Le cave dei cantoni-Associazione la Settima

Le cave dei cantoni

  Le cave di cantoni

Uno dei mestieri più antichi del Sassarese fu quello dei piccapidreri, che raggruppava gli scalpellini, i maestri abili a posizionare i ciottoli nel selciato delle strade e i cavatori di pietra.

Le corporazioni dei vari mestieri vengono chiamate Grémi dalla parola spagnola che significa appunto "corporazione – associazione", per lo più a carattere religioso.

Già nel 1294 negli Statuti Sassaresi si parlava dei bocadores de cantones. Il moderno Gremio dei Piccapietre nacque nel 1830. Prima era affiliato a quello dei Muratori in una confraternita che aveva come patrona la Madonna degli Angeli.

I Piccapietre venivano considerati una categoria inferiore, come la categoria dei carracantoni, cioè coloro che trasportavano i cantoni di tufo dalle cave.

Quando nel 1856 i Piccapietre si separarono dai Muratori scelsero come patrona Sant'Anna; in seguito, finita l'epidemia di colera che devastò Sassari, scelsero come patrona la Madonna della Salute avendo Sant'Anna come seconda patrona.

Per tanti anni il Gremio dei Piccapidreri non fu ritenuto degno di partecipare alla Discesa dei Candelieri, onore che venne concesso nel 1955. Il loro candeliere apriva la sfilata ed era l'ultimo ad entrare in chiesa a Santa Maria il 14 agosto. Ora sfila per secondo avendo ceduto il primo posto all'ultimo candeliere, ammesso alla sfilata, nel 2007quello dei Fabbri.

Il candeliere è custodito in Santa Maria in Betlem nella cappella di San Salvatore.

Nella lingua italiana il termine "cantone" significa "angolo esterno o interno di una casa".

In dialetto sassarese sta ad indicare un manufatto squadrato estratto da una cava di tufo; in italiano è più conosciuto come "concio".

Per la disponibilità della materia prima abbondante e per la facilità di lavorazione, I cantoni (i conci) di tufo sono stati usati fin dall'antichità per costruire imponenti costruzioni come ponti, acquedotti e angolature dei muri di cinta. I blocchi venivano cesellati sapientemente dagli scalpellini, e i conci di grosse dimensioni venivano usati per creare monumenti.

Nel territorio di Li Punti le cave di tufo esistevano già prima del Medioevo, periodo in cui vennero edificate le chiesette di Santa Barbara e Sant'Antonio di Noi Noi, zona che in seguito prese il nome di "Regione Santa Barbara".

Il tufo (dal latino tophus) è un tipo di roccia di cui esistono diverse varietà e qualità. Capita spesso ancora oggi di vedere case antiche con muri perimetrali in pietra, con solamente gli angoli fatti con cantoni di tufo di grandi dimensioni, usati per dare una squadratura e un allineamento verticale preciso.

Parlando delle cave con chi vi ha lavorato e con chi le ha gestite abbiamo riscontrato nei racconti incongruenze e contraddizioni, determinate dal tempo trascorso e del ruolo di ciascuno nella catena produttiva.

L'estrazione e la lavorazione del tufo sono stati determinanti per la nascita della borgata. Infatti in questo territorio in varie epoche ci sono state non meno di una quindicina di cave che rivestivano una straordinaria importanza, per l'economia del luogo, anche perché si trattava di un tufo di buona qualità.

Nell'estrazione a mano si procedeva così: nel tufo si tracciava un solco con il picco per cava nel senso della lunghezza e un solco nel senso della larghezza con la profondità adeguata, poi si mettevano alla base, battuti con una mazza, dei cunei, detti "punciotti", sin quando veniva scalzato il cantone intero, che veniva poi squadrato a misura con una squadra e la picchetta. Le dimensioni dei cantoni erano diverse, venivano squadrati anche su ordinazione sulla base di misure particolari.

Per lo sfruttamento della cava negli anni Trenta-Quaranta si pagava una quota al proprietario, il cosiddetto "diritto di cava", che in media ammontava a circa 5 lire a pezzo.

Nel terreno dove in seguito è nata la Delegazione comunale e che apparteneva all'Istituto Orfanotrofio Figlie di Maria, si trovava la prima cava in cui l'estrazione avveniva con il picco.

In una cava vicina fu lasciato al centro un blocco di tufo grande 8-10 metri per 4-5 metri che in seguito la gente del posto chiamò Lu bàstioni. Questa torre era scavata all'interno e in esso furono ricavate delle camere che servivano come alloggio ai piccapietre che lavoravano nella cava. All'interno, venivano ricavate delle scale per poter scendere e salire dalla cava sino alle camere. I dormitori erano dei semplici pagliericci, sempre pieni di pulci e perciò le nostre madri ci proibivano di andarvi a giocare. Uccio Bonavia a questo proposito ricorda che: <<Quando chi vi lavorava ritornava al paese, generalmente al fine settimana, noi bambini andavamo a giocarci, purtroppo la conseguenza era che quando si tornava a casa, arrossati dalle punture e pieni di pulci, mia madre (come le altre) ci obbligavano a spogliarci e mi mettevano nella vasca nel cortile per lavarci, "volava" anche qualche schiaffo per punizione. Nonostante questo per noi era irresistibile, ritornavamo sempre. Molte cave erano di proprietà di chi le sfruttava, altre venivano concesse in affitto, come quelle che si trovavano dove oggi sono i giardini pubblici.

Una parte di quei terreni apparteneva all'Istituto Orfanotrofio Figlie di Maria e le cave furono gestite inizialmente da un certo Pistidda, socio di Demontis. In seguito quei terreni sono diventati beni pubblici in base ad un regio decreto che stabiliva che: i beni degli enti di assistenza dovevano diventare di proprietà degli enti amministrativi come il Comune. I loro beni espropriati, sono stati adibiti a servizi collettivi come il terreno dove oggi ci sono i giardini pubblici e il caseggiato dell'ex Circoscrizione .

Fare un elenco dettagliato di tutte le cave presenti nel territorio dove è sorto il quartiere è un'impresa quasi impossibile dato il tempo trascorso. Cerchiamo di ricordare le più importanti.

Una delle prime cave si trovava all'angolo di via Era con via Millelire, nel terreno di zio Giovannino Pinna, originario di Sedini. Un'altra cava, ricordata da Uccio, era in via Millelire dove oggi ci sono gli ambulatori dei medici. Se non ricordo male il proprietario era ziu Zuniari Mura>>.

Giampiero Ligas ricorda la cava del padre Peppino, ereditata dal nonno materno Pietro Porcu, quando ancora l'estrazione dei cantoni avveniva manualmente con il picco:

<<La produzione dei cantoni di tufo, era un lavoro duro ma redditizio, perché era il nuovo sistema per costruire i muri delle case a basso costo. Ricordo che insieme a mio padre negli anni 1940-1945 alla cava lavorava come "piccapietre" anche il cognato Costantino Porcu, fratello di mia madre, oltre ad altri operai che venivano da paesi vicini come Ossi. Molto tempo dopo, forse nei primi anni Cinquanta, arrivarono a Li Punti alcune imprese che noi chiamavamo "i Leccesi”. Un'impresa era dei fratelli Gino e Salvatore Renna, che in realtà erano abruzzesi, soci con un certo Vitrugno, i quali costruirono una casa a due piani che ancora esiste all'angolo destro tra via Era e via Lenci. La casa fu costruita con materiale di scarto proveniente dalla cava vicina. L'altra impresa era del signor Palita. Queste persone portarono un' innovazione nella lavorazione delle cave di tufo perché per estrarre i cantoni usavano macchinari elettrici. All'epoca a Li Punti la luce ancora non c'era, quindi per azionare le seghe a disco utilizzavano dei potenti gruppi elettrogeni. Provarono a lavorare davanti alla chiesa e non ci riuscirono, e allora per provare da un'altra parte, chiesero il permesso di lavorare nella cava di mio padre. In quel terreno tutto funzionò a meraviglia tanto è che da allora si continuò a sfruttare le cave tagliando il tufo con i dischi (i gruppi elettrogeni che usarono furono comprati dal circo Togni).

<<Dopo questa esperienza, siccome il lavoro risultava meno faticoso, spuntarono cave ovunque: I proprietari si facevano una concorrenza spietata. La conseguenza positiva fu che l'apertura delle cave portò nuova mano d'opera: posso stimare che in quel periodo ci lavoravano nelle cave non meno di 70-80 persone. Quasi tutti questi operai pian piano iniziarono ad acquistare il terreno per costruirsi una loro casa>>.

Giuseppe (Beppe) Fodde è stato un proprietario di cave. Ricorda anche lui che esse sono state una risorsa economica molto importante. Forse è stato il volano che ha dato la spinta iniziale a tutto l'insediamento abitativo: <<A Li Punti c'erano già alcune cave in una di queste lavoravano i miei fratelli. Io ero il più piccolo e lavoravo come meccanico: la mia paga era di 30 mila lire al mese.

Ho deciso in seguito di iniziare anche io a lavorare in cava con miei fratelli. Nella prima cava dove abbiamo lavorato eravamo soci con i Renna e Vitrugno, che erano i figli degli imprenditori che avevano portato le macchine elettriche per l'estrazione dei cantoni. La cava era quella in via Era angolo via Lenci.

<<Quando andarono via i Renna ci vendettero le cave di loro proprietà e i relativi macchinari. Allora ci mettemmo in società con Baralla, mio cognato, e continuammo a lavorare nelle cave prendendole in affitto. Una di queste si trovava dove ora ci sono i giardini, un'altra in via Bruno dietro la scuola materna nel terreno del prof. Ruiu. Lavorammo anche nella cava di Ligas e nel terreno della signora Anna Penco, una donna benestante che arrivava da Sassari in calesse. Alla fine comprammo il suo terreno.

<<Una volta finito di sfruttare quella cava abbiamo venduto il terreno a Sarria per il suo deposito di materiale edile; così via sino agli anni Settanta quando abbiamo acquistato altri due ettari di terreno nel quale abbiamo scavato 15 mila mq di cava, una cosa enorme. Ci siamo indebitati per acquistare camion nuovi e tutto il materiale che occorreva. Avevamo paura di aver fatto un passo troppo lungo, invece la nostra fortuna fu che con il decollo della Zona Industriale di Porto Torres, la gente, trovando un posto di lavoro stabile, iniziò ad investire nella costruzione della casa. Dopo due anni avevamo saldato tutti i debiti, proprio perché il mercato era fiorente.

<<Una cosa è certa, abbiamo lavorato senza risparmiarci. Dalla cava si estraeva notte e giorno e questo ha creato qualche disagio inevitabile, specialmente la notte. In seguito abbiamo abolito i turni notturni per non creare problemi agli abitanti della borgata.

Mi ricordo anche la polvere che sollevavano i camion quando andavano avanti e indietro senza sosta. Quella cava l'abbiamo tenuta sino all'avvento dei blocchetti, chiudendola definitivamente nel 1990. L'impresa Nando Scanu, quando ha costruito la chiesa di San Pio X, ha comprato tutti i cantoni da noi>>.

Uno dei molti che hanno lavorato nelle cave dei cantoni è stato zio Paolino Sanna, nativo di Burgos trasferitosi dal paese natale molto giovane. Prima faceva il pastore di mucche a mezzadria a San Giovanni. Il guadagno era poco e quando proibirono di vendere il latte sfuso decise di cambiare mestiere.

<<Ricorda che nel mese di settembre del 1960 acquistò da zio Barore Cherchi un lotto di terra, al costo di 1000 lire il metro, nell'attuale via Carlo Lenci. La casa che costruì era la prima in assoluto in quella via, con due ingressi, uno da via Lenci e uno da via Giovanni Bruno.

Quando acquistò il terreno aveva 30 anni, era sposato con due figli, il terzo è nato a Li Punti>>.

Paolino oggi ha 87 anni: <<Quando nel 1960 sono venuto ad abitare a Li Punti sono stato assunto da zio Lorenzo Bonavia come autista con una paga di 1.200 lire al giorno per 10-11 ore di lavoro giornaliero. Si trasportavano soprattutto i cantoni estratti dalle cave del circondario, ma anche sabbia e altro. C'erano cave ovunque, una (quella di Renna) confinava con il terreno che avevo acquistato. I cantoni venivano trasportati ovunque: a Sassari, Sennori, Sorso, Porto Torres e in tutti i paesi del circondario; le tumbarelle trasportavano 10-15 cantoni per volta, che costavano circa 20 lire l'uno.

<<Un giorno Michele Baralla, padrone di una cava e socio dei fratelli Fodde, mi propose di andare a lavorare con lui. La paga era di 1.700 lire al giorno, 170 lire l'ora. Abbiamo prodotto cantoni per tutti, dalla petrolchimica che li usava per la recinzione, alla costruzione della chiesa san Pio X. Anche la recinzione dell' ex Ospedale psichiatrico di Baldinca è stata fatta con i cantoni prodotti dalla cava dove lavoravo io.

<<Quando le cave erano in piena produzione, con l'uso delle macchine si estraevano circa 600-800 cantoni al giorno. A Li Punti molte persone trasportavano i cantoni, prima con le tumbarelle poi con mezzi meccanici. Molti figli di queste persone hanno continuato il lavoro del padre: in particolare mi ricordo dei fratelli Lai, Uccio e Tore, figli di zio Fiorenzo.

Mi ricordo anche un certo Tottoi Solinas, piccapietre di Ossi, che si diceva riuscisse da solo ad estrarre anche 70 cantoni al giorno. Forse era una leggenda, però di certo ne estraeva tanti.

<<Nelle cave veniva usata anche la dinamite ed uno dei più abili minatori era zio Costantino Piana. La cava più grande di questa zona era la cava di Franceschino Soddu. Vicino alla cava dei Ligas-Porcu e a quella di Franceschino Soddu c'era la cava dove lavorava Mariolino Quadu.

Altri proprietari di cava erano i Baldinu e zio Antonino Astara>>.

Negli anni Sessanta la gente per le costruzioni preferiva il tufo, essenzialmente per due motivi: il primo per una questione economica, il secondo per la qualità. Il nascente blocco di cemento costava più caro del cantone a causa della materia prima e della lentezza della produzione, poiché venivano fatti a mano. Un altro aspetto importante era la scarsa qualità, perché veniva usata la graniglia di pomice che lo rendeva leggero, ma di contro era soggetto a rompersi molto facilmente.

Qualche tempo dopo, però, ci fu un'inversione di tendenza, con conseguente crisi del settore. La crisi fu determinata da vari motivi: uno era il peso del blocco di tufo, che oscillava dai 40 ai 50 chili. Alcuni blocchi fuori misura, fatti su richieste particolari, come per i pilastri dei cancelli, dei portali, dei ponti o facciate di edifici importanti, pesavano addirittura 70 chili. Venivano chiamati le pezzette.

<<L'inversione di tendenza maggiore si ebbe però con la produzione industriale del blocco di cemento. Nascevano le prime blocchiere, stabilimenti industriali dove la produzione era meccanizzata e in serie, con i blocchetti migliorati in qualità usando graniglia più resistente. Agli inizi degli anni Settanta-Ottanta il blocchetto in cemento, più economico, più leggero, più regolare come squadratura segnò l'inizio della fine delle cave dei cantoni di tufo che chiusero definitivamente nel 1990>>.

A proposito dei blocchi di cemento ricordiamo che nel cantiere della rivendita di materiali edili del geometra Antonio Piras, in via Giovanni Bruno è nata la prima fabbrica manuale di blocchi di cemento. Il geometra Piras è stata una figura storica che ha contribuito molto allo sviluppo del quartiere. Insieme al geometra Pierino Fele. Sono stati loro che hanno curato inizialmente il piano di lottizzazione dei terreni dei Cherchi. Il geometra Piras è stato il primo che ha intuito la necessità di uno sviluppo urbano del quartiere, progettando strade larghe e scorrevoli, specialmente nella lottizzazione di Monte Tignosu. La sua rivendita di materiali edili, nei primi anni Sessanta, ha dato a molti abitanti dell'allora nascente quartiere la possibilità di costruirsi una casa. Infatti non faceva difficoltà a permettere che si pagasse il materiale di costruzione un poco alla volta.

Tornando alle cave, oggi l'unica cava ancora visibile in tutta la sua grandezza è quella vicino alla necropoli di Montalè-Monte Tignosu. I proprietari del terreno appartenevano alla famiglia Carboni. Erano tre fratelli di Montresta e il più grande, che si chiamava Angheleddu, lavorava con i nipoti.

Un prodotto di scarto delle cave di tufo era la tufolina (l'aibinu) che veniva usata nella muratura come aggregante insieme alla calce e alla sabbia. La tufolina era una polvere di tufo finissima, che veniva ottenuta passando al setaccio i residui della lavorazione. Quando avanzavano frammenti grossi, venivano posti per terra dove passavano i carri con i cavalli in modo che li frantumassero ulteriormente per ricavarne altra polvere. La tufolina veniva usata anche per livellare i campi da bocce.
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Nella fotto alcuni "piccapietre" con indumenti da lavoro. (foto Web)

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L'interno di una cava (foto web)