questa fabbrica di scarpe abbiamo poche notizie. Sappiamo che uno dei proprietari e fondatore di questo stabilimento è stato il commendator Oreste Pieroni. sindaco di Sassari dal 1948 al 1954.

Dopo aver acquistato con altri soci un terreno piantumato ad oliveto, Pieroni costruì uno stabilimento per la lavorazione del cuoio e la produzione di scarpe, e nel 1963 inaugurò

il calzaturificio "Torres". Le scarpe prodotte in quello stabilimento venivano vendute a Sassari nel negozio del signor Pugliatti in corso Vittorio Emanuele, e in un'altra rivendita gestita dal figlio commendator Dino Pieroni.

Altre scarpe venivano spedite in continente per conto del calzaturificio di Varese.

Lucia Ligas è stata una dipendente del calzaturificio sin dall'apertura insieme alla cugina Bruna Lai.

Ricorda che nello stabilimento lavoravano non meno di 30 persone divise per reparti, tra i quali c'erano il reparto taglio della pelle, il reparto tacchi e il reparto montaggio. Lucia era addetta al controllo qualità. Da Milano periodicamente arrivavano degli istruttori.

Responsabile per la progettazione di nuovi modelli era il signor Carlo Rossi

Anche Maria Tilocca è stata dipendente, come segretaria, nel calzaturificio dal 1965 e ricorda che quando venne assunta vi lavorava il signor Innocenzo Tilocca in qualità di custode dello stabilimento. La signora Maria racconta che Pieroni in un momento di crisi, del settore, mise in liquidazione l'azienda e fu cosi che cedette la gestione dello stabilimento alla ditta Bermac il cui nome era dato dalla fusione dei cognomi di Berlusconi Gaetano e Martegani Erminio, già soci di Pieroni, provenienti da Appiano Gentile.

Quando cessò la produzione il capannone venne venduto al signor Mongili che aprì un centro commerciale chiamato Centrocasa. Questa attività, una rivendita di articoli da regalo, di prodotti per la casa e altro, è ancora presente nel quartiere.
La fabbrica delle buste di plastica ditta Zaami

Agli inizi degli anni SettantaIl signor Ido Zaami costituì una Cooperativa con il nome di Ecoplast per la lavorazione di materie plastiche (polietilene), che occupava circa 20 dipendenti.

L’azienda, a causa di un incendio doloso (e non essendo assicurata), cessò la produzione il 06/ottobre/1992. Lo stabilimento era in via Ettore Mura.

La fabbrica dei carciofini sott'olio

Questa fabbrica, nata nella metà degli anni Sessanta su iniziativa dell'imprenditore signor Trento, era alla fine di via Era, dove oggi c'è il negozio di Sarria.

La fabbrica occupava molta mano d'opera, tutta femminile. In quegli anni quasi tutte le donne che abitavano nel quartiere andavano a lavorare in quella fabbrica che produceva carciofini sott'olio. I carciofi, che arrivavano da tutti i paesi dell'isola con interminabili file di camion, venivano puliti e bolliti, poi confezionati nei barattoli e spediti per la commercializzazione. La richiesta del prodotto era talmente elevata che in piena stagione lavoravano anche ragazze molto giovani.

La fabbrica chiuse in modo inspiegabile.

Il forno della calce di Maurizio Marras

Nei racconti di Uccio Bonavia si racconta che dentro una cava, già negli anni Venti, esisteva un vecchio forno per ottenere la calce dalla lavorazione della pietra.

Sino a poco tempo fa, prima di costruire la palazzina a fianco all'edicola, all'ingresso di via Era erano ancora evidenti i segni circolari del forno, cioè un semicerchio scavato nella roccia e un semicerchio costruito in muratura.

Il tufo di questa cava non veniva usato per estrarre cantoni, ma solo per produrre calce.

Il forno funzionava così: si alternava uno strato di fascine di legna di "pimpisa" con uno strato di pietra, e così via sino a riempire il forno. Si portava il tutto ad alta temperatura per "cucinare" le pietre, che venivano cotte e messe in una vasca piena d'acqua che bolliva per una reazione chimica, diventando una specie di marmellata che era la calce. A Sassari si chiamava la "cazzina d'imbazzà", molto usata per imbiancare le camere delle case perché aveva potere disinfettante.

La polvere di calce si otteneva facendo asciugare questa poltiglia, macinandola e filtrandola con dei setacci fini. Questo procedimento era stato raccontato a Uccio dal padre: lui non aveva conosciuto il forno ma solo i resti dei cerchi rotondi tracciati per terra.

Alla fine degli anni Quaranta, primi anni Cinquanta, zio Maurizio Marras, già proprietario a Sassari, in via Carso, di un forno per la produzione della calce, acquistò un terreno in via Era e diede inizio a Li Punti ad una nuova attività per la produzione della calce, data la vicinanza delle numerose cave e la grande disponibilità di materia prima.

Il terreno dove c'erano i forni confinava da un lato con via Ettore Mura e verso via Cosseddu con le abitazioni delle famiglie Melis e Foddai. In questo lato del confine c'era una rampa che serviva a far salire la tumbarella di li carrattuneri, che di solito era di zio Peppino Corveddu. Questi carri erano carichi di pietra e legna che servivano per alimentare il forno.

Nel terreno vicino, con ingresso da via Era, costruì la sua abitazione Gavino, il figlio di zio Maurizio, che insieme al fratello Gino lavoravano alla produzione della calce. Tra le altre persone che hanno lavorato nel forno della calce ricordiamo Ausonio Tossi.
Industria di Materie plastiche (P.V.C.)

Un'altra industria presente a Li Punti, che esiste ancora oggi, è l'Overplast di Giampietro Virdis in via Carlo Lenci. Oltre alla produzione di porte e finestre in PVC. e di avvolgibili, c'è anche un punto vendita. L'industria è nata nel 1969.

Industria ribaltabili di Pierino Chieffi

La prima officina meccanica è stata quella di Pierino Chieffi, specializzata in carrozzeria industriale e ribaltabili. Era dietro il bar Varoni in via D. Millelire, poi trasferitasi in via Giovanni Bruno.

Autostrasporti Doppiu

Antioco Doppiu era il titolare della ditta Autotrasporti Doppiu. É nato in Regione San Giorgio 85 anni fa. Il padre era di Villanova Monteleone. L'attività esiste da 54 anni e si occupava di trasporti via terra per conto terzi con viaggi anche in continente. La sede è sempre stata a Li Punti.

Il signor Antioco oggi è in pensione e l'azienda è gestita dai figli Sergio e Roberto.

Nei tempi di grande movimento l'azienda ha occupato 54 persone, ma oggi che non si occupa più delle linee commerciali con il continente i dipendenti sono una decina.

Come abbiamo detto, l'economia di Li Punti si è sviluppata con le cave e con la nascita della Zona industriale di Porto Torres. Però dobbiamo ricordare che negli anni passati, quando ancora il quartiere non si chiamava Li Punti, c'erano altre produzioni che occupavano manodopera locale: le attività più importanti erano la produzione del tabacco a Santa Barbara, la raccolta delle olive per la produzione dell'olio, un'importante produzione di grano che veniva macinato in un mulino a San Giovanni, una pastorizia fiorente ed infine gli orti che assorbivano gran parte della mano d'opera femminile.

Oggi di tutto questo rimane ben poco o niente, e le conseguenze sono ben visibili.
 

Le prime attività

In questi anni Li Punti ha conosciuto un incremento urbano e abitativo molto importante.

Sono nate tante di quelle nuove attività commerciali che elencarle tutte richiederebbe una lista lunga, e per questo motivo abbiamo scelto di citare, in ordine di tempo, solo quelle che sono state attivate sino al 1975.

L'edicola

L'edicolante storico di Li Punti era Mario Ligas, che gestiva l'edicola di sua sorella Teresa e del cognato Elio Morandini. Mario è stata una figura storica per il quartiere. Il piccolo locale, grande non più di un metro per due, era di proprietà di suo zio Fiorenzo in via Millelire. Per tanti anni è stata l'unica edicola: venne aperta nei primi anni Settanta. Oggi quel locale è semidistrutto.

Gianuario Pilo ricorda così la figura di Mario Ligas:

<<Ogni mattina, prima di prendere il pullman per la Zona Industriale, era mia abitudine uscire di casa qualche minuto prima per comprare "La Nuova". Entrai subito in sintonia con Mario: mi piaceva sentirlo parlare, perché era capace di raccontare episodi e fatti su qualsiasi argomento sia della cronaca quotidiana che, soprattutto, di questioni politiche.

<<Molto spesso capitava che, coinvolto dalla discussione, non mi rendevo conto che il pullman che dovevo prendere era già passato, ed allora o facevo l' autostop oppure andavo al lavoro in bicicletta. Altre volte era lui stesso che mi accompagnava, continuando a chiacchierare sino alla fermata del pullman.

<<Mario era speciale, sapeva tutto su qualsiasi argomento.

<<Un'altra cosa che ricordo di Mario era il carattere scontroso, soprattutto con i bambini, che nascondeva sicuramente una grande timidezza. Capitava a volte che miei figli piccoli andassero da lui a comprarsi le figurine, e lui quasi li rimproverava, e a volte diceva che non ne aveva per evitare che spendessero soldi in qualche cosa che per lui, nonostante le vendesse, era inutile.

<<Con Mario condividevamo la passione per la fotografia. Tante volte siamo andati in giro nelle campagne cercando posti caratteristici da fotografare, oppure a Platamona per vedere e fotografare il mare in burrasca.

<<Della sua morte improvvisa venni a sapere durante una messa. Lo annunciò Don Costantino. Mi ricordo che tutti i presenti ammutolirono. Si capiva che veniva a mancare una figura storica per il quartiere, un amico di tutti>>.

I generi alimentari, frutta e verdura

Oggi nel quartiere sono stati aperti tanti supermercati col marchio di famose catene, ma anni fa c'erano solo alcuni piccoli negozi che davano la possibilità di comprare a "libretto," cioè di pagare a fine mese la merce acquistata.

Come abbiamo ricordato, la prima rivendita di generi alimentari sorta a Li Punti, con licenza, fu quella di zio Salvatore Ligas, anche se qualcuno afferma che c'era stato anche un negozietto di zio Gavino Corveddu. In contemporanea, o subito dopo, iniziava l'attività Gavino Varoni, anche lui sulla strada Sassari-Porto Torres. Ricordiamo che questi negozi venivano chiamati anche "coloniali" perché oltre ai generi alimentari tradizionali vendevano prodotti come il cacao, il caffè, il tè ecc. provenienti da territori che erano state, o erano, antiche colonie di Paesi europei.

In seguito Salvatore Ligas vendette la licenza ad un certo Mureddu (o Moreddu), venuto dalla Francia, che lo tenne per un breve periodo e poi sparì.

Un certo Nino Onida comprò nel 1958 la licenza da Varoni e aprì due rivendite, una in via Vittorio Era, in affitto da zio Peppino Ligas, e una in via De Fraia, dove nel 1962-63 aveva trovato lavoro come apprendista Vittorio Pisano nativo di Ardauli (in provincia di Oristano), ritornato dalla Francia dove era emigrato. A causa di alcune difficoltà nella gestione di due negozi Nino Onida vendette la licenza a Vittorio Pisano, che gestì in proprio l'attività di via Era. Vicino esisteva già il negozio di frutta e verdura di zio Costantino Porcu e un altro negozio anch'esso di frutta e verdura, di zia Lorenzina Manunta, nel vicolo chiuso di via D. Millelire, dietro il bar Varoni, che venne chiuso nel 1969.

Nello stesso periodo apriva il negozio in via Carlo Lenci anche Angelino Desole, dove oggi c'é il supermercato Pam Express. In seguito in via Lucio Albani aprì un negozio anche Antonio Fioravanti, con annessa una rivendita di frutta e verdura.

Vittorio Pisano acquistò un terreno della lottizzazione Angius-Deliperi in via Vittorio Era, angolo via Carboni, al costo di 500 lire il mq per la costruzione della propria abitazione e al piano terra ricavò un locale dove trasferì il negozio che ingrandì con il tempo; oggi in quei locali c'è il supermercato Crai.

Ricordiamo che anche a Monte Tignosu, in via Damiano Ciancilla, esisteva un negozio di generi alimentari gestito dal signor Giuseppino Lai.

Anche la signora Bruna Lai aveva un negozio di frutta e verdura. Il locale era vicino al luogo dove oggi c'è la nuova edicola in via Millelire. In seguito, in quel piccolo locale, si trasferì il gommista Galaresu.

Molte persone facevano i venditori ambulanti di generi alimentari, specialmente frutta e verdura. Ricordiamo Antonio Fioravanti e Nicolino Massidda.

Salvucci

Un'altra attività storica era quella del signor Adalberto Salvucci, a Monte Tignosu. Era una rivendita commerciale specializzata in mobili, elettrodomestici, articoli da regalo. Tanti abitanti di Li Punti e di Monte Tignosu hanno acquistato da lui il primo televisore a colori nel 1977.

Salvucci era rivenditore anche delle famose cucine Febal.

La farmacia

La prima farmacia è stata aperta a Li Punti in alcuni magazzini di via Meridda dalla dottoressa Paola Campesi, che abitava già con il marito Signor Cirullo a Li Punti in via Bruno, nella casa di Beppe Fodde. La borgata stava già iniziando a popolarsi, e a volte bisognava prenotare il farmaco dal giorno prima.

La pescheria

La prima rivendita di pesce fresco a Li Punti fu quella della Signora Maria Marrosu in via Era, dove ancora oggi c'è la pescheria di Franco Piana, suo figlio. Prima dell'apertura di questa rivendita, agli inizi degli anni sessanta il pesce fresco era venduto a domicilio sia a Li Punti che nelle campagne del circondario da una persona di Porto Torres che arrivava in bicicletta, con le cassette con il pesce sia sul manubrio che dietro il sellino.

Il meccanico di biciclette

Tutti coloro che sono arrivati nel quartiere sino al 1975 ricordano l'officina di un bravo e competente meccanico, dove si riparavano e affittavano le biciclette. Era di Antonio Soddu in via Millelire. A fianco c'era l'ingresso del frantoio delle olive.

La falegnameria

La prima falegnameria storica nacque a Monte Tignosu per opera del Signor Chighini. L'edificio nel quale si trovava, dove oggi c'è l'attuale bar Sport di Albino Pinna in viale Monte Tignosu, fu anche la prima casa costruita in quella zona alla fine degli anni Cinquanta. A Li Punti invece la prima falegnameria fu quella di Salvatore Pirino, nell'attuale via Li Punti, nata nel 1962– 63. A questa seguì poi quella di mastro Peppino Udassi in via Era; oggi in quei locali ci sono una pizzeria e una lavasecco. Mastro Peppino è venuto ad abitare a Li Punti con la moglie nell'ottobre 1970 da Villanova Monteleone, dove faceva già il falegname. Dal 1970 al 1998 ci fu un'altra falegnameria, del signor Angelo Melis, nativo di Bonnanaro, in via De Falcos.
I bar
Nella borgata erano aperti pochi bar, oltre a quelli storici di Corveddu e di Varoni presenti ancora oggi sulla superstrada (quello di Corveddu ha ora un altro proprietario). Anche Paolino Pinna gestiva un bar dal 1969, prima in via Demuro, poi in via De Fraia: si chiamava Daniels bar. Oggi quel bar è in via Vittorio Era, gestito dal figlio Daniele.

La rivendita di materiali edili

La prima rivendita di materiali edili fu quella del geometra Antonio Piras in via Bruno. In seguito aprì in via Vittorio Era anche il cantiere della ditta Sarria-Cucureddu.

Il calzolaio

Oltre al primo calzolaio storico, Salvatore Ligas, anche il signor Peppino Barroccu aprì una bottega di ciabattino in via Demuro. Ancora prima di Barroccu ci fu un altro calzolaio: Era sordomuto, e si chiamava Gavino Carlotti. La bottega era nel vicolo vicino al bar di Corveddu.

Uno degli ultimi calzolai (forse l'ultimo) aveva la bottega è stato in via Celestino Manunta, prima dell'incrocio con via D. Millelire: si chiamava "La rapidissima". Del titolare, purtroppo, nessuno ricorda più il nome. Un cliente,però, ricorda un fatto curioso accadutogli. Un giorno portò un paio di scarpe a risuolare. Dopo alcuni giorni andò a ritirarle. Erano lucidissime, perchè l'artigiano aveva usato anche un prodotto per preservarle dall'acqua. Il calzolaio vendette al cliente anche il lucido. Ma un paio di giorni dopo, mentre il malcapitato andava al lavoro, piovve e a contatto con l'acqua le scarpe si scollarono proprio nelle suole appena riparate. Ritornò a casa praticamente scalzo. Il giorno seguente andò dall'artigiano a chiedere spiegazioni e per tutta risposta si sentì dire : "Ma lei, le scarpe, le usa per camminare sotto la pioggia?". Rimase scioccato da questa risposta. Ricorda solo che ebbe una discussione animata, però venne rimborsato di tutto. Poco dopo l'attività chiuse.

Il fotografo

Il primo laboratorio di fotografo (solo per qualche anno) fu quello del signor Angelo Puledda nella zona della cabina elettrica. In seguito, in via Vittorio Era, aprì la sua attività, in tempi relativamente recenti, Uccio Brundu. Ancora oggi è l'unico laboratorio fotografico e ora si trova in via C. Lenci.

Il barbiere

Il primo barbiere che ha aperto a Li Punti la sua attività professionale é stato il signor Vincenzo, che prestava servizio a domicilio. Aveva una borsa con tutti i suoi arnesi di lavoro e veniva da Sassari. Un altro barbiere con bottega era originario di Sedini e si chiamava zio Antonino.

Il "salone", come lo si chiamava un tempo, era in una cameretta attigua al tabacchino di zio Antonino Corveddu, nell'odierna via Millelire. Era il 1960. Nella parte opposta del tabacchino lavorò un altro barbiere, che era di Sorso.

Il tassista

Negli stessi anni Sessanta in via Celestino Manunta abitava il signor Sebastiano Fozzi,che è stato il primo tassista del quartiere. Svolgeva la sua professione a Sassari.

Un'altra persona molto conosciuta faceva il tassista abusivo. Era Giovanni Masia e svolgeva il suo lavoro con una 600 multipla. In seguito iniziò a trasportare materiale con il motocarro. Ricorda che nel 1958, insieme a mastro Peppino Delogu, ha costruito la recinzione della prima scuola elementare in via Era.

Le rivendite del latte

A fianco all'odierna ex Circoscrizione, vicino all'ingresso dei giardini di via Era, c'era l'ingresso dell'ovile dove zio Pasquale, con la moglie zia Speranza, custodiva le vacche. Il latte veniva venduto in una casa in via Era dove oggi c'è un negozio di copisteria. Altri pastori, come zio Francesco Tilocca di Burgos, passavano prima con la bicicletta e poi con la motocarrozzella a vendere il latte sfuso per le case, porta a porta. Altri che vendevano il latte appena munto erano Antonino Pischedda e Giuseppe Tilocca (noto come zio Fanfani ), che pascolava le vacche nei terreni dietro i campi di calcio della Wilier. Un altro pastore che vendeva latte nella piccola borgata era il signor Tiana, che abitava in via Lucio Albani.

Un fatto curioso che vogliamo raccontare è quello di un pastore che vendeva porta a porta il latte che non gli apparteneva. Infatti passava nelle case la mattina presto, ma qualche minuto dopo il passaggio degli altri lattai ,e con molta disinvoltura prendeva la bottiglia piena e la rivendeva ai propri clienti.

Il forno del pane

Il primo forno del pane, sorto nei primi anni Cinquanta, era di Giorico in via Celestino Manunta, dove oggi c'è un'autocarrozzeria.

Il venditore di fichi d'india

Molte persone ricordano che negli anni Sessanta durante il periodo della raccolta, passava la mattina con la carriola, di casa in casa, un venditore di fichi d'india che si chiamava Baingio Dore. Negli anni Settanta anche un'altra persona vendeva i fichi d'india e i fichi freschi. Il suo "negozio" erano due cassette sopra una bicicletta.

Le poste

Ancora nel 1982 a Li Punti non esisteva un Ufficio postale. Una delibera del Consiglio di Circoscrizione ingiunse all'Amministrazione comunale di intraprendere tutte le necessarie azioni nei confronti dell'Ente Poste, affinché procedesse all'istituzione del servizio. La delibera fu votata all'unanimità dai Consiglieri presenti, anche se nel dibattito si chiedeva che l'ufficio principale fosse quello di San Giovanni e a Li Punti si aprisse solo una succursale.

Nel 1986 i cittadini del quartiere firmano una petizione popolare, promossa dal Consiglio di Circoscrizione, per chiedere direttamente al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni l'istituzione di un servizio postale a Li Punti, rimarcando il fatto che alcuni locali di via Giovanni Bruno erano stati giudicati idonei sia dai tecnici dell'Amministrazione delle Poste che da quelli del Comune, sollecitando il Comune a stipulare il contratto di locazione per avviare il servizio.

Il primo ufficio postale fu inaugurato in via Bruno, il 29 febbraio 1988 con un rinfresco organizzato nella sede della Circoscrizione. Il ristoratore incaricato fu Danilo di Ottava, spesa 600 mila lire.

Sino ad allora l'unico ufficio disponibile era stato quello storico di San Giovanni, ubicato nella casa di Augusto Veglia, tanto è vero che il CAP di Li Punti, 07040 corrispondeva a quello di San Giovanni.

I disagi erano notevoli perché, oltre che per la spedizione della posta ordinaria, bisognava andare a San Giovanni anche per la riscossione della pensione. Il servizio di consegna della corrispondenza a domicilio fu istituito a partire dal 1960. l primo postino si chiamava Peppino Melai di Alghero. Per pochi mesi ci fu una donna ed in seguito Michelino Canu, per tutti zio Michelino che svolse il suo lavoro per molti anni, sino ad andare in pensione. Girava sempre in motorino ed era amico di tutti. La posta arrivava sempre al destinatario perché zio Michelino conosceva ogni nucleo familiare.

Il servizio tranviario

Nel 1983 il Consiglio di Circoscrizione pose all'ordine del giorno il problema di una modifica del percorso del servizio tramviario che prevedesse il passaggio dell'autobus all'interno del quartiere e un collegamento con il litorale di Platamona. Nonostante i ripetuti solleciti ed una petizione fatta dagli abitanti di Li Punti e Monte Tignosu, solo nel 1986 l'ACTP deliberò di fare le prove di percorso nella 7^ Circoscrizione. Il servizio tranviario arriverà all'interno del quartiere nel luglio del 1992.

Servizio anagrafe

Il servizio di Decentramento amministrativo prevedeva anche un ufficio Anagrafe, con la possibilità di avere i locali della delegazione comunale. Il servizio sarebbe iniziato a settembre del 1983 a giorni alterni, con la promessa che sarebbe diventato continuativo nel 1984.

Il vigile urbano

Dal 1975 a Li Punti faceva servizio come vigile urbano Nino Doro, nativo di Sedini. Fu il primo vigile del quartiere nel vero senso della parola perché abitando nel quartiere svolgeva il servizio dalla mattina alla sera. Veniva chiamato bonariamente "lo sceriffo". Era conosciuto da tutti a lui ci si rivolgeva per risolvere tanti problemi perché gli abitanti sapevano di poter contare sulla sua autorevolezza e sul suo intervento tempestivo.

Prima di sanzionare con multe salate i ragazzi che impennavano con le moto nelle vie del quartiere, dato che conosceva tutti, andava direttamente dai genitori e chiedeva che fossero loro a sequestrare la moto ai figli, come anche lui fece con la moto del proprio figlio per un episodio analogo. Capiva sempre le situazioni e dove poteva chiudere un occhio lo chiudeva.

Purtroppo la moglie ricorda anche le i dispetti che venivano fatti a Nino e alla famiglia, ma la maggior parte degli abitanti aveva per lui grande stima.

Nino è andato in pensione nel 1997 e da allora il servizio é stato svolto, ma saltuariamente, dai vigili di Sassari. Varie volte é stato sollecitato il ripristino della figura del vigile di quartiere.

In seguito fu istituito un posto fisso di polizia urbana, ma ancora oggi si sente la mancanza della figura del vigile di quartiere come un tempo.

Il primo giardiniere

Molti ricordano che appena realizzati i giardini pubblici nel 1960, il primo giardiniere fu il sig. Pedoni che curava con amore le aiuole e gli spazi verdi; in seguito con altrettanta cura li gestiva il signor Tottoi Solinas.

Il medico di base

Il primo medico di base o, come si diceva allora, il medico condotto, fu il dottor Lentini. La sua assistente con funzioni di infermiera era l'allora signorina Tetta Baldinu. L'ambulatorio si affacciava sulla 131. Era una casa bassa dove ora sorge la palazzina attigua alla rivendita di Pinuccio Sanna. In seguito l'incarico lo ebbe dottor Satta,con ambulatorio in via Meridda.

I comitati di quartiere e le sezioni politiche

Il termine quartiere deriva dal numero dei settori in cui erano suddivisi le città o gli accampamenti (castrum) fondati dagli antichi romani. Questi, infatti, risultavano divisi in quattro parti dalle due strade principali, il "cardine " e il "decumano".

I comitati di quartiere nacquero a metà degli anni Sessanta del Novecento sia nelle piccole che nelle grandi città in modo spontaneo e autonomo, svincolati dai partiti politici. All'atto pratico fino ad allora erano stati le sezioni politiche e la chiesa a fare da collanti fra il popolo e lo Stato, perché erano le uniche realtà che riuscivano a coinvolgere e ad aggregare le persone.

Li Punti aveva problemi diversi dagli altri quartieri di Sassari. Era una borgata cresciuta male, dove mancavano le cose più elementari, uno dei problemi maggiori della popolazione era la necessità di legalizzare la casa dove si abitava, sorta in parte o tutta senza le autorizzazioni necessarie.

I Piani regolatori di Sassari --- il Piano Serra del 1907, il Piano Righetti del 1927, il Piano Rossi del 1930, il Piano Petrucci del 1940 --- erano rivolti essenzialmente ai problemi all'interno delle vecchie mura, mentre l'area esterna era limitata alle aree sud ed ovest della città.

Ancora nel 1954 il territorio di Li Punti era ignorata. Solo il Piano Clemente del 1962 prevedeva una certa urbanizzazione.

A quella data ancora non esisteva nulla: né strade, né fogne, né acqua. Nulla di nulla.

I cittadini iniziarono ad organizzarsi in comitati spontanei. I promotori del primo comitato di quartiere, nato nel 1963, furono Elio Morandini, Costantino Paoni e altri.

Paoni così ricorda <<all'epoca lavoravo a Sassari con l'impresa edile Fonsarda. La sera, finito il mio lavoro, prendevo la bicicletta e venivo nel terreno che aveva acquistato per lavorarlo e costruire un piccolo locale. Il problema, però, era che anche se c'erano poche case, il terreno era in discesa e tutti gli scarichi delle acque bianche finivano davanti a casa mia. Fu cosi che con altri decidemmo di organizzarci e iniziare le proteste, delle quali sono stato uno dei promotori.

<<L'obiettivo era di dare indicazioni e formulare proposte alle varie Amministrazioni comunali su temi che riguardavano lo sviluppo urbano e culturale del quartiere nel quale vivevamo, riuscendo sempre a coinvolgere la poca popolazione residente. Le proteste non riguardavano solamente chi aveva problemi di abusivismo, ma anche chi, avendo la casa in regola, pretendeva di poter vivere in modo civile con tutti i servizi necessari. C'era molta solidarietà nel rivendicare sia le opere primarie, come le fogne e l'acqua, ma anche una sanatoria per le case non in regola costruite per necessità e non certo per speculazione, come quelle di Monte Tignosu, nato in modo ancora più "selvaggio" di Li Punti. A Monte Tignosu c'erano meno abitanti, però avevano gli stessi problemi e le stesse nostre esigenze. Sembravano due mondi separati ma gemelli.

<<Nel frattempo, dopo le lottizzazioni, le case iniziarono a spuntare come funghi, tutte in modo molto spontaneo. Solo poche avevano un regolare progetto. Chi costruiva, a volte lavorava anche di notte: non si conoscevano feste perché l'obiettivo era fare in fretta a "gettare" il tetto e andarci ad abitare; a volte ci si aiutava uno con l'altro ed in questo senso c'era molta solidarietà>>.

Il gruppo storico del primo Comitato di quartiere nacque nei locali della sezione del Pci, che, oltre ad essere una sezione di partito, era per molti l'unico punto dove trovarsi e discutere. Poco importava se c'erano le foto di Gramsci, Togliatti e Velio Spano appese alle pareti. Lo frequentavano persone anche con idee politiche molto diverse: era l'unico dopolavoro esistente. Fu in quella sede che nacquero le prime proteste organizzate dagli abitanti. Quel movimento spontaneo suscitò molto clamore e forse fu da allora che l'Amministrazione comunale di Sassari prese in considerazione il nascente quartiere di Li Punti.
Il sindaco dell'epoca era l'avvocato Lorenzo Ganadu, il quale iniziò a considerare Li Punti come una realtà in crescita. Negli anni seguenti, specialmente dal 1966-68 in poi, si alternarono altri comitati di quartiere che riuscivano a coinvolgere sempre più persone nelle manifestazioni popolari, diventate quasi quotidiane. Con l'aumento della popolazione aumentavano i componenti del comitato con nuove idee e nuova voglia di lottare.

Tra i nuovi arrivati, nel 1967, c'era don Bazzoni, che aveva l'esigenza di costruire una nuova chiesa. Il futuro parroco di San Pio X era sempre in prima fila tra i dimostranti.

Grazie a quelle manifestazioni si cercò di collegare al quartiere una rete idrica per evitare di andare a rifornirsi alla fontana-lavatoio all'ingresso di San Giorgio. Provvisoriamente sorsero delle fontanelle sparse per il quartiere. All'epoca il sindaco era Nico Piras.

Nel 1972 vennero appaltati i lavori del collettore fognario e idrico.

Nel 1973-74 i promotori riuscirono grazie alle manifestazioni popolari a far conoscere la borgata a livello nazionale. Infatti in una trasmissione radiofonica registrata nel bar di Varoni e condotta da un giovane Maurizio Costanzo venne denunciata la precaria situazione igienico- sanitaria e la carenza di opere primarie.

I comitati di quartiere che nacquero dopo il 1975-76 erano caratterizzati dalla presenza sempre maggiore dei partiti politici. Uno dei primi presidenti eletti in quel periodo fu Gavino Foddai.

Nelle elezioni amministrative del 1975 il Pci ebbe un consenso straordinario e il segretario della sezione, Tonino Brozzu, a riconoscimento del suo impegno a favore del quartiere fu eletto per la prima volta consigliere comunale.

La più grossa manifestazione di protesta fu promossa nel 1977 dal comitato di quartiere e dalla locale sezione del Pci Alla protesta aderirono tutte le altre forze politiche presenti nel quartiere.

Non a caso quella grande manifestazione popolare fu proprio diretta proprio contro un'amministrazione di sinistra, a dimostrazione che le esigenze dei cittadini venivano prima degli interessi di partito.

La locale sezione politica del Pci, intitolata a Velio Spano, senatore sardo e membro dell'Assemblea costituente, attirava moltissime persone. Infatti, all'interno di quel locale c'era un punto di ristoro dove i prezzi delle bevande erano decisamente popolari e forse per questo motivo, o perché il Pci all'epoca era il promotore di tutte le battaglie, il partito poteva contare su tantissimi tesserati. Una segretaria di questa sezione fu Bruna Pinna, persona molto conosciuta nel quartiere e da sempre impegnata nelle lotte.

Anche gli altri partiti presenti nel territorio avevano una loro sezione politica, ma non tutte avevano annesso un circolo ricreativo. Bastianino Baldinu, oggi ottantaduenne e residente a Li Punti dall'età di due anni, racconta che il fondatore della locale sezione della Democrazia cristiana fu suo padre Francesco. La sede, in un primo momento, era ubicata nella sua abitazione in via Era ed in seguito venne aperta una vera sezione in via Millelire, tra le abitazioni di Corveddu e Varoni. Francesco Baldinu, oltre che fondatore della sezione Dc, ne era anche il presidente, mentre il figlio svolgeva le funzioni di segretario.

Fu in quel periodo che iniziarono i lavori per la costruzione delle due scuole di via Era:

Bastianino ricorda che per la posa della prima pietra della scuola materna arrivò donna Laura Segni. Alla morte del fondatore subentrò, come segretario, Antonio Mura, ma subito dopo vennero indette le elezioni e fu nominato Pietro Piseddu. Da quel momento iniziarono le lotte, condotte insieme al Pci per ottenere i servizi primari nel quartiere, perché per quanto ideologicamente distanti le sezioni politiche lottarono insieme per rivendicare i diritti dei cittadini, costituendo pure un comitato di quartiere. Ultimo segretario della sezione Dc fu Beppe Fodde. La sezione aveva carattere prettamente politico: apriva solo nei periodi elettorali e non aveva un suo circolo ricreativo.

Anche il Partito Socialista Italiano aveva la sezione politica con annesso un circolo ricreativo. Era molto attiva nel territorio e sempre aperta. Un segretario di sezione fu Tore Putzolu.

Franco Tiana ricorda di essere stato nel 1981 amministratore-cassiere della sezione: <<In occasione del Festival dell'Avanti i componenti del comitato organizzatore raccoglievano offerte presso le famiglie: ognuno di loro aveva un blocchetto dove segnava le cifre raccolte che venivano utilizzate per la buona riuscita della festa. Il festival si svolgeva nelle attuali via Bruno e via Era, negli spazi oggi occupati dalla Parafarmacia e dalla Scuola primaria. Veniva allestito un palco che, nel corso delle tre serate della manifestazione, ospitava suonatori di chitarra, complessi musicali allora in voga, commedie e balletti. Per i più piccoli venivano organizzati giochi vari. Venivano allestite baracche per la vendita di prodotti gastronomici che si preparavano e si consumavano in loco. In occasione del Carnevale si faceva una frittellata chilometrica che richiamava numerose persone. Gli ingredienti venivano decisi e dosati dalla mamma di Franco e l'impasto veniva eseguito nel forno del panificio di Sias.

Comunque, anche se in quel periodo le ideologie politiche erano molto radicate, quando si doveva manifestare per il quartiere le abbandonavano, mentre le bandiere si univano in una sola lotta, ed è grazie a questa forza che si è ottenuto tanto.

La sezione "Velio Spano", ancora prima della nascita della parrocchia San Pio X, era uno dei centri di aggregazione più attivi. L'ultima sede della sezione è stata in via V. Era davanti all'ex Circoscrizione: nel locale interno si svolgevano vari tornei, specialmente di mariglia, e spingendosi ancora più all'interno si poteva accedeva ad un capannone di lamiera dove si disputavano gare di bocce e ping pong. In quel locale si sono svolte anche diverse feste con canti dialettali, favate e frittelle per il quartiere.

Per tanti anni la sezione del Pci organizzava la locale festa de l'Unità, il famoso giornale del partito fondato da Antonio Gramsci.
 

la nascita delle Circoscrizioni

Il termine quartiere fu introdotto nel 1956 da Giuseppe Dossetti candidato a sindaco di Bologna per la Democrazia Cristiana. L'obiettivo era di migliorare l'azione amministrativa dell'amministrazione locale. Il concetto di Circoscrizione è legato alla suddivisione del territorio dove l'Amministrazione applica i suoi poteri, come un quartiere o una frazione.

Questa cultura autonomista condivisa portò quindi nel 1964 all'istituzione dei quartieri bolognesi.

Ogni Circoscrizione era munita di un consiglio, nominato dal Consiglio comunale in proporzione alla rappresentanza dei vari gruppi politici, con funzioni propositive e consultive sull'adozione degli atti di maggior rilievo.

L'esperienza bolognese assurse rapidamente a modello di riferimento per molti altri Comuni italiani, dando il via a numerosi interventi di decentramento comunale.

A partire dalla metà degli anni Sessanta, sulla scia dell'esperienza bolognese, questo nuovo modello di amministrare la cosa pubblica si diffuse in altre città, diventando un fenomeno di primaria rilevanza nel panorama amministrativo nazionale.

Nel marzo 1966 il consiglio comunale di Roma deliberava la suddivisione del territorio comunale in dodici zone, denominate “Circoscrizioni”. Seguirono altre città in tutto il territorio nazionale che adottarono un nuovo regolamento amministrativo. Ogni città era libera di scegliere il numero delle circoscrizioni in cui dividere il territorio comunale.

Nel 1976 venne promulgata la Legge nazionale n. 278 (in seguito abrogata con la nuova legge 142 del 1990 sul regolamento delle autonomie locali), che attribuiva ufficialmente funzione e regolamento dei Consigli circoscrizionali.

L'Articolo 1 cita testualmente:

<<Fino all'entrata in vigore di un nuovo ordinamento delle autonomie locali allo scopo di promuovere la partecipazione popolare alla gestione della comunità locale e in attuazione del principio di autonomia, sancito dall'articolo 218 della costituzione, i comuni possono deliberare di ripartire il territorio in circoscrizioni comprendenti uno o più quartieri o frazioni contigui esercitando il potere di organizzazione secondo i principi di ampio decentramento>>.

Il Consiglio comunale di Sassari approvò Il 25 luglio 1977 il regolamento per l'istituzione delle Circoscrizioni, suddividendo il territorio comunale in 11 circoscrizioni, diventate in seguito 10 quando Stintino fu dichiarato comune autonomo.

Li Punti era la circoscrizione n.7 che comprendeva le borgate di Ottava, San Giovanni, Villa Gorizia, Marchetto e zone limitrofe sino al territorio di Platamona, di pertinenza al Comune di Sassari.

I 20 componenti nel primo Consiglio circoscrizionale furono nominati nel 1978 dai partiti politici in proporzione ai risultati elettorali ottenuti nelle elezioni amministrative del 1975.

Nel Comune di Sassari fu eletta un'Amministrazione di centro sinistra con sindaco Fausto Fadda del Psi (dal 6 settembre 1975 al 13 dicembre 1978), al quale poi subentrò Franco Meloni, eletto nella lista del Partito Sardo d'Azione (dal 13 dicembre 1978 al 29 settembre 1980). Presidente della Provincia (dal 1975 al 1980) venne nominato Giovanni Maria Cherchi, eletto nella lista del Pci.

La prima riunione del neonato consiglio circoscrizionale si tenne nei locali della scuola media di San Giovanni il 15 dicembre 1978.

I consiglieri nominati erano:

Salvatore Ara, Giov. Gaspare Astara, Michele Baralla, Maria Lucia Cadau, Giuseppe Casula, Alfonso Chessa, Giovanni Gavino Cossu, Giovanni Cozzi, Antonio Depau, Nicolò Delogu, Antonio Dessì, Virgilio Maffi, Giuseppe Manunta, Antonio Gavino Nieddu, Michele Nonne, Mario Quadu, Eusebio Ribichesu, Gavino Satta, Andrea Soddu, Luisa Veglia.

La maggioranza rifletteva quella del Consiglio comunale

La prima riunione fu presieduta dalla signora Luisa Veglia, nominata dalla D.C., in quanto consigliera più anziana; segretario era il Signor Merella Gavino.

All''o.d.g. della riunione era l'elezione del Presidente. Alla prima seduta intervenne solo Eusebio Ribichesu, consigliere della Dc, che con un lungo intervento sottolineò il ruolo dei consigli di Circoscrizione. Il regolamento prevedeva che fosse eletto a scrutinio segreto il consigliere che avesse ottenuto il voto della maggioranza dei consiglieri in carica. Se le prime due votazioni fossero risultate infruttuose si sarebbe provveduto alla terza votazione di ballottaggio fra i due candidati. In caso ancora di parità risultava eletto il più anziano di età.

I risultati della prima votazione furono: Astara Giovanni, 9 voti; Veglia Luisa, 8 voti; Quadu Mario, 1 voto, Schede bianche, 2

Il presidente pro-tempore accertato, che nessun candidato aveva riportato la maggioranza assoluta dei voti (11) , chiese di procedere alla seconda votazione.

Il risultato fu: Astara Giovanni, 10 voti; Ribichesu Eusebio, 7 voti; Veglia Luisa,1 voto; Schede bianche, 2.

Al termine della votazione uscirono dall'aula i consiglieri Cadau, Astara, Satta, Dessì, Cozzi, Quadu, Cossu, Nonne, Soddu, Nieddu, Delogu, praticamente tutti i consiglieri del centro-sinistra, facendo cosi mancare il numero legale occorrente per procedere alla votazione di ballottaggio.

La prima riunione del Consiglio Circoscrizionale numero 7 si chiuse così tra le proteste del gruppo della Dc. e del Msi-Dn. rappresentato dal consigliere Alfonso Chessa.

Anche la seconda seduta del 22 dicembre 1978 si concluse con un nulla di fatto.

La terza riunione per l'elezione del presidente venne convocata ancora nei locali delle scuole medie di San Giovanni: e in quella occasione, il 3 Gennaio 1979 a maggioranza (11 voti) fu finalmente eletto il primo presidente. Venne proclamato presidente il signor Giovanni Astara, appartenente al gruppo Pci ed eletto vicepresidente il Signor Andrea Soddu, dopo tre votazioni

Il 13 marzo 1979 il presidente Astara convocò il Consiglio nell'aula della scuola elementare di Li Punti in via Era "scuola vecchia" per discutere le priorità d'intervento da chiedere all'Amministrazione comunale.

L'ordine del giorno era il seguente: 1) Approvazione integrale del piano Regolatore di Li Punti; 2) Elaborazione e approvazione del Piano regolatore delle borgate di san Giovanni, Ottava e Villa Gorizia; 3) Realizzazione edilizia scolastica in misura idonea a far fronte alle crescenti esigenze della Circoscrizione; 4) Sistemazione rete stradale e completamento rete idrica e fognaria Li Punti - Monte Tignosu; 5) Ambulatorio comunale nelle borgate6) Servizio postale a Li Punti; 7) Sistemazione strade vicinali; 8) Servizio tranviario Li Punti; 9) elettrificazione dell'agro; 10) decollo della zona industriale di Truncu Reale in armonia con lo sviluppo di Predda Niedda.

Intervennero al dibattito i consiglieri Maffi, Manunta, Veglia, Soddu, Chessa, i quali espressero sostanziale apprezzamento per le dichiarazioni programmatiche formulate dal presidente, chiedendo però che i primi punti prioritari fossero : 1) P.R.G. Li Punti-San Giorgio; 2) P.R.G. per tutte le borgate nel territorio della Circoscrizione n.7; 3) Urbanizzazione San Giorgio.

La proposta di modifica venne approvata alla unanimità.

A differenza dei Comitati di Quartiere nati spontaneamente e dei quali non esistono documenti scritti, dei Consigli di Circoscrizione esistono i verbali delle sedute. Per evidenti problemi di sintesi prendiamo in considerazione solo le elezioni dei vari presidenti che si sono succeduti dal 1979 al 1985 e alcuni interventi riguardanti il P.R.G. di Sassari e borgate.

Abbiamo fatto questa selezione perché questi anni hanno segnato il destino e la crescita del nostro quartiere. Nonostante le divergenze politiche di quel periodo molto ideologizzato, tutti gli abitanti eravamo impegnati per far in modo che le varie Amministrazioni comunali tenessero nella dovuta considerazione le esigenze dei cittadini di Li Punti/ Monte-Tignosu e in generale di tutta la 7ma Circoscrizione.

Marzo 1979. Venne presentato in Consiglio un documento unitario delle sezioni politiche del Pci, del Psi, e della Dc riunitesi qualche mese prima (novembre 1978) in assemblea popolare nella sala parrocchiale di Li Punti alla presenza degli assessori ai Lavori Pubblici Masala e all'Urbanistica Luigi Delogu e del Presidente della Provincia G. M. Cherchi, unitamente al Comitato di Quartiere. Nell'Assemblea si chiedeva all'Amministrazione comunale di procedere alla realizzazione delle infrastrutture programmate (Delegazione Comunale, stazione di pompaggio, completamento della rete idrica e fognaria e di tutti i servizi previsti dalla "167", sistemazioni stradali e Scuole elementari nonché l'approvazione in tempi rapidi del Piano Regolatore Generale della borgata, fermo alla Regione per valutazioni.

Nel dibattito che seguì la presentazione del documento l'assessore Luigi Delogu sottolineò il travagliato iter del P.R. Li Punti-San Giorgio facendo una breve storia del Piano elaborato fin dal 1967 e approvato dal Consiglio comunale nel 1970. La Regione Sarda nel 1973 aveva sollevato obiezioni sul P.R. chiedendo una variante alla Strada statale che attraversava la borgata (oggi via Millelire) chiedendo un altro tracciato. Nel 1975 da parte dell'Amministrazione comunale si riprese lo studio che venne approvato all'unanimità dallo stesso Consiglio nel 1977 e inviato alla Regione per l'approvazione. In quella occasione furono avanzate dure critiche nei confronti della Regione che, bloccando il P.R. sulla questione della strada statale, impediva di fatto la crescita del quartiere, portando Li Punti all'isolamento. Alla riunione erano presenti anche l'architetto Elia Lubiani e l'Ingegner Enzo Solmona, redattori del P.R. La riunione terminò con l'approvazione di una delibera che impegnava l'Amministrazione di Sassari ad intraprendere tutte le misure necessarie nei confronti della Regione per sbloccare il P.R.G.

Abbiamo ricordato brevemente l'iter del P.R.G. perché era l'unico strumento che poteva imprimere uno sviluppo ordinato al quartiere con tutti i servizi necessari.

Il primo Consiglio circoscrizionale fu eletto direttamente dai cittadini a Giugno del 1980.

Dopo quelle elezioni fu Sindaco l'Ing. Pietro Montresori, eletto nelle liste della Dc

I 20 consiglieri della Circoscrizione n. 7 furono.- per la Dc, Casada Chiara Maria, Veglia Luisa, Ara Salvatore, Fodde Giuseppe, Fele Pietro Luigi, Manunta Giuseppe, Maffi Virgilio; per il Pci, Brozzu Antonio (che optò per il Consiglio Comunale), Ledda Bachisio, Paoni Costantino, Fozzi Angelo, Dessì Antonio, Sanna Costantino, Satta Gavino, ( al posto di Brozzu); per il Psi, Dedola Giulio, Nieddu Antonio, Soddu Andrea; per il Psdi, Delogu Nicolò, Errichelli Bruno; per il Psd'az, Manca Francesco; per il Ms-Dn, Chessa Alfonso

Come Presidente fu eletto, nel mese di novembre del 1980, il Signor Gianuario Ganau del Pci. La sua elezione fu per certi versi una forzatura, perché non aveva una maggioranza che lo sostenesse.

Infatti non fu eletto direttamente. Era il terzo dei non eletti e per poter essere consigliere si dovettero dimettere prima Angelo Fozzi, al quale subentrò Luigi Crobu, poi Costantino Paoni. Il motivo era che, in caso di parità di voti al ballottaggio per l'elezione a presidente veniva eletto il consigliere che tra i due era più anziano di età, e cosi fu.

I voti furono 10 per La signora Luisa Veglia (Dc) e 10 per il sig. Ganau (Pci): in questo modo dopo 5 mesi dalle si elesse il presidente, per anzianità.

Con lo stesso metodo del ballottaggio fu eletta vice presidente la signora Veglia che prevalse su Signor Giulio Dedola (Psi), ancora in virtù dell'età.

Senza nulla togliere alle persone elette, abbiamo ricordato questi fatti per capire meglio in quale clima politico si vivesse in quel periodo. Il Pci voleva far cessare una discriminante nei propri confronti offrendo l'alternanza della presidenza in cambio di una pari dignità tra le forze politiche,

rivendicando l'impegno per la borgata ed in particolare il lavoro unitario svolto nei vari comitati di quartiere tra tutte le forze politiche e nell'interesse dei cittadini.

A settembre del 1982, dopo le dimissioni di Gianuario Ganau, fu eletto il consigliere Salvatore Ara (Dc). Per la prima volta fu eletto un presidente che aveva una sua maggioranza politica: il prezzo di questo accordo fu che per i rimanenti anni prima delle successive elezioni amministrative del 1985 ci fosse l'alternanza alla presidenza fra tutte le forze che sostenevano la maggioranza.

Con Tore Ara (futuro presidente del Consiglio comunale di sassari) si iniziò a svolgere le riunioni nella nuova sede della Delegazione comunale in via Era.

Dopo Ara seguirono come presidenti: Antonio Nieddu ( Psi) nel 1983-1984; Nicola Delogu (Psdi) nel 1984-1985.

Dopo le elezioni del 1985 fu eletto presidente l'Ing. Brunello Dessi (Psi)che rimase per l'intera legislatura (1990). In seguito furono presidenti: 1990-1995 Tonino Brozzu per tutta la legislatura; 1995-2000 presidenti con accordo di alternanza Gavino Satta; Francesco Becciu; Giuseppe Manunta; 2000-2002 presidente Roberto Ara.

La circoscrizione è stata poi accorpata al Latte Dolce e Santa Maria di Pisa, prendendo il nome di circoscrizione n° 2: 2003-2010 alternanza di Presidenti con Gian Maria Sale; Nicola Balletta; Gavino Satta; 2010-2015 presidente Gianni Crobu sino alla decadenza delle Circoscrizioni.

Di fatto i Consigli circoscrizionali a Sassari cessarono di lavorare nel marzo del 2014, quando il sindaco Gianfranco Ganau venne eletto al Consiglio regionale e al Comune si insediò il commissario prefettizio dott. Guido Sechi.

Nelle successive elezioni comunali svoltesi nel maggio del 2014 venne eletto sindaco Nicola Sanna.

É giusto ricordare che la "nostra" Circoscrizione sin dal suo primo insediamento aveva come obiettivo quello di dare al quartiere uno sviluppo urbano decente, pretendendo quel famoso Piano Regolatore che per vari motivi e vari interessi sembrava non arrivasse mai. Determinante, per molti, fu l'esperienza nata con i Comitati di Quartiere.

Il lavoro delle Circoscrizioni era un lavoro molto delicato, perché esse erano l'anello di congiunzione tra i cittadini e l'Amministrazione comunale. A volte facevano anche da "parafulmini". Oggi si sente la mancanza di un organo intermedio, anche se quest'ultima affermazione trova riscontro solo quando il Consiglio fa effettivamente gli interessi del quartiere e non si limita ad essere un semplice passacarte dell'Amministrazione del momento. Forse per questo erano meglio i Comitati di Quartiere.
 

Comitati di festeggiamenti popolari, sport, tempo libero e volontariato

Per tanti anni l'unica festa laica del quartiere è stata quella dell'Unità, organizzata dalla locale sezione del Pci, la "Velio Spano" Era una festa molto sentita dagli abitanti del quartiere anzi, richiamava anche migliaia di persone anche dalla città e dal circondario. Era finanziata dai contributi volontari degli abitanti locali e da quelli delle campagne vicine.

Il programma era sempre molto articolato per accontentare una platea di persone di diverse generazioni. Oltre alle classiche e immancabili gare di poesie dialettali e canti sardi, la festa si concludeva la domenica con la musica moderna per i più giovani o un'esibizione teatrale. C'rano i giostre e divertimenti, si organizzavano tornei di vario genere come calcio e tiro al volo, giochi per bambini e dibattiti di attualità politica e sociale.

Per anni la festa si svolse nel terreno dove oggi c'è la sede della Delegazione comunale, poi all'interno dei giardini pubblici e per ultimo nello spiazzo del "muretto" in via Camboni.

Il palco era costituito dal rimorchio di un camion e da un tendone, fino a quando non venne procurato un palco vero e proprio.

Indimenticabili le partite di calcio che si disputavano durante la festa. Tante volte si finiva con un'invasione di campo e con l'intervento sanitario fatto con una carriola sgangherata da medici improvvisati con tanto di camice bianco. C'era l'immancabile boccione di vino con il biberon e una volta, in un torneo "dell'Amicizia" nel campo dei Salesiani, fece invasione di campo un tifoso in groppa ad un asino.

La manifestazione si tenne almeno sino alla svolta della Bolognina del 1989. Poi, con la scissione del Pci avvenuta nel 1991, la sezione chiuse e finì un'epoca.
 

Oggi altri comitati organizzano feste all'interno del quartiere, anche queste molto partecipate e sentite, tanto che sono diventate degli appuntamenti fissi.

Il comitato di San Pio X

Si è costituito per la prima volta nel 1967,ed organizza la festa in onore del Santo Patrono, il 21 agosto.

Per la prima festa in onore del Santo fu organizzato solo un rinfresco nella casa di Costantino Paoni, che all’epoca era il presidente del comitato. La statua del Santo ancora non era pronta e don Bazzoni benedisse la bandiera con l’effigie del Santo che venne portata in processione alla casa del nuovo presidente, signor Pietrino Piseddu. Nel primo comitato ci furono oltre a C. Paoni e a P. Piseddu anche G. Fodde, G. Ledda, M. Baralla, G. Manunta, T. Lai, U. Lai, B. Baldinu, V. Maffi, A. Solinas, A. Chicconi, L. Sola, P. Carboni. In seguito si aggiunsero F. Becciu, A. Tiana, A. Ena, G. Carboni. Nel 1976 il presidente è stato Zizzu Lai.

(Fonte: libro di don Antonio Bazzoni "La parrocchia di San Pio X a li Punti"

edito da Stampacolor.

Il comitato di Sant' Antonio Abate

Sant’Antonio Abate, egiziano di nascita, morto nel deserto della Tebaide il 17 gennaio del 356 d.C., è considerato il protettore degli animali domestici e di solito viene raffigurato con accanto un maialino che reca al collo una campanella.

Questa particolare festa, oltre a ricordare gli animali e la vita del Santo, in agricoltura scandisce anche lo scorrere del tempo tra le semine e i raccolti.

In alcune zone d’Italia la sera del 17 gennaio si accendono dei falò che simboleggiano la volontà di abbandonare tutto ciò che appartiene ai mesi passati e di rinnovarsi a partire dal primo mese del nuovo anno. I falò rievocano il miracolo che Sant’Antonio avrebbe compiuto mettendo in fuga gli invasori stranieri e trasformando le querce in grandi torce.

Secondo la tradizione e sulla base di antiche leggende, durante la notte di Sant’Antonio Abate agli animali è data la facoltà di parlare.

In Sardegna, il 16 e il 17 gennaio in tantissimi paesi viene celebrata questa festa, 'Su fogarone de Sant'Antoni", che ha radici antiche.

A Sassari, nonostante ci sia la chiesa in onore del Santo nell'omonima piazza, conosciuta anche come Chiesa dei Servi di Maria, non c'è mai stata la tradizione del fuoco e solo oggi in alcuni quartieri viene riproposto da persone provenienti da luoghi dove quella tradizione è radicata.

A Li Punti la festa è stata "importata" dalla comunità di persone provenienti dal Goceano diversi anni fa. Il programma religioso, oltre alla messa, durante la quale si benedicono i dolci tradizionali preparati dalle donne, e alla processione, prevede la benedizione da parte del parroco del grande fuoco che si fa in via Camboni.

La prima festa del fuoco di Sant'Antonio fu organizzata da Michele Baralla, da zio Fiorenzo Lai, da Costantino Piana e altri proprio davanti all'ingresso della ex Circoscrizione.

Per alcuni anni la festa fu sospesa e venne ripresa nei primi anni Ottanta da un gruppo di goceanini provenienti da Bono, Anela, Bultei, Benettuti.

Il primo falò venne allestito nello spazio dove oggi sorge la palestra della scuola elementare.

La festa aveva ancora un carattere familiare e le persone che facevano parte del gruppo organizzatore preparavano una cena a base della caratteristica favata goceanina, che si consumava all'interno della scuola, allora in costruzione. I dolci tipici erano, sas tilicas, preparati con pasta sfoglia e un ripieno fatto con miele, zucchero e buccia d'arancia, e sos cogones, dolci tipici di Bono ricoperti da uno strato di sapa. I dolci venivano preparati dalle donne del comitato in casa di Luciano Demurtas e Mariuccia Satta alcuni giorni prima. Il giorno della festa venivano portati in chiesa per essere benedetti e poi portati in processione.

Dopo l'accensione del falò, le donne, con in mano i vassoi dei dolci, compivano tre giri rituali intorno al falò, tre in senso orario e tre antiorario, in segno di ringraziamento e di buon auspicio per una buona annata.

Poi i dolci venivano offerti a tutti i presenti.

In seguito la festa ha assunto un carattere di festa rionale, coinvolgendo nell'organizzazione più persone provenienti da varie zone e richiamando per la consumazione della favata e dei dolci migliaia di persone provenienti da tutta la città e dai paesi limitrofi. Attualmente la festa si svolge in via Camboni, nella piazza intitolata a Cominotti, dove vengono allestite grandi tavolate.

Il Comitato Santa Rita

La festa in onore della Santa, che cade il 22 maggio, ha due aspetti, uno civile e uno religioso. Il gruppo Santa Rita, la cui fondatrice fu la signora Antonietta Picconi Cadeddu per un voto fatto alla Santa, si occupa dell'aspetto religioso, mentre il comitato, formato da altre persone, organizza la festa civile. L'ultimo comitato di feste è quello che organizza la festa, esclusivamente religiosa, di San Pio da Pietrelcina.

Il ricordo dell' "Edera" e di una palestra di pugilato

Virgilio Maffi ricorda le attività sportive della sua gioventù:

la prima riguarda una squadra di calcio , la seconda una palestra di pugilato.

<<Nei primi anni Cinquanta a Li Punti c'erano tanti giovani, e alcuni di questi, compreso il sottoscritto, decisero di formare una squadra di calcio. Correva l'anno 1955.

C'era tanta volontà ma ci mancava la materia prima, cioè i soldi per acquistare tutto ciò che poteva servire ad una società sportiva.

Per nostra fortuna un appassionato di calcio, il signor Mariolino Quadu, che gestiva una cava di cantoni a li Punti, si offri di sponsorizzare la nuova squadra e così, tutti contenti, andammo al negozio di articoli sportivi di Pasquali, in Largo Cavallotti a Sassari, e acquistammo le divise sportive e tutto il resto. Decidemmo di chiamare la squadra con il nome "Edera", che in seguito venne cambiato in "Campagnola". Gli allenamenti li facevamo nella cava dei cantoni messa a disposizione da Mariolino Quadu. Era l'unico spazio grande e livellato, ma purtroppo ben presto ci accorgemmo che il sito non era idoneo. Infatti il riverbero del sole sul biancore delle pareti ci accecava e in fondo a quel fosso non tirava un filo d'aria; quando finivamo di giocare eravamo tanto bagnati dal sudore che sembravamo usciti da una vasca da bagno. Per fortuna in seguito scoprimmo un posto più adatto per i nostri allenamenti: era un prato ben livellato che si trovava dove oggi ci sono i locali dell'ex Circoscrizione in via Era.

<<Il primo campo sportivo nacque in una tanca di proprietà di zio Barore Cherchi: purtroppo il campo durò poco perché il proprietario si lamentava che l'erba, che serviva per il pascolo del suo bestiame, veniva calpestata e distrutta. Il "nostro" campo di calcio si trovava alla fine di via Celestino Manunta, nella parte alta verso l'incrocio con via Pasella, là dove oggi ci sono le case di una cooperativa edile. Era proprio davanti alla piazzetta dove il venerdì c'è il mercatino.

<<In quell'occasione conoscemmo il signor Luigi Pivetta abitante a Li Punti e venuto per lavoro dal Veneto con la famiglia. Pivetta si offri di farci da allenatore, p3erché aveva esperienza di calcio (aveva militato nella serie C con la squadra del suo paese) e così incominciammo la nostra carriera calcistica nei campionati minori.

<<In seguito cambiammo campo: il nuovo fu predisposto nella zona di monte Tignosu. Cambiammo anche allenatore (non ricordo perché). Il nuovo mister era il signor Rosolino Serra di Sassari, ma abitante a Li Punti.

Anche Serra da giovane era stato uno sportivo ed aveva vinto un campionato italiano di maratona. Ci mostrava con orgoglio le foto di quel tempo. Con la Campagnola ricordo in particolare alcune partite: una vinta contro la squadra del Pozzomaggiore e un'altra a Sorso; una pareggiata a Fertilia e una brutta e indimenticabile persa contro una squadra di Sassari che si chiamava la "Lambretta": perdemmo 6 a 3.

<<Purtroppo le cose belle della vita non sempre durano molto e nel 1958 partii in continente per il servizio militare di leva. Quando tornai in congedo la bella Campagnola non esisteva più.

<<Per quanto riguarda la palestra di pugilato posso dire che non tutti sanno o si ricordano che a Li Punti, negli anni Cinquanta, è esistita una palestra di pugilato. Il locale era un magazzino che Varoni aveva dietro il bar (in quel locale in seguito ci fu la prima officina, di Pierino Chieffi). Veniva utilizzato come garage ed era l'unico a disposizione in quel periodo. Trascorse le otto ore quotidiane di lavoro, la sera andavamo in quella fantomatica palestra per i nostri allenamenti. Quella attività sportiva non durò molto, perché alla maggior parte dei giovani (compreso me) non piaceva prendere dolorosi pugni in faccia. L'allenatore, di cui ricordo solo il cognome era un bravo pugile sassarese che si chiamava Polo; erano i tempi dei famosi pugili Fiori e Altana, rispettivamente di Sassari e Porto Torres.

L'unico atleta della nostra palestra che prese seriamente l'attività sportiva di pugilato fu un certo Mario Lai di Li Punti. Si allenò con impegno e l'allenatore, vedendo tanta volontà, lo iscrisse ad un incontro pugilistico di dilettanti. Non ricordo se Mario fosse un peso gallo o un peso piuma. Lo spettacolo si svolse al teatro Verdi di Sassari. Io e tutti gli amici della palestra andammo a vedere quell'incontro e facemmo un tifo sfrenato per il nostro pupillo. L'incontro si svolgeva in tre riprese di tre minuti ciascuna. L'avversario era di Porto Torres. la prima ripresa andò abbastanza bene, ma alla seconda ripresa, nonostante il nostro incoraggiamento vocale, Mario incassò un pesante destro alla mascella. Solo il suono del gong lo salvò da una prematura sconfitta. Durante la pausa Mario recuperò un po' di energie per continuare l'incontro. Nella terza ripresa il nostro amico resistette sino alla fine con tutta la tenacia e la buona volontà che aveva a disposizione. Chiaramente l'avversario vinse l'incontro ai punti.

Quando uscimmo dal teatro andammo tutti incontro a Mario, l'abbracciammo elogiandolo per il suo coraggio, però aveva trovato un osso troppo duro per i suoi denti. Non ricordo se Mario continuò l'attività; ricordo che quelli per noi ragazzi erano tempi belli e spensierati dei quali provo tanta nostalgia anche per le grandi e sincere amicizie>>.

Attività sportive

U.S.D. Wilier 1949

La Wilier è una delle poche società che svolge l'attività su una struttura sportiva di proprietà. A Li Punti gli impianti della Wilier consistono in due campi da calcio regolamentari. La Società è stata sempre impegnata a giocare un ruolo importante nel panorama calcistico giovanile di Sassari, ed è dotata di una Scuola calcio e di un settore giovanile. É stata fondata dal signor Giovannino Farina e a Sassari è la seconda per anzianità dopo la Torres. Il nome Wilier è nato per caso. Mentre Giovannino Farina discuteva con altri fondatori sul nome da dare alla squadra, passò un camion che trasportava le biciclette "Wilier Triestina". Notò che i colori di questa società ( il giallo e il rosso) corrispondevano ai colori sociali della nuova squadra e propose così il nome Wilier. Quel nome originale è l'abbreviazione di: W(viva) l'Italia Libera e Redenta. Nel 2016-17 ha disputato il campionato di 2^ Categoria, girone M.

Li Punti Calcio 1976

E' una quadra fondata nel 1976 dal signor Ido Zaami, impegnata inizialmente nei campionati Figc e dilettantistici. Il campo di calcio è di proprietà del Comune, in via Pala di Carru. La squadra svolge l'attività per il settore giovanile. Per anni ne è stato presidente Antonio Tiana. Nel 2016-17 ha disputato il campionato 1^ Categoria, girone E.

Squadra femminile Velio Spano

Alla fine degli anni Settanta nasceva nella locale sezione del Pci una squadra di calcio femminile che si chiamava "Velio Spano" come la sezione. Ha partecipato ad un campionato amatoriale femminile utilizzando il campo della Wilier. Il primo presidente della squadra fu Giampiero Ligas; allenatore era Giovanni Paoni. Purtroppo ci furono delle divergenze con alcuni genitori delle ragazze, perché nella maglietta rossa c'era stampato il nome Velio Spano. Ci fu un'assemblea in cui si decise di cambiare nome alla squadra, ma questa soluzione portò alle dimissioni di Giampiero ed ebbe come conseguenza che la squadra di lì a poco si sciolse.

In seguito, nel 1980, molte di quelle calciatrici giocarono nella squadra A.C.F. Delco Costruzioni, nel campionato femminile di serie C. Dalle ceneri di quella squadra nasceva, dopo il cambio di diversi nomi, la "Torres" femminile" di Leonardo Marras, vincitrice di tanti campionati italiani di categoria e trofei internazionali.

I circoli bocciofili

  1. del gioco delle bocce a Li Punti è come parlare della storia del quartiere. Questo sport popolare negli anni passati era molto praticato sia a Sassari che nelle borgate vicine, come Li Punti e San Giovanni, dove avevano sede i circoli che hanno fatto la storia di questo sport.

Molte persone hanno dei ricordi di quei tempi e delle gare che si disputavano: uno di questi è Giuseppe Manunta classe 1938 ed ex presidente della nostra Circoscrizione. Giuseppe, grande appassionato del gioco delle bocce fin da ragazzo, ricorda e rifà la storia dei circoli bocciofili di Sassari, sempre mettendo in luce la popolarità che questo sport aveva nel nostro quartiere intorno agli anni Sessanta.

 

<<Fin da ragazzo frequentavo il circolo bocciofilo "Grazia Deledda" che si trovava vicino alla casa dove abitavo. Era gestito dai soci che si alternavano alla "cambusa". Presidente era il signor Puliga conosciuto anche perché scriveva spesso nelle pagine della cronaca sportiva della "Nuova Sardegna", curando il settore bocce. Un altro dirigente era il signor Daga, anche lui molto conosciuto perché era un dipendente comunale. Nei primi anni Cinquanta il circolo era frequentato da tanti giocatori, ma purtroppo i giovani erano pochi.

<<Gli altri circoli storici dove c'era il campo di bocce erano: "Il Moderno", in via Sorso, in prevalenza frequentato da imprenditori del mercato civico (era il campo frequentato da persone con esperienza fra le migliori della provincia di Sassari. Ricordo alcuni nomi: Pinna, Santoru e Antonio Peppino Usai); il circolo "Concordia" di via Buccari a Sassari annoverava tra i suoi tesserati dei bravi boccisti e arbitri provinciali come il signor Angelo Sanna: In questo circolo giocavano tanti cittadini che abitavano a San Giovanni, come Vincenzo Farina e Antonio Contini.

Alla fine degli anni Quaranta inizi anni Cinquanta, in questo circolo giocava Antonio Rubattu, dipendente delle Ferrovie; Il circolo "Il Faro" vicino a via Oriani, presidente Orazio Leccis:

In questo circolo giocava un giocatore molto abile, il signor Mannu, la sua particolarità era che usava bocce con circonferenza molto più grande rispetto a quella delle bocce che abitualmente si usavano; il circolo Ferroviario. Quando c'erano gare provinciali da disputare si andava nella sede di questo circolo per i sorteggi alla presenza del presidente provinciale Ferdinando Sollai: li venivano anche assegnati i campi e i giocatori che partecipavano alle gare. Giocavano tra gli altri i fratelli Sollai e il signor Vaira.

<<Prima che nascessero i circoli regolarmente affiliati c'erano i circoli amatoriali: uno di questi negli anni Quaranta era a San Giovanni: il campo era nel bar tabacchi di Augusto Veglia e gli abitanti della zona, e non solo loro, si riunivano lì per fare la consueta partita. In quel periodo le bocce erano in legno e più di una volta si spaccavano durante il gioco.

<<La storia dei circoli bocciofili di Li Punti e San Giovanni è una storia particolare, perché parlare di loro significa ricordare tempi passati dove tutto era più semplice e più genuino.

Il circolo "Virtus", costituito prima del 1955, è stato uno dei primi circoli dell'agro di Sassari.

Era sulla sinistra dei semafori all'ingresso di San Giovanni. Li giocavano, tra gli altri, i fratelli Pietrino e Baingio Farina, Buno Lovisi, Antonino Castulli e Luigi Piana. Il presidente era Martino Oggiano. <<Il circolo "Pace", in regione Santa Caterina, fu costituito nel 1962. presidente era il signor Carlo Piga. Il circolo, anche se era a conduzione familiare, aveva giocatori molto bravi. Oltre allo stesso presidente ricordiamo anche Michele, Pino e Antonio Masala.
Il circolo "Olimpia" nacque per merito di alcuni abitanti di San Giovanni, che acquistarono un terreno e vi allestirono dei campi di bocce. Nel 2001 organizzarono il primo trofeo nazionale "Tore Ara", già socio del circolo, per ricordarne la memoria. L'amico Tore è stato presidente della nostra Circoscrizione e Presidente del Consiglio comunale di Sassari. Al trofeo parteciparono numerosi campioni nazionali.

<< Il primo campo regolamentare è nato a San Giovanni-Baldinca nel 1962. Tra gli altri giocatori erano tesserati Giulio Sau e Antonio Sias, due veri campioni: una coppia che ha vinto molti titoli sia a livello provinciale che regionale. Il circolo aderì all'Enal provinciale, settore bocce affiliata alla Federazione Italiana Gioco Bocce (F.I.G.B.). Il primo presidente fu Italo Mulas e dopo le sue dimissioni la presidenza fu assunta dal signor Giovannino Marongiu al quale seguì Gavino Pinna. I giocatori più rappresentativi sono stati i fratelli Piras e Colombino>>.

Giuseppe continua il suo racconto con un pizzico di nostalgia per quei tempi passati:

<<Frequento Li Punti dal 1955, cioè da quando ho conosciuto mia moglie Giovanna Porcu.

In quel periodo ho conosciuto tanti amici che frequentavano il locale di Salvatore Ligas, che confinava con un giardino dove era stato realizzato un campo di bocce molto frequentato dagli abitanti del quartiere. I più assidui e bravi frequentatori erano zio Fiorenzo Lai, Luigi Pivetta, Francesco Oggiano, Antonino Fioravanti, Giovannino Piu, Giovanni Pinna, Giuseppe Maffi, Costantino Piana, Gavino Marras, Antonio Marras, Virgilio Maffi, i fratelli Uccio e Tore Lai, Peppino Ligas, Costantino Porcu e naturalmente io, Giuseppe Manunta. Praticamente quasi tutte le persone che hanno costituito il ceppo storico degli abitanti del nostro quartiere.

Da noi venivano a giocare anche alcuni residenti di Viziliu, come il sig. Pintore e il sig. Ghisu. Erano gli anni Sessanta. In quel periodo mio padre, Angelo Manunta, era un dirigente provinciale dell'Enal (Ente Nazionale Associazione Lavoratori) e veniva spesso a trovare i "vecchi" abitanti. Un giorno ci propose di costituire un circolo bocciofilo. Questa proposta venne accolta con entusiasmo per il semplice fatto che nel nuovo quartiere c'erano molti giovani e nessuna attività sportiva.

<<Dopo un incontro con i dirigenti Enal ci fu proposto di creare il circolo bocciofilo “Li Punti settore Raffa”. Il campo di bocce era quello nel terreno di zio Salvatore Ligas vicino alla cava Pinna.

Fu così che si costituì il circolo bocciofilo "Li Punti" e venne eletto presidente zio Fiorenzo Lai.

Iniziammo l'attività sportiva, subito frequentata dai figli dei "vecchi" abitanti: in particolare ricordo Tino e Renzo Piu, Gianni Pivetta, Antonio e Gigi Sanna, Giovannino Sedda, Gianni Solinas, Mario Piana, Paoletto e Bastianino Manos, Gigi Massidda, Vanni Lai e altri. Questi giovani si dimostrarono subito affidabili e disponibili alla collaborazione e alla adesione alle attività del circolo, partecipando alle gare sociali contro altri circoli di Sassari e della zona. Ilcampo di Li Punti era sistemato qualche metro sotto il livello stradale a fianco di una cava di tufo. Sopra il campo abitavano le famiglie di Giovanni Pinna e quella di Giuseppe Maffi. A questo proposito ricordo con un sorriso quando la signora Gina, moglie di Giuseppe Maffi, chiamava il marito intento a giocare a bocce avvisandolo che la cena era pronta. Il circolo bocciofilo organizzava varie gare che vedevano molta partecipazione di giocatori di Sassari e provincia. Nel 1963 il circolo organizzò una manifestazione per giovani allievi: risultarono migliori giocatori Carlo Piga e Antonello Fancellu del circolo "Pace".

<<Nel 1964 nacque a Li Punti un altro circolo su proposta del signor Mulas e di altri abitanti. Venne intitolato a San Pio X. Il primo presidente fu Pietrino Piseddu, e consiglieri Bastianino Baldinu, Virgilio Maffi , Antonino Ruggiu e Matteo Ruiu. L'organizzatore signor Mulas era anche dirigente provinciale dell'Ubi., che aveva un regolamento di gioco diverso da quello della Figb: il regolamento Figb si giocava "Punto Raffa", il regolamento Ubi si giocava invece "Punto e Volo". Per il nuovo circolo vennero allestiti due campi di bocce all'inizio di via Vittorio Era, nel terreno dove oggi c'è il caseggiato dell'ex Circoscrizione. La sede era nei locali dove in seguito ci fu il bar Noi Noi all'inizio di via Era.

Nel 1967 il circolo "Li Punti" si fuse con il circolo "San Pio X" assumendo il nome di circolo "San Pio X Li Punti". I campi di gioco rimasero quelli di via Era. Purtroppo devo ricordare anche un grave incidente mortale che coinvolse Gavino Delias, padre di mio cognato Pietro, che era un giocatore di bocce iscritto al circolo "Concordia". Fu uno dei tanti incidenti mortali che capitarono nella superstrada, in regione Santa Caterina subito dopo Li Punti, verso Porto Torres. Fu investito da un'auto mentre usciva dal bocciofilo "Pace" e purtroppo perse la vita. In ricordo di Gavino il circolo "San Pio X Li Punti", del quale io ero il presidente, nel 1969 organizzò un torneo di bocce al quale parteciparono tutti i circoli di Sassari e provincia. Alla cerimonia di premiazione era presente l'allora arcivescovo di Sassari mons. Salvatore Isgrò. Vinse il torneo una coppia di Sassari del circolo "Concordia".

<<Nel 1973 in via Vittorio Era si rese libero un appartamento dove aveva abitato la famiglia Serra. Il proprietario, Peppino Melai, di professione postino presso l'ufficio di San Giovanni, diede al circolo in affitto quei locali. Nel 1978 lasciai la presidenza per altri impegni e mi subentrò l'amico Michele Baralla. Negli anni Ottanta, purtroppo, è iniziata la crisi di tutti i circoli bocciofili presenti nell'agro. Infatti chiusero tutti i battenti, tranne il circolo "Villa Trieste" e il circolo "Boccia d'Oro", dove era presente solo il "Volo".

Nei primi anni '90 nacque la "Società Cooperativa Boccia d'Oro" ex "Olimpia". I dirigenti di questa cooperativa, Gaetano Derudas" e Giulio Dedola, contattarono Michele Puggioni, già tesserato al circolo "San Giovanni-Baldinca", per riprendere l'attività boccistica settore "Raffa". Puggioni è stato il primo presidente di questo circolo e vicepresidente della cooperativa. Oggi questo circolo, con il nome la "Nuova Boccia d'Oro”, è l'unico rimasto e il suo giocatore più rappresentativo è Mario Sechi.

Concludo questo mio racconto ringraziando tutte le persone che mi hanno aiutato a raccogliere dati e documenti per redigere questa memoria, ed in particolare Michele Puggioni, Carlo Piga e Antonio Masala e a ricordare con affetto tutte quelle persone viventi o scomparse che hanno avuto nel gioco delle bocce una passione di vita>>.
 

Sono lontani i tempi in cui i ragazzi si divertivano a ballare nelle salette improvvisate. Mario Piana dice: <<Anche a Li Punti negli anni 1965-66, come in tutta la città, nascevano i vari club. Uno di questi fu Il club "I Ragazzi della via Gluck", fondato da alcuni giovani come Antonio Tiana, Vanni Lai, Michelino Garau e altri. Il locale era dove in seguito ci fu il bar Sa Mandra Noi Noi, ingresso da via Era. I ragazzi si divertivano, con la nuova musica emergente>>.

Oggi come diceva la canzone di Celentano "il ragazzo della via Gluck" anche nel nostro quartiere << là dove c'era l'erba ora c'è una città>>.

Oggi esistono nel quartiere scuole di ballo di diversi generi: latino-americano, liscio, ballo di gruppo, dance ecc. e scuole di Zumba Fitness. Negli anni Sessanta nel nostro quartiere le attività di aggregazione erano rivolte solamente agli uomini. Questo compito era svolto egregiamente dai circoli privati e dalle sezioni politiche che avevano un circolo al quale, di solito, era annesso un campo di bocce. Oggi le cose stanno cambiando: la voglia di riscatto della figura femminile e la accresciuta sensibilità nei confronti delle persone disagiate ha determinato la nascita di centri di aggregazione accessibili a tutti, anche dal punto di vista finanziario.

In parrocchia da diversi anni è operante un oratorio, gestito da volontari laici. Le diverse attività che vi si svolgono coinvolgono persone di tutte le età: bambini, ragazzi e adulti. Sono presenti corsi di ballo di gruppo e di ballo sardo, di chitarra, di taekwondo, di cucito.

La ludoteca comunale ospita al mattino adulti che svolgono attività manuali e nel pomeriggio i bambini.
Un altro centro di aggregazione laico è offerto dall'Auser.

Ma, cosa è l'Auser?

Questa che segue è un'intervista dell'attuale presidente della sezione di Li Punti Anna Maria Marra:

<<Cosa facciamo? O meglio: perché lo facciamo? Sapere di poter in qualche modo sentirsi attivi, utili, meno soli anche se "diversamente giovani" è la migliore, la più stimolante risposta che possiamo darvi. L’Auser è associazione, senza scopo di lucro, guidata dalla solidarietà e dalla disponibilità verso gli altri; Si fonda sui valori del volontariato in cui tutti possono sentirsi partecipi e felici.

E un’ Associazione di volontariato, tesa a valorizzare gli anziani come valore aggiunto e a far crescere il loro ruolo attivo nella società.

<<Nel 2013, sette soci, che hanno sentito forte la volontà di mettere la loro esperienza ed il loro tempo libero a disposizione del Quartiere Li Punti, hanno costituito l'Associazione.

Ho chiesto a mio nipote di dieci anni "Secondo te cos’è L’Auser?" Ha risposto : "Un luogo per non sentirsi solo".

<<Ecco, noi ci definiamo luogo di aggregazione di allegria e di cultura; Un luogo per ritrovarsi, condividere esperienze, confrontarsi, mettersi in gioco. Mi piace definirci "energie rinnovabili": proponiamo attività ricreative e di socializzazione al fine di stimolare e promuovere la partecipazione degli anziani alla vita sociale. La nostra sede è stata concessa dal comune nei locali della ex Circoscrizione la cui finalità dichiarata della legge del 1976 era quella di promuovere la più ampia partecipazione democratica e sensibilizzare i cittadini sulle problematiche del quartiere. Condividiamo i locali con i Servizi Sociali Territoriali.

<<Organizziamo iniziative che stimolino a uscire dalla propria abitazione e spesso anche dalla propria solitudine personale. La nostra proposta associativa è rivolta in maniera prioritaria agli anziani, ma è aperta alle relazioni di dialogo tra generazioni, nazionalità, culture diverse.

<<Un’associazione per la quale la persona è protagonista e risorsa per sé e per gli altri in tutte le età.

Ci proponiamo di:

—migliorare la qualità della vita;

—contrastare ogni forma di esclusione e discriminazione sociale, in particolare nei confronti dei migranti e delle donne di tutte le età;

—sostenere le fragilità;

—diffondere la cultura e la pratica della solidarietà e della partecipazione;

—valorizzare l’esperienza, le capacità, la creatività e le idee degli anziani;

—sviluppare i rapporti di solidarietà e scambio con le generazioni più giovani.

Moltissime sono le iniziative, organizzate, condotte e coordinate dai volontari che mettono a disposizione le loro competenze in modo gratuito, si svolgono prevalentemente nel pomeriggio: —corsi di informatica,

—corsi di ginnastica dolce,

—corsi di ballo sardo e di gruppo,

—laboratori artistici, ricreativi,

—eventi culturali e informazione: gite, conferenze, visite guidate a mostre e monumenti, incontri di

cultura generale e su argomenti di interesse sociale,

—momenti ricreativi: ballo, giochi, intrattenimenti musicali, ecc., feste a tema, gite e pranzi sociali.

Le volontarie impegnano il loro tempo libero in attività creative per realizzare manufatti di stoffa, borse, vestitini, libri.

Collaboriamo con Sabrina Coccoloni, presidente dell'Associazione "Little Dresses for Africa" alla quale abbiamo inviato 40 vestitini e 25 libri di stoffa cuciti da sarte meravigliose, destinati a un gruppo di bambini ... per portare un pò di gioia anche in Kenia. Quando su social sono state postate le foto dei bambini che hanno ricevuto i libri, sui loro visi apparivano dei sorrisi enormi e luminosissimi che non dimenticheremo mai.

<<Feste ed eventi sono spesso realizzati insieme ad associazioni del territorio, enti istituzionali e casa famiglia "Il sogno" non solo con finalità ludico-ricreative, ma anche per favorire l’aggregazione, la solidarietà, la condivisione, lo star bene>>.

Da diversi anni nel quartiere, oltre al calcio, sono proliferate tante attività sportive di diverse discipline, che impegnano e coinvolgono grandi, piccoli e intere famiglie. Queste società utilizzano spazi pubblici e privati. Ne citiamo alcune.

La società che vanta il maggior numero di anni di presenza nel nostro quartiere in tempi recenti è la "Punto S.s. Volley" associazione sportiva dilettantistica, che conta 20 anni di attività.
 

Nel 2015 è stato inaugurato un campo di baseball, la cui gestione sarà affidata per sei anni alla società "Yellows Team Basket".

Altre società presenti sono:

—A.S. dil. Li Punti Basket,

—Scuola Taekwondo,

—Centro sportivo Luigi Scardaccio con un campo di calcio a 5,

—Scuola di Karate dei maestri Gavino Sanna e Cosimo Cucureddu,

—Palestra Spot Club dove sono disponibili corsi per: Arti marziali, Sala pesi, Spinning, Corsi di ballo, Fitness ed altro,

—Campo di calcio loc. Baldinca in via Auzzas.

 

Giampiero Pinna

Concludendo il capitolo riguardante le attività sportive a Li Punti non possiamo dimenticare che nel nostro quartiere ha abitato Giampiero Pinna, campione italiano di pugilato dei pesi mosca.

Da campione italiano dilettanti ha collezionato 84 presenze nella nazionale partecipando, nel 1980, all'Olimpiade di Mosca in rappresentanza del pugilato italiano nella sua categoria. Nel 1985 da professionista è stato campione italiano della sua categoria e vicecampione europeo. Si è laureato anche campione intercontinentale vincendo il titolo mondiale girone junior della W.B.C.

Giampiero è venuto a Li Punti nel 1973 insieme alla famiglia, quando il padre ha acquistato a Monte Tignosu un terreno per costruire la casa dove Giampiero, in seguito, aprì un'attività commerciale, il bar Sport. Questa attività oggi è gestita dal fratello Albino. Purtroppo il campione è scomparso nel 2010 all'età di 52 anni in un tragico incidente.

Li Punti moderna

Li Punti è nato come un quartiere che ha ospitato persone proveniente da tutta la Sardegna. Poche persone possono dire di avere genitori nati in questo quartiere.

I primi abitanti, provenienti da Banari, Osilo, Villanova, Chiaramonti, Ossi e da tanti altri paesi di tutto il circondario nonché da quasi tutti i centri del Goceano, lo hanno considerato da subito quasi il "loro" paese.

Nei primi anni Settanta la borgata era talmente piccola che un "forestiero" veniva notato subito, tanto che gli si dava l'appellativo di "accudiddu". Questa parola nel dialetto sassarese sta ad indicare una persona "non originaria del posto".

Di fatto, quasi tutti i residenti di Li Punti erano "accudiddi", ma non si sentivano tali perché, oltre ad aver lottato per avere le prime opere di urbanizzazione, avevano portato tradizioni e culture diverse, integrandosi perfettamente nella nuova realtà e forgiandola sino a sentirla come una propria creazione.

Grazie a queste persone e a tutte quelle che in seguito sono venute ad abitarvi, oggi Li Punti è un quartiere moderno, non solo per la presenza di numerosi servizi e attività commerciali, ma anche per la qualità della vita di chi ci abita. La sua estensione territoriale è di circa un milione di mq.

La vicinanza alla Zona Industriale di Predda Niedda (verso cui il quartiere si sta sviluppando), e ai grandi centri commerciali, la vicinanza del mare, la possibilità di avere spazi verdi a disposizione, la tranquillità del luogo e la posizione in mezzo alla campagna hanno fatto sì che in breve tempo siano sorte numerose cooperative e condomini dove tante persone hanno scelto di fissare la propria residenza.

Ne sono testimonianza le nuove costruzioni che stanno sorgendo verso Baldinca, anche se una parte di quel territorio appartiene a San Giovanni.

Anche a Li Punti, però, non mancano i problemi, alcuni dei quali di difficile soluzione. Uno di questi è la presenza della strada ex 131, che lo attraversa e rende pericoloso l'attraversamento della strada per San Giorgio. È pur vero che ci sono due sottopassaggi, ma è anche vero che non sono mai stati apprezzati e utilizzati dalla popolazione perché ritenuti poco sicuri anche oggi che sono stati muniti di telecamere. Ricordiamo che questa strada è stata teatro negli anni di numerosi incidenti: sarebbe il caso di riportarla ad essere il bel viale alberato di bagolari come era un tempo, deviando il traffico veloce su un altro tracciato.

L'architetto Gianni Sale, nella sua tesi di laurea, ha pensato ad un progetto articolato, del quale stralciamo alcuni punti molto interessanti, su come potrebbe diventare il quartiere nel futuro. Il progetto è intitolato "Il nuovo parco della Solidarietà".

Sale premette ciò che è già evidente: <<Il nostro quartiere non potrà mai avere uno sviluppo e una continuità con il resto del territorio senza che si risolva il problema della strada ex 131. Il nuovo P.U.C. ( Piano Urbanistico Comunale) prevede la nascita di un nuovo quartiere sul lato destro di via Domenico Millelire, in direzione Porto Torres, lato San Giorgio. La strada statale, dopo la costruzione della "camionale" è stata declassata, almeno sulla carta a strada urbana>>.
Il progetto indica come obiettivo la messa in sicurezza della viabilità mediante la realizzazione di due rotatorie, la prima dove attualmente c'è il semaforo, la seconda all'ingresso per Monte Tignosu (davanti a Centrocasa). In questo modo verrebbero eliminati gli incroci a raso con la modifica di tutti gli ingressi e le uscite da e per il quartiere.

Il progetto prevede quattro corsie con al centro, fra i due sensi di marcia e lungo tutta la carreggiata tra le due rotatorie, un'isola spartitraffico alberata.

Il punto centrale e la particolarità rivoluzionaria del progetto è l'ipotesi che all'altezza del primo sottopasso (quello vicino all'edicola) si realizzi un tunnel per il traffico automobilistico. Sopra il tunnel verrebbe prolungato lo spazio dei giardini, chiamati "Parco della Solidarietà”, che verrebbe così ad unire il nuovo quartiere che nascerà con Li Punti storica. Solo in questo modo ci potrà essere una continuità pedonale tra Li Punti e il nuovo quartiere.

Servizi

Non molto lontano da Li Punti c'è Baldinca. Il complesso dell'ex Ospedale psichiatrico si trova all'interno di una vasta area coltivata ad olivi gestita dalla Provincia. Alcuni fabbricati sono dati in concessione ad altri enti oppure ad uffici della stessa Provincia quali:

Centro restauri — CNR area di Ricerca dell'Università di Sassari — Alcuni uffici della Provincia — Provveditorato agli studi —Uffici regionali

All'interno del quartiere e nelle immediate vicinanze esistono già da tempo servizi come:

Ufficio anagrafe (Punto città),—Poste, banche, Servizi sociali —Ludoteca comunale,—Biblioteca comunale,—Sezione Vigili Urbani,—Farmacia,—Varie Associazioni sportive, ricreative e culturali,—Associazioni di volontariato come l'Auser, il C.A.T., "La Sorgente",—Comitati di festeggiamenti religiosi e laici,—Centro San Giorgio dei Salesiani, con annessi campi sportivi polivalenti.

Già da tempo è presente nel quartiere un centro religioso e culturale Islamico.

Inoltre sono presenti tutte le normali attività commerciali che rendono il quartiere autonomo e vivibile, come agenzia viaggi, negozi di articoli sportivi, agenzie immobiliari, ambulatorio veterinario, agenzia funebre, agenzie di assicurazioni, negozi di abbigliamento, autolavaggio, ambulatori medici di base e privati, asili nido privati, Centrocasa con articoli vari, bar, botteghe di barbiere, cartoleria, compro oro, circoli ricreativi, centri di assistenza, edicole, enoteche, fioristi, falegnameria, fisiatra, fotografo, frutta e verdura, gommisti, gelateria, negozi di cinesi, laboratorio di analisi, lavasecco, laboratorio di riparazione e vendita di prodotti informatici, merceria, mercatino rionale della Coldiretti, odontoiatra, officine meccaniche di auto e di mezzi agricoli, oreficeria, officine di lavorazione d'alluminio ferro e P.V.C., ottico, oculista, parrucchieri, dentisti, palestre di attività sportive varie, rivendita di lampadari, rivendite di materiale edile ed elettrico, rivendita prodotti per riscaldamento, rivendita bombole, rivendita automobili usate, rivendita prodotti per animali, supermercati, scuola di ballo, tabacchini, tappezziere, copisterie, prodotti di cosmesi e profumerie, pediatra, pizzerie, panetterie, pasticcerie, parafarmacie, pescheria, rivendite varie.

Tuttavia mancano ancora alcuni servizi fondamentali come un collegamento veloce con il resto della città, che potrebbe essere effettuato con la metropolitana di superficie. Si avverte inoltre la necessità di un presidio di pronto soccorso, di un mercato rionale stabile, di uno spazio per i grandi eventi (per i quali attualmente viene utilizzato lo spazio di via Camboni che però, non è idoneo).

È inoltre assente una pista ciclabile per grandi e piccoli, che potrebbe essere realizzata tra gli alberi intorno al complesso di Baldinca, gestito dalle Associazioni di Volontariato. Siamo convinti che solamente coinvolgendo i cittadini e responsabilizzandoli nella gestione del patrimonio pubblico si possa maturare una coscienza civica. Un esempio può essere il terreno di via Camboni, dove nel 2013 a cura dell'Amministrazione comunale sono stati piantati 96 alberi di

diversa specie con l'intendimento di creare un bel parco alberato, dedicando ogni alberello a 10 bambini nati nel quartiere nel 2012. Purtroppo solo 25 di questi alberi si sono salvati.
Un'altra iniziativa molto valida, che si spera vada avanti, è l'utilizzo degli spazi per "l'orto di quartiere”. Gli stalli sono stati già realizzati e nel mese di dicembre del 2017 sono stati assegnati ai cittadini che hanno fatto domanda e hanno i requisiti richiesti dal regolamento comunale.
Complessivamente il quartiere è vivibile: le strade sono pulite e non si sono mai manifestati grandi problemi di sicurezza, grazie al lavoro quotidiano che il corpo dei Vigili Urbani svolge nel quartiere.                                                                                  I grandi giardini di cui dispone il quartiere, con la bella fontana, sono tenuti sempre in ordine ed anche i servizi igienici sono puliti. L'unica notazione è che gli spazi dove sono sistemati i giochi per i piccoli sono troppo soleggiati, in modo particolare nel periodo estivo, e le panchine sono molto distanti tra loro.

Purtroppo il collegamento Wi-Fi, diversamente da come è indicato nel cartello all'ingresso, non è sempre disponibile.

L'unico problema riguarda persone anziane. Difficilmente questa categoria di persone frequenta i giardini, preferendo rimanere nello spazio antistante al caseggiato dell'ex Circoscrizione. Gli anziani, infatti, non hanno alcuno stimolo a frequentare i giardini: bisognerebbe studiare un motivo d'attrazione per loro, e per questo proponiamo all'Amministrazione comunale di indire al più presto un bando di gara per l'assegnazione dello spazio da destinare alla realizzazione di un campo di bocce e di un chiosco con rivendita di bibite.
Nei pressi dell'ingresso del parco da via Domenico Millelire c'è l'unico monumento a carattere non religioso del quartiere: una grande scultura realizzata dall'artista Pinuccio Sciola in ricordo di un tragico incidente.

 

Concludiamo questo capitolo ricordando le numerose croci delle persone vittime del tratto di strada ex 131 che delimitava il quartiere.
 

Quella che abbiamo cercato di raccontare è la storia di Li Punti, un quartiere relativamente giovane, con diverse culture, ma desideroso di un'identità propria. Abbiamo parlato del quartiere vecchio e proposto come deve essere il nuovo. Non abbiamo la pretesa di aver raccontato tutto: anzi, sicuramente mancano tante cose, però siamo convinti che abbiamo seminato un'idea.

Quando si chiede alle nuove generazioni "di dove sei"? rispondono "di Li Punti", a dimostrazione che loro si considerano parte integrante del luogo in cui vivono.

Con Li Punti nel cuore.

 

Quando abbiamo iniziato questo lavoro, circa un anno fa, eravamo scettici sulla sua riuscita. Temevamo che fosse un lavoro inutile, ma parlando con la gente ci siamo resi conto dell’entusiasmo che il progetto suscitava. Era un modo per ricordare genitori e amici di un tempo ormai trascorso.

Al progetto hanno aderito in tanti che si sono resi disponibili a raccontare e a raccontarsi con ricordi verbali e con foto, materiali che hanno permesso la riuscita di questo lavoro con tutti i limiti che purtroppo, inevitabilmente, ci possono essere.

Non nascondiamo che alcune persone hanno pensato di stroncare sul nascere questo progetto: <<A chi volete che interessi una cosa del genere?>>, oppure <<In internet c'è tutto !>>, è stato detto. Caparbiamente noi siamo andati avanti lo stesso e sarà ogni singolo lettore a trarre le sue personali conclusioni.

L'obiettivo era quello di raccontare la nascita e lo sviluppo di Li Punti e tenerne viva la memoria e per questo dedichiamo questo libro al quartiere e a tutte le persone che non ci sono più.

Virgilio Maffi: Abbacurrenti

Era il mese di marzo del 1951, quando arrivai in Sardegna con i miei genitori ed andammo ad abitare a Li Punti, un quartiere alla periferia di Sassari.

La primavera era ai suoi primi albori.

Nelle piante con i rami spogli di foglie spuntavano già i primi germogli che in seguito avrebbero riempito l'aria di profumi e colori; negli oliveti tutti verdi si distinguevano come grandi palle bianche i mandorli in fiore e i prati si tingevano dei tanti colori dei fiori campestri.

Era la penultima domenica di giugno quando il mio amico Costantino mi disse: <<Ma quest'anno non andiamo al mare a farci il bagno? >>. Io lì per li non risposi, perché non sapevo dove fosse il mare al quale si riferiva Costantino: pensavo che il mare più vicino fosse quello di Porto Torres .

Allora mi spiegò che c'era una spiaggia bellissima, incontaminata e ancora quasi inesplorata. L'unico inconveniente consisteva nel fatto che per arrivarci non c'era una strada vera e propria, ma bisognava andarci per un tratto in bicicletta e poi a piedi. Mi disse che il posto si chiamava Abbacurrenti.

Il nome di quel posto mi suonò un pò strano e il mio amico, vedendo la mia espressione perplessa, mi spiegò che si chiamava così perché la storia dice che al tempo dei Romani era stata costruita una condotta in muratura che da Sassari, e precisamente da una zona detta Eba Ciara, portava l'acqua a Porto Torres.

Si diceva che in un tratto l'acqua passasse velocemente nella condotta e per questo il luogo venne chiamato Abbacurrenti , acqua che corre.

La domenica seguente partimmo di buon mattino ed in bicicletta ci avviammo per andare in quella spiaggia tanto bella, come diceva Costantino.

Lasciata la strada statale ci inoltrammo in una strada "bianca", cioè in terra battuta ma molto percorribile, ed arrivammo sino ad un grande villino chiamato allora “il palazzo di Pompeo Solinas”.

Il villino ancora oggi si nota benissimo, ed è quello che alle spalle della spiaggia svetta in cima alla collina dalla quale si vede un panorama meraviglioso che si estende da Porto Torres fino a Castelsardo.

A un primo sguardo vidi un mare calmo e bellissimo di un azzurro cielo, ma non vedevo la spiaggia perché una lunga fila di pini copriva la visione del litorale.

Prendemmo le biciclette in spalla e scendemmo per un sentiero scosceso tra arbusti e cespugli spinosi e tanti fiori campestri.

Superata la barriera di cisto, ginepri e pini mi trovai davanti, con grande sorpresa, una spiaggia larghissima e lunghissima completamente deserta. Rimasi in silenzio non so quanti minuti a contemplare quell'angolo di paradiso e, come facevano vedere nei film, mi sembrava di essere nelle isole hawaiane.

Costantino si accorse del mio stupore e mi chiese se quello che mi aveva raccontato di questa spiaggia tanto bella e solitaria corrispondesse a verità.

Lungo la spiaggia c'erano grandi prati di gigli marini bianchi come la neve e tante piante grasse con dei fiori che sembravano dei margheritoni arancioni. Dove finiva la spiaggia iniziava la pineta e tra questa e la spiaggia c'erano altissime dune di sabbia completamente incontaminate dall'uomo. Le uniche orme di esseri viventi che avevano calpestato quella sabbia erano quelle delle zampe dei gabbiani o delle lucertole, che passando da un cespuglio all'altro lasciavano una scia che somigliava ad un ricamo fatto a mano da esperte professioniste.

Mi incamminai lungo la spiaggia e con mio stupore lungo il bagnasciuga vidi una lunga scia fatta da migliaia di conchiglie di tante specie e grandezza, alcune più grandi di un piattino di caffè. Ne raccolsi alcune che poi vennero usate da mio padre a casa nostra come portacenere.

Era una giornata bellissima, il sole alto nel cielo emanava i suoi raggi caldissimi.

Ci buttammo in acqua: era fresca, limpida come acqua di sorgente. Nel fondo marino, mentre nuotavo, vedevo ogni tanto delle cose strane che poi in seguito venni a sapere trattarsi di oloturie, chiamate anche cetrioli di mare che in sassarese volgare per la loro somiglianza hanno un nome molto colorito. Per come sono fatti, vi posso assicurare che l'ultima definizione è la più giusta.

Durante la giornata ci incamminammo lungo il mare senza incontrare anima viva.

A me che venivo dal continente, abituato a tutto il frastuono della città, trovarmi in quel silenzio fra cielo e mare, sembrava una cosa inverosimile.

Ero attento a far sì che il mio udito sentisse eventuali rumori strani, ma gli unici che percepivo erano quelli delle piccole onde del mare, che quando arrivavano alla fine della loro corsa delicatamente si scioglievano nella sabbia. Sentivo anche il cinguettio dei verdoni, che con il loro va e vieni dai nidi appena costruiti sui rami dei ginepri, portavano da mangiare ai loro piccoli.

Non avendo niente per ripararci dal sole cocente ci rifugiammo all'ombra della chioma di un grande ginepro, che il vento aveva piegato con la sua forza.

Nel pomeriggio ci avviammo alla torretta aragonese. Gli scogli in riva erano pieni di patelle grandi quanto il fondo di un bicchiere e le rocce sotto l'acqua erano piene di fori dentro i quali si annidavano i datteri di mare. Tutto questo mi affascinava e già pensavo di ritornarci al più presto.

Quell'anno trascorsi un'estate meravigliosa e vi giuro che sognavo un di poter andare ad abitare, un giorno, in quel paradiso terreste. Purtroppo le cose belle in questo mondo sembrano sparire e nel 1952 costruirono la strada, quella attuale, e con la discesa dei sassaresi al mare Abbacurrenti cambiò in un batter d'occhio e divenne Platamona.

Sparirono i gigli marini e le piante grasse e furono abbattuti ginepri secolari per far posto a strade ed edifici. Sparirono le belle conchiglie e anche la sabbia divenne sempre più grigia. Con l'avvento della petrolchimica arrivò anche l'inquinamento che rovinò un po' tutto, anche quell'acqua di sorgente che avevo conosciuto.

Gli unici rumori che ora si sentono sono quelli del traffico stradale.

Oggi ricordo con tanta nostalgia quell'angolo di paradiso che mi fece sognare ad occhi aperti. Purtroppo quando vado a Platamona e mi sdraio sulla spiaggia, penso e dico: "La natura crea in migliaia di anni delle meraviglie e l'uomo in pochissimo tempo le distrugge".

Sognando dico:" Avvidezzi, Abbacurrenti".

 

Come detto, in questo libro abbiamo voluto raccontare li Punti e parte del territorio vicino. Non possiamo dimenticare che una parte di Platamona, "la parte sassarese" conosciuta come Abbacurrenti, apparteneva alla circoscrizione di Li Punti.

Questa spiaggia la vogliamo ricordare con questo racconto di Virgilio Maffi quando ancora era una spiaggia incontaminata dalla presenza invadente dell'uomo.
 

Salvatore Cocco : Sas Puntas derisi e òe

ln sa luntana epoca passada

Fist terra de olias e masones

e hasa in sas bonas istajones

Dadu frutta sana e prelibada

 

Ma pro cavas de tufu e de contones

Sas Puntas fist connot'e fentomada

Zona pro tantu tempus populada

cun calchi domo e pegas pessones

 

ma tott'ind'una ti ses ingrandida

ind'una zon'istes'e soliana

meta de tantos sardos preferida

 

tottu cuddos chi manna fatu t'ana

godan benesser'e paghe saborida

in cussu bicul'e terr'isulana

 

zente de meilogu e logudoro

anglona, Caddura e goceanu

barbagia, pianalza e campidanu

zent'onesta, cumprid'e bonu coro

 

òe b'as esercitzios cummerciales

e sos giardinos chi ti dan bellura

ospitas zente, cosum'e cultura

iscolas e ofiscios comunales

 

ti faghen festas de antigu folclore

fogulones e carros mascherados

paret de viver sos tempos passados

riccos de fratellantzia e amore

 

bonu su centru pro sos anzianos

a mur'a mes'a su santu patronu

Peppe Sarto già chi ses santu onu

faghe chi vivan allegros e sanos

 

lontanos dae penas e afannos

bidendela ogni festa cumprida

cun tottu sos valores de sa vida

superen'e passene sos chent'annos

19 de cabidanni 2000

Salvatore Cocco
 

Conclusioni

Giunti alla fine di questo breve viaggio nella memoria del territorio di Li Punti possiamo trarre alcune conclusioni o, più esattamente, alcune impressioni.

Dalla freschezza del linguaggio, dalla spontaneità dei racconti e la vivacità dei ricordi viene fuori il ritratto di un quartiere vivo e orgoglioso, divenuto tale attraverso il lavoro e la risolutezza dei suoi abitanti.

Da poche case sparse nella campagna e abitate per lo più da pastori che lì avevano trovato terreni a poco prezzo, Li Punti è passato ad un rione di Sassari che niente ha da invidiare alla sua città madre. Niente è da imputarsi al caso, ma molto al lavoro e, perché no?, alla testardaggine di chi ha creduto che una cava dismessa potesse diventare un campo di calcio e un magazzino un centro di aggregazione o un circolo sportivo.

Determinazione, ma anche coraggio perché vivere in case senza acqua e senza le normali dotazioni che semplificano la vita non è stato certamente facile come non facili sono state le battaglie portate avanti, tutti uniti, per ottenere gli attuali risultati.

Anche questa ricerca è una prova dell'attaccamento e dall'affetto che gli abitanti del quartiere di Li Punti dimostrano avere per il loro territorio, sia nel fissare i ricordi sia nel tratteggiare le figure caratteristiche.

Le lottizzazioni, le infrastrutture, i Piani regolatori sono andati di pari passo con l'associazionismo, i circoli sportivi e culturali, le industrie, le aziende agricole e commerciali fino ad operare una trasformazione che non ha altri esempi nella nostra zona.

Il lavoro meritevole di chi ha voluto, condotto e curato la presente ricerca vuole mantenere vivo il ricordo di questa storia.

Anna Maria Premoli