La produzione e il lavoro-Associazione la Settima

La produzione e il lavoro

  La produzione e il lavoro

Queste che citiamo di seguito sono le attività industriali più importanti che hanno dato lavoro a tante persone e contribuito allo sviluppo del quartiere.

Il saponificio Carlini - Ledà

Anche se il saponificio è in posizione decentrata rispetto a Li Punti, è necessario ricordarlo perché rappresenta un modello di archeologia industriale.

L'industria più grande del territorio, oltre alle cave d'estrazione dei cantoni di tufo che nei primi anni Cinquanta occupavano una settantina di persone, fu senza dubbio il saponificio Carlini, situato a breve distanza da Li Punti, in una zona compresa tra Sant'Orsola e il passaggio a livello di San Giorgio, in una valle interna a destra della linea ferroviaria Sassari-Porto Torres. Ancora oggi, prima di arrivare al semaforo di Li Punti, se si guarda a destra percorrendo la statale verso Porto Torres si vede una ciminiera dello stabilimento ancora in buono stato di conservazione.

Esisteva un'altra ciminiera che, purtroppo è crollata, e tutte e due appartenevano allo stabilimento della produzione dell'olio di sansa.

Sotto le ciminiere c'erano le caldaie per la produzione del vapore.

La storia dice che a Sassari nell'Ottocento c'erano soprattutto due famiglie interessate alla lavorazione dell'olio e delle sanse, i Carlini e gli Ardisson. I fratelli Ardisson erano arrivati in Sardegna nel 1820 con l'incarico dell'esecuzione di alcuni lavori nel palazzo del marchese Quesada, nel centro storico di Sassari. Uno dei fratelli, Agostino, nel 1835 ottenne la concessione per la lavorazione industriale dell'olio e per la saponificazione.

La famiglia proveniva dalla Liguria e precisamente dal paese di Oneglia che aveva dato il nome ad un particolare tipo di produzione di sapone, importato in Sardegna dagli Ardisson.

La famiglia Carlini invece arrivò a Sassari nella seconda metà dell'Ottocento con il capostipite Giovanni Carlini che proveniva da Masone, un'altro paese della Liguria. Uno dei suoi 10 figli, Erminio, creò la C.O.R., una azienda di produzione di laterizi; le fornaci erano a Sassari in via Pascoli, ma poi si trasferirono nella Zona Industriale di Porto Torres.

Per tanti anni il prodotto finale della macinatura delle olive era stato l'olio.

La sansa era un prodotto di scarto, che veniva smaltita nei campi come concime oppure veniva bruciata o semplicemente buttata via.
L'invenzione delle macchine alimentate a vapore e le nuove tecnologie chimiche permisero una lavorazione ulteriore della sansa, che portava ad estrarne un residuo di olio che veniva venduto col nome di sansa. Questo nuovo procedimento fece in modo che nel 1820 in Sardegna, a Molafà, venisse edificato dal cavalier Delitala il primo stabilimento per la produzione dell'olio di sansa. In seguito nacquero altri stabilimenti.

I saponifici presero vigore, quando in Francia fu proibita l'importazione di olio di sansa proveniente dalla Sardegna, perché costava troppo poco. Questo fatto permise che nel Sassarese ci fosse molta materia prima a basso costo.

Nel 1824, dopo l'editto francese, nacquero altri frantoi per la macinatura delle olive e la produzione dell'olio, nonché stabilimenti per la produzione del sapone ricavato dall'olio di sansa. Uno di questi fu, a Sant'Orsola, quello del cavalier Giacomo Fresco, gestito insieme al figlio e al genero signor Calvo.

La famiglia Carlini provò a produrre il sapone con lo stesso metodo di quello Oneglia, chiamando lo stabilimento "Saponeria al solfuro, uso Oneglia". L'occasione si presentò nel 1885, quando un nipote del Signor Calvo, un certo Marco Calvo, vendette lo stabilimento ai Carlini per la cifra di 60.000 lire, compresi i macchinari per la produzione del solfuro di carbonio e l'oliveto pertinente. All'acquisto parteciparono l'Ingegnere Antonio Ledà d'Ittiri e l'Ingegnere. Giovanni Battista Carlini. In seguito si aggiunse l' avvocato Nicolò di Suni.

Lo stabilimento, conosciuto con il nome di Saponificio Ledà, fu costruito nel 1885 e utilizzato prevalentemente per la produzione d'olio di sansa. La produzione cessò nel 1918, quando le condizioni economiche non resero più conveniente produrre il sapone a base di olio di sansa.

Nel 1937 Luigi Carlini chiese la riapertura del saponificio; la concessione arrivò nel 1946, e così si iniziò ad usare il grasso animale. Seguendo una lenta trasformazione il sapone veniva prodotto in pasta o in saponetta. Per questa lavorazione Luigi Carlini, nel 1951, si avvalse della collaborazione del signor Giuseppe Maffi (padre di Virgilio). Giuseppe Maffi era un operaio che si era specializzato in un saponificio a Loano, un paese della riviera ligure di Ponente. Il signor Carlini si avvalse della sua conoscenza per avviare la produzione del nuovo sapone che veniva fatto con i grassi animali con a volte l'aggiunta dell'olio di palma e di silicato.

La ditta Carlini-Ledà aveva quindi due stabilimenti, di cui uno per l'estrazione dell'olio dalla sansa tramite il solfuro di carbonio, la cui produzione cessò nel 1951, e che in origine era stato un frantoio per la produzione dell'olio d'oliva.

Nel secondo stabilimento, denominato "Saponificio al solfuro Sant'Orsola di Luigi Carlini", c'era la produzione di sapone e di soda caustica. Lo stabilimento occupava in media circa 15 operai. La produzione cessò nel 1953.

L'ultimo tentativo di rilanciare la produzione del sapone fu del capo-impianto Giuseppe Maffi, che con l'aiuto del figlio Virgilio e di pochi operai prese in gestione lo stabilimento. La produzione cessò definitivamente nel 1955.

Oggi, nel 2018, in occasione di questa ricerca Virgilio ha ritrovato alcune fotografie dello stabilimento, fra le quali la casa "rossa" dove abitava con la famiglia nel 1951. Questo è il suo ricordo:

<<In quella casa abitavano tre famiglie: la nostra, un'altra famiglia e al primo piano zia Maria "la tempiese", il cui suocero, zio Giuseppe, era il manutentore-muratore dell'impianto.

<<Ricordo ancora quando da Sassari venivano i macellai per portare tutti i grassi animali avanzati, che venivano buttati in grossi pentoloni di ferro, grandi quanto una camera. Le caldaie erano tre. Erano piene d'acqua ed erano attraversate da una grossa serpentina in ferro dove circolava vapore ad alta temperatura. Dentro questi pentoloni venivano gettati tutti i grassi animali, che venivano sciolti insieme alla soda caustica e addensati con il silicato.

<<Gli uffici dello stabilimento erano a destra del ponte della ferrovia, sotto il cavalcavia di viale Porto Torres, nella zona chiamata "Tana di lu mazzoni". Lì c'era anche il peso dove, all'epoca, venivano pesati i mezzi che trasportavano la sansa proveniente dagli altri frantoi.

Dopo la pesatura la sansa veniva trasportata e scaricata nello stabilimento.

<<Era un lavoro difficile e pericoloso, perché avevamo a che fare con prodotti altamente infiammabili, però eravamo ben retribuiti. All'epoca mio padre, era il 1951, prendeva 50 mila lire al mese e io 15 mila. Lo stabilimento dell'olio prese fuoco due volte, ma per fortuna erano anni di piena produzione e i danni furono sempre riparati.

<<Il sapone si vendeva ai commercianti di tutti i paesi che venivano a prenderlo nello stabilimento e veniva commercializzato già in confezioni. Io ero addetto alla timbratura per imprimere nel sapone, con una macchina, il marchio col nome "Sapone Leone".

La causa della fine della produzione fu l'introduzione sul mercato di saponi liquidi, più convenienti nel rapporto qualità- prezzo.

Lo stabilimento rimase in produzione per oltre settanta anni>>.

La famiglia Maffi , a seguito della chiusura dell'impianto, si trasferì a Li Punti presso un altro domicilio, lasciando disabitato l'edificio "rosso".

Dopo la fermata dell'impianto la manutenzione fu eseguita solo per piccoli interventi dalla famiglia Piras, fino al 1975. Da quell'anno l'abbandono e l'incuria si sono radicate, e il complesso è ora immerso in una vegetazione spontanea che ne impedisce perfino la visita.

<<Parte dei macchinari storici dell'impianto furono saccheggiati dai ladri. Fenomeni abitativi abusivi e atti di vandalismo furono incoraggiati per cancellare dalla memoria storica della nostra città questa importante realtà industriale.

<<Una piccola curiosità: Il telefono della ditta aveva il numero 85 ed era stato attivato nel 1906>>.
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La ciminiera dell stabilimento

Il calzaturificio "Torres"

Di questa fabbrica di scarpe abbiamo poche notizie. Sappiamo che uno dei proprietari e fondatore di questo stabilimento è stato il commendator Oreste Pieroni. sindaco di Sassari dal 1948 al 1954.

Dopo aver acquistato con altri soci un terreno piantumato ad oliveto, Pieroni costruì uno stabilimento per la lavorazione del cuoio e la produzione di scarpe, e nel 1963 inaugurò il calzaturificio "Torres". Le scarpe prodotte in quello stabilimento venivano vendute a Sassari nel negozio del signor Pugliatti in corso Vittorio Emanuele, e in un'altra rivendita gestita dal figlio commendator Dino Pieroni.

Altre scarpe venivano spedite in continente per conto del calzaturificio di Varese.

Lucia Ligas è stata una dipendente del calzaturificio sin dall'apertura insieme alla cugina Bruna Lai.

Ricorda che nello stabilimento lavoravano non meno di 30 persone divise per reparti, tra i quali c'erano il reparto taglio della pelle, il reparto tacchi e il reparto montaggio. Lucia era addetta al controllo qualità. Da Milano periodicamente arrivavano degli istruttori.

Responsabile per la progettazione di nuovi modelli era il signor Carlo Rossi

Anche Maria Tilocca è stata dipendente, come segretaria, nel calzaturificio dal 1965 e ricorda che quando venne assunta vi lavorava il signor Innocenzo Tilocca in qualità di custode dello stabilimento. La signora Maria racconta che Pieroni in un momento di crisi, del settore, mise in liquidazione l'azienda e fu cosi che cedette la gestione dello stabilimento alla ditta Bermac il cui nome era dato dalla fusione dei cognomi di Berlusconi Gaetano e Martegani Erminio, già soci di Pieroni, provenienti da Appiano Gentile.

Quando cessò la produzione il capannone venne venduto al signor Mongili che aprì un centro commerciale chiamato Centrocasa. Questa attività, una rivendita di articoli da regalo, di prodotti per la casa e altro, è ancora presente nel quartiere.
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Dipendenti del calzaturificio " Torres"nel 1963

 

La fabbrica delle buste di plastica ditta Zaami

Agli inizi degli anni Settanta il signor Ido Zaami costituì una Cooperativa con il nome di Ecoplast per la lavorazione di materie plastiche (polietilene), che occupava circa 20 dipendenti.

L’azienda, a causa di un incendio doloso (e non essendo assicurata), cessò la produzione il 06/ottobre/1992. Lo stabilimento era in via Ettore Mura.

La fabbrica dei carciofini sott'olio

Questa fabbrica, nata nella metà degli anni Sessanta su iniziativa dell'imprenditore signor Trento, era alla fine di via Era, dove oggi c'è il negozio di Sarria.

La fabbrica occupava molta mano d'opera, tutta femminile. In quegli anni quasi tutte le donne che abitavano nel quartiere andavano a lavorare in quella fabbrica che produceva carciofini sott'olio. I carciofi, che arrivavano da tutti i paesi dell'isola con interminabili file di camion, venivano puliti e bolliti, poi confezionati nei barattoli e spediti per la commercializzazione. La richiesta del prodotto era talmente elevata che in piena stagione lavoravano anche ragazze molto giovani.

La fabbrica chiuse in modo inspiegabile.

Il forno della calce di Maurizio Marras

Nei racconti di Uccio Bonavia si racconta che dentro una cava, già negli anni Venti, esisteva un vecchio forno per ottenere la calce dalla lavorazione della pietra.

Sino a poco tempo fa, prima di costruire la palazzina a fianco all'edicola, all'ingresso di via Era erano ancora evidenti i segni circolari del forno, cioè un semicerchio scavato nella roccia e un semicerchio costruito in muratura.

Il tufo di questa cava non veniva usato per estrarre cantoni, ma solo per produrre calce.

Il forno funzionava così: si alternava uno strato di fascine di legna di "pimpisa" con uno strato di pietra, e così via sino a riempire il forno. Si portava il tutto ad alta temperatura per "cucinare" le pietre, che venivano cotte e messe in una vasca piena d'acqua che bolliva per una reazione chimica, diventando una specie di marmellata che era la calce. A Sassari si chiamava la "cazzina d'imbazzà", molto usata per imbiancare le camere delle case perché aveva potere disinfettante.

La polvere di calce si otteneva facendo asciugare questa poltiglia, macinandola e filtrandola con dei setacci fini. Questo procedimento era stato raccontato a Uccio dal padre: lui non aveva conosciuto il forno ma solo i resti dei cerchi rotondi tracciati per terra.

Alla fine degli anni Quaranta, primi anni Cinquanta, zio Maurizio Marras, già proprietario a Sassari, in via Carso, di un forno per la produzione della calce, acquistò un terreno in via Era e diede inizio a Li Punti ad una nuova attività per la produzione della calce, data la vicinanza delle numerose cave e la grande disponibilità di materia prima.

Il terreno dove c'erano i forni confinava da un lato con via Ettore Mura e verso via Cosseddu con le abitazioni delle famiglie Melis e Foddai. In questo lato del confine c'era una rampa che serviva a far salire la tumbarella di li carrattuneri, che di solito era di zio Peppino Corveddu. Questi carri erano carichi di pietra e legna che servivano per alimentare il forno.

Nel terreno vicino, con ingresso da via Era, costruì la sua abitazione Gavino, il figlio di zio Maurizio, che insieme al fratello Gino lavoravano alla produzione della calce. Tra le altre persone che hanno lavorato nel forno della calce ricordiamo Ausonio Tossi.

Industria di Materie plastiche (P.V.C.)

Un'altra industria presente a Li Punti, che esiste ancora oggi, è l'Overplast di Giampietro Virdis in via Carlo Lenci. Oltre alla produzione di porte e finestre in PVC. e di avvolgibili, c'è anche un punto vendita. L'industria è nata nel 1969.

Industria ribaltabili di Pierino Chieffi

La prima officina meccanica è stata quella di Pierino Chieffi, specializzata in carrozzeria industriale e ribaltabili. Era dietro il bar Varoni in via D. Millelire, poi trasferitasi in via Giovanni Bruno.

Autostrasporti Doppiu

Antioco Doppiu era il titolare della ditta Autotrasporti Doppiu. É nato in Regione San Giorgio 85 anni fa. Il padre era di Villanova Monteleone. L'attività esiste da 54 anni e si occupava di trasporti via terra per conto terzi con viaggi anche in continente. La sede è sempre stata a Li Punti. Il signor Antioco oggi è in pensione e l'azienda è gestita dai figli Sergio e Roberto.

Nei tempi di grande movimento l'azienda ha occupato 54 persone, ma oggi che non si occupa più delle linee commerciali con il continente i dipendenti sono una decina.Come abbiamo detto, l'economia di Li Punti si è sviluppata con le cave e con la nascita della Zona industriale di Porto Torres. Però dobbiamo ricordare che negli anni passati, quando ancora il quartiere non si chiamava Li Punti, c'erano altre produzioni che occupavano manodopera locale: le attività più importanti erano la produzione del tabacco a Santa Barbara, la raccolta delle olive per la produzione dell'olio, un'importante produzione di grano che veniva macinato in un mulino a San Giovanni, una pastorizia fiorente ed infine gli orti che assorbivano gran parte della mano d'opera femminile.

Oggi di tutto questo rimane ben poco o niente, e le conseguenze sono ben visibili.

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Li Punti fine anni Settanta
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Via Vittorio Era anni Sessanta